Fausto Campanozzi

DEDICATO ALLA NOTTE

(dal volume "Così, per vivere", Bracciodieta, Bari, 1989)

Ci sono tornato dopo sedici anni. Anche in questo momento mi sembra vero più che mai ci che ti ho detto prima di partire; tornare in un posto non significa forse cercarsi al di l del tempo, rivedersi in quei luoghi, riconoscersi oltre quella barriera evanescente e rivivere col pensiero fugaci sensazioni, mentre le immagini ti scorrono davanti così reali che credi ti basti tendere una mano per toccarle?

Eppure io sono cambiato, così cambiato dentro che nessuno potrebbe riconoscermi se al posto del viso avessi l'anima.

Non riesco ancora a rendermi conto di essere qui, dove pensavo di non tornare mai più, né capisco che cosa mi abbia spinto a venire dopo tanto tempo fra queste case bianche da sempre, immergermi ancora in questo silenzio dal quale, annaspando, tento di scappare perché lo sento strano, ostile.

Davanti a me, in questa stanza enorme dalle pareti spesse e fredde, c'è uno specchio al di là del quale la mia immagine sembra irreale, lontana nel tempo. Eppure in questa stanza io, bambino, giocavo, strisciavo sotto i mobili, sotto il grande letto; aprivo di nascosto il grande armadio per ammirare stupito e intimorito la lunga sciabola del nonno, orgogliosamente riposta come cimelio di tempi passati, ma ancora viva, animata come sul grande ritratto alla parete. Ho ancora nelle narici quell'odore di lavanda che m'investiva quando aprivo l'anta a specchio, ho ancora nel cuore il fremito che m'assaliva quando sentivo salire qualcuno per le scale, qualcuno che mi avrebbe sorpreso a curiosare fra cose pi grandi di me. Ho provato a riaprire quell'anta poco fa, con la paura di restare deluso, ma non è stata delusione, la mia; forse rimpianto? No, credi, una sensazione indefinibile, come una mano enorme che ti accartoccia l'animo come un foglio da buttare, come se intorno ti mancasse qualcosa, come se rivivessi all'improvviso tutto il tuo passato consapevole di poter stringere a te tutti i tuoi ricordi, ma per un solo istante, e assaporare di nuovo ogni cosa, il profumo di lavanda, di pulito, di cera ai pavimenti, del legno antico che sa di uomini forti e saggi, e le corse spensierate su e giù per le scale, la gioia per una visita improvvisa e per i pasticcini secchi che noi ragazzi avremmo avuto il permesso di mangiare. Dove siete, ombre del passato? Nell'armadio ho ritrovato le stesse cose di un tempo, la divisa del nonno, la sciabola, abiti scuri, cappelli, coperte, ma non c'è più quell'odore di lavanda che mi dava quel senso di proibito, di cose da non toccare, no, non esiste pi neanche quello, c'era odore di chiuso, di stantio, di vecchio oltre quell'anta cigolante, ho sentito odore di morte in quell'armadio.

Eppure, carezzando quegli abiti, pensavo che un tempo erano stati vivi, s'erano animati indosso a persone che, come tutti, non pensavano alla morte; e anche se si pensa alla morte, non s'immagina mai che gli oggetti che ci sono appartenuti, anche i pi umili, ci sopravviveranno. Come la sciabola del nonno, che ancora qui, un po' meno lucida forse, ma ancora viva, come sul grande ritratto. E il nonno è morto da vent'anni. Sarebbe giusto che tutti i nostri oggetti perissero insieme a noi; solo un'opera d'arte ha il diritto di sopravvivere al suo creatore, perché si rinnova continuamente nello spirito di ognuno.

Qui, davanti allo specchio che riflette la mia immagine al flebile chiarore di questa lampada, non posso fare a meno di pensare a che cosa stato della mia vita in questi anni e chiedermi se davvero valesse la pena di faticare tanto per raggiungere la mia posizione, se poi non riesco pi a vedere dentro di me e mi aggrappo disperatamente ad ogni sensazione, ad ogni emozione provocata dal più lieve rumore, dall'odore pi tenue, dal tatto, dalla voce di qualcuno. Come questo fischio lontano che lacera il silenzio della notte; il treno, sempre quel vecchio, sudicio e traballante trenino coi sedili in legno che passa tre volte al giorno dalla stazione di campagna. Questa l'ultima corsa, chissà chi arriva a quest'ora. Gente che torna a casa dopo una giornata trascorsa fuori, ed ha certamente da raccontare qualcosa, ha delle novità, ogni cosa novità per un animo semplice.

Ma esistono ancora animi semplici? Ecco, il treno fischia ancora, riparte per raggiungere un altro paese. A casa mia, in città, nessun suono o rumore che sia mi stringe il cuore. come il fischio stanco e lontano di questo lercio trenino, questo suono che posso ascoltare ancora dopo tanti anni, neanche l'ululato solitario dell'ambulanza che corre nella notte, perché quell'ambulanza sfreccia lontano da noi, anche se ci passa sotto casa. Il fischio di quel treno mi ha portato tante volte lontano, quando rannicchiato sotto le coperte immaginavo di intraprendere i viaggi pi arditi, Oriente, America, Africa, tutti in quel trenino, sul quale qualcuno, stanco, dormiva russando con la bocca sgarbatamente aperta e la testa buttata indietro, qualcun altro discuteva ad alta voce del raccolto o della siccità, e un altro narrava le proprie avventure vissute chissà dove, chissà quando; gente semplice, ignorante, ma quel trenino che copriva una tratta di quasi sessanta chilometri avrebbe potuto portarmi dovunque, e il buio della notte non mi faceva pi paura. Ecco che cosa vuol dire ritrovarsi indietro nel tempo; significa la consapevolezza di aver perduto qualcosa irrimediabilmente, l'innocenza e l'ingenuità che non potranno mai più tornare.

Ma al di l di queste riflessioni, che poi ti far comprendere, sicuramente ti sarai chiesto che cosa di così urgente mi abbia riportato in questo luogo, costringendomi a partire così all'improvviso, senza spiegarti, e pregandoti di prendere il mio posto per qualche giorno. La notte, amico mio, la notte mi ha ricondotto qui, quella notte che tanto spaventa i bambini con le sue ombre lugubri, che nasconde mostri che vivono nel buio, fra gli scricchiolii dei mobili, sotto i letti, dietro i quadri, al di l di una porta. E proprio nella ricerca di queste sensazioni angosciose, vissute intensamente qui, in questo luogo, che io speravo di raggiungere me stesso al di l del tempo.

— Non gridare così, che svegli tutti —, mi sussurrava zia Aurelia che accorreva a notte fonda nella mia stanza, quando, assalito da un'ombra, da un senso mostruoso di angoscia dagli innumerevoli artigli che mi faceva sentire colpevole per una marachella commessa durante il giorno, urlavo e scuotevo per aria braccia e gambe per scacciar via il nemico. Mi mostrava che il mio spavento era dovuto ad un gioco d'ombre proiettato dal lumicino acceso davanti al ritratto della Madonna, o ad un alito di vento che aveva smosso le imposte, o anche al fatto che avevo mangiato troppo.

Zia Aurelia ha ottantadue anni, adesso, e quando mi ha visto dopo tanto tempo mi ha chiesto chi fossi e che cosa volessi; povera zia Aurelia, cammina appoggiandosi ad un bastone, non sente, vede poco, non mangia quasi più, e i suoi occhi lacrimosi guardano nel vuoto lasciando intuire tutta la tristezza della sua solitudine. E pensare che in questa casa, un tempo, vivevano ben quindici persone, praticamente quattro famiglie, ormai smembrate dal lavoro, dai vari interessi, dal gioco della vita, dalla morte, e zia Aurelia, unica superstite fra gli anziani di casa, continua a vivere non so come, sola fra queste mura antiche, perdendosi nel dedalo dei ricordi, perché soltanto quelli le restano, pensando ai bambini cresciuti con lei, nipoti e figli di nipoti, che ormai chissà dove saranno.

Me la ricordo, zia Aurelia, quando andavo a trovarla la mattina presto nella sua stanza da signorina, e la osservavo quando, una volta lavata e vestita, prima di rifare il letto, dedicava una mezz'ora alla pettinatura, intrecciando con cura i lunghi capelli neri dopo averli spazzolati e avvolgendo le trecce a spirale ai lati del capo sopra le orecchie. E ricordo anche la sua voce squillante ed autoritaria al tempo stesso, quando affacciata ad una delle finestre al primo piano ci chiamava per il pranzo, o d'estate, quando di sera chiamava nel buio e noi spesso fingevamo, non visti, di non sentirla per restare ancora un po' a giocare in fondo al vicolo, mentre si fantasticava e si raccontavano storie paurose, ascoltando oltre gli orti il sommesso chioccolio di uccelli che si preparavano a trascorrere, stretti gli uni agli altri, arruffati, la notte nel proprio nido, e, pi tardi, il canto lungo, straziante, solitario che l'assiolo inviava alla luna che sovrastava gli ulivi proiettando ombre bellissime, pallide ed irreali.

Per ritrovare tutte queste cose sono tornato, io che mi sento ormai una larva solitaria in quel buco nel quale mi illudo di vivere, ma dove in realtà non faccio altro che osservare impotente il tempo che irrimediabilmente scorre, e mi resta solo un senso di amarezza quando mi chiedo: — A che serve? A chi serve? —

Ho corso per metà della mia vita salendo per una china ripida e sassosa, superando col sangue col sudore mille ostacoli, cadendo e rialzandomi, voltando le spalle agli altri e persino tradendo qualche amico pur di raggiungere lo scopo, anche se ora ho vergogna a confessarlo.

E adesso, in questo luogo che mi ha visto bambino spensierato, e poi ragazzo baldanzoso convinto di poter conquistare il mondo con uno schiocco di dita, mi sento diviso in due. Mentre ascolto le tenui voci della notte vien da chiedermi se quell'immagine riflessa nello specchio rappresenta la stessa persona che seduta dietro la sua enorme scrivania impartisce arrogantemente ordini a destra e a manca e prende in un attimo decisioni dalle quali dipende la sorte di molte persone.

Nel pomeriggio ho camminato e camminato per le strade del paese, perdendomi volutamente nel dedalo abbacinante dei vicoli del borgo antico, e spingendomi poi giù per la discesa che porta al camposanto, oltre le vigne, fino alla ferrovia. Percorrendo i vicoli, le stradine lastricate lungo le pareti bianche di calce, scurite qua e l da ombre geometriche, rivedevo scene accadute tanti anni fa. Sentivo nelle narici l'odore acre della legna arsa, e pensavo con rabbia a quello dolciastro degli scarichi dei termosifoni che siamo abituati a sentire in città. Qua e l frasi rubate, voci ascoltate con l'intento di rivivere un'emozione semplice, ma al mio passaggio tutto taceva e sentivo gli occhi della gente fissi su di me, sul "forestiero" che qualcuno ricordava di aver visto tanto tempo fa. All'angolo del vicolo due donne si scambiavano consigli dai rispettivi balconcini, pi in l un nugolo di ragazzetti passava veloce rincorrendo un pallone. Fuori dal vicolo, sulla piazza, gruppetti di vecchi vestiti di nero, alcuni in piedi, altri buttati sulle panchine, a discutere.

E poi odore di scarichi d'auto, anche qui, e il rombo di una moto potente. Ma ecco l'ora in cui i contadini tornano dai campi, su per la salita, con le loro biciclette; quello lo conosco, com’è invecchiato; e quell'altro ha ancora la forza di pedalare. Poi, all'improvviso, vidi spuntare all'orizzonte uno, due, dieci, forse venti trattori, alcuni piccoli, altri pi grandi, in fila, sbuffanti e decisi come carri armati, con l'aratro meccanico attaccato dietro dal quale pendevano ciuffi di sterpi secchi che lasciavano di tanto in tanto cadere piccole zolle di terra arida. Il silenzio della piazza era sconvolto dall'assordante rimbombo provocato da quegli arnesi infernali, io stesso, abituato al sordo e cupo rimbombo del traffico cittadino associato a rumori improvvisi, fragorosi e violenti, ne ero infastidito, mentre non sentivo pi lo squittio dei passeri che continuavano a svolazzare intenti alle loro necessità da un ramo all'altro sugli alberi della piazza, e i vecchi seduti sulle panchine continuavano a discutere fra loro, forse alzando un po' la voce, incuranti del rumore, del tremore che scuoteva la terra; parlavano e parlavano come se quel mondo sconvolto gi non appartenesse più a nessuno di loro, né essi sentissero pi di appartenere a quel mondo, chiusi, rugosi, stretti nei loro tabarri neri come il rimorso, riconoscevano soltanto il loro passato, fatto di attimi lunghi, di attese pazienti, di silenzi confortanti, in un ritmo dolce che niente poteva sconvolgere. Volgendo gli occhi al cielo notai che i tetti delle case, quei tetti spioventi con le tegole del colore della terra bruciata, mi sembravano improvvisamente corpi senza vita sui quali fossero state senza pietà infisse lance appuntite, e ce n'erano tante, cento, forse pi, sui tetti tutt'intorno alla piazza; non c'era casa che non avesse la sua antenna televisiva, perché anche fra quelle mura antiche, in quelle case coi tetti spioventi dove ancora. l'odore della legna arsa colpisce violentemente i sensi, anche l si sapesse che la vita pi bella con quel detersivo che lucida a specchio i pavimenti, e tua moglie ti amerà di più se usi quel dopobarba.

In fondo, tranne gli odori, i sapori, tutto sembra uguale a quello che ho lasciato ieri in città. E' il progresso.

E io, che dopo sedici anni volevo trovare me stesso in questo posto lontano nel tempo, ho sentito una stretta nel cuore. Allora nemmeno quaggiù esiste ancora quella parte di me che non ho pi trovato? Mi sento come la pelle di un serpente abbandonata dopo la muta, vuoto, secco, inutile involucro.

Ultima speranza, la notte. Io speravo, questa notte, di ritrovare qui, in questa stanza, sensazioni perdute nel tempo, sentire i rumori che spaventano i bimbi, l'assiolo nei campi che canta alla luna, i grilli, un canto lontano. Niente.

Soltanto il fischio di quel lercio trenino solitario, una moto che sfreccia nel buio e le voci di tanti televisori accesi nelle case, perché anche qui, dove m'illudevo esistessero ancora animi semplici, anche qui non si parla più, si ascolta, si guarda, chiusi in se stessi. Il resto silenzio.

E così, dopo sedici anni, non ho ritrovato più me stesso neanche qui, neanche in questa notte speciale, mi guardo in quello specchio e non mi riconosco. Dopo una corsa vana, per salire la china, al di l dei bisogni materiali miei, tuoi, dei nostri compagni di lavoro, io, solo più che mai, ho compreso che la mia vita finora stata inutile, perché non riesco pi nemmeno a trovarne le radici. E allora, come si fa con tutte le cose inutili, dovrò decidermi, prima o poi, a buttarla via.

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Fausto Campanozzi

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