Fausto Campanozzi

BALLA COI CANI

(Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 5 agosto 1993)

Là nel selvaggio West, nella la sconfinata prateria che a sud sposa l'orizzonte infocato, dove verso nord s'intravedono lontani gli azzurri monti rocciosi del Colorado, fra cactus giganteschi e cespugli morti rotolanti nel vento, fra i mulinelli di polvere e la solitudine primitiva di terre desolate e silenziose, proprio l un cavaliere solitario aveva finalmente trovato riparo dal sole in uno sperduto vecchio avamposto abbandonato dai coloni anni prima, tre giorni di marcia a sud di Mason Post.

Aveva cavalcato per giorni e giorni, respirando il vento e la polvere dell'Arizona, lungo sentieri deserti sui quali per miglia e miglia non vedi un fast food e non trovi un hamburger nemmeno a pagarlo il triplo, l dove i coloni hanno pianto sangue e sudore, disperati perché nessuno aveva ancora inventato i motel; di notte aveva avuto come tetto il cielo stellato e aveva ascoltato in silenzio gli ululati lamentosi dei coyote solitari; più di una volta si era nutrito solo di carne di serpente.

Ma gli piaceva quella vita selvaggia, perché era un duro, anche se gli mancavano le carezze della mamma che l'aspettava al villaggio, le risate con gli amici, il saloon. Com'era triste svegliarsi la mattina e sentire solo gli uccelli cantare, doversi alzare senza corn-flakes nel latte, e andare avanti fino a sera senza pane e nutella. Ma lui era un duro, e si sentiva in grado di vivere per mesi perfino senza ketchup.

Aveva con sè Baptiste, il suo fiero cavallo, e due cani, che si chiamavano Duescarpette e Duecalzette, per via dello strano colore del pelo sulle zampe.

Baptiste, il cavallo, era oriundo francese, e dopo tanti anni non si era ancora abituato alla vita selvaggia che piaceva al suo padrone. Anzi, poiché era sicuro di discendere da una famiglia aristocratica di cavalli cresciuti nei dintorni di Parigi, odiava le scorribande, detestava le sparatorie, e malediceva il giorno in cui aveva incontrato Stormy Kid, il pistolero che doveva portarsi sul groppone. Amava invece la vita di società le serate in compagnia di altri cavalli e cavalle, le conversazioni impegnate, e soffriva come un cane quando doveva stare lontano dalla civiltà per tanto tempo, si riduceva uno straccio, mangiava poco, sudava in continuazione, gli veniva la stitichezza a furia di mangiare quelle erbacce selvatiche, e in capo a qualche giorno diventava peggio di un ronzino tiracarri.

Per i due cani, invece, la cosa era diversa, perché erano nati nella prateria, erano totalmente indipendenti dal padrone (il che vuol dire che gli stavano dietro fintanto che c'era da mangiare e divertirsi) e si sentivano quasi prigionieri durante le soste al villaggio. Fra loro e il cavallo, naturalmente, non correva buon sangue, e i cani non perdevano occasione per sfottere Baptiste, dicendogli che un cavallo finocchio come lui non doveva andarsene in giro così per la prateria, che un giorno gli indiani l'avrebbero usato per fare un tenda o un tamburo, e cose del genere.

Il pistolero era arrivato all'avamposto due giorni prima, e finalmente, dopo un mese di cammino, aveva dormito con un tetto sulla testa.

Aveva ripulito un po', perché quel posto gli piaceva, e aveva deciso di trattenersi per qualche giorno, tanto l'indennità di viaggio non l'avrebbe presa comunque; di mattina andava a caccia, il pomeriggio riposava, e la sera organizzava serate in compagnia del cavallo e dei cani, con canti e balli all'aria aperta, il tavolo delle consumazioni e i festoni colorati.

Ma occhi avidi lo osservavano, di giorno e di sera, occhi di indiani, i feroci Guanti Bianchi, che pensavano fosse un po' scemo perché ballava e faceva festa coi cani e col cavallo, e perciò l'avevano soprannominato "Balla coi cani".

Il pistolero sapeva di trovarsi in pericolo restando in quel posto, ma incosciente com'era se ne infischiava; quella prateria era infatti territorio di una delle più feroci tribù indiane mai esistite nel selvaggio West. Poteva essere assalito da un momento all'altro da quei predatori, e allora per lui sarebbe finita. Ma lui sperava che non si accorgessero di lui.

Non li aveva mai visti, a dire il vero, ma il vecchio Jones al saloon raccontava sempre di quel giorno del '67 in cui tutti i passeggeri della diligenza per Phoenix erano stati lasciati in mutande sotto il sole, donne comprese. Il vecchio Jones non l'avrebbe dimenticato mai, quel giorno, né avrebbe dimenticato i loro colori di guerra. Aveva salvato le brache buttandosi gi dalla carrozza e nascondendosi fra le rocce prima che arrivassero urlando e strepitando, perché anche da lontano li aveva riconosciuti, pur non avendoli mai visti: erano la feroce tribù dei Guanti Bianchi.

Il cavaliere solitario lo sapeva, questo; ma era un pistolero, aveva il suo fiero cavallo, e i suoi fedeli cani, e un pistolero con un fiero cavallo e due cani fedeli non doveva temere neanche i Guanti Bianchi.

Quella mattina il sole brillava alto nel cielo, e sui rami di un albero isolato stavano appollaiati due avvoltoi, immobili nel debole vento caldo del deserto. Troppa calma, troppo silenzio, pensava il cavaliere seduto davanti alla baracca, forte della sua esperienza, lui abituato a tutto, lui pronto a tutto, lui che era cresciuto nella prateria.

I pensieri di Baptiste, in quel momento erano diversi, pensava a un sacco pieno di biada umida, alla stalla odorosa, alla puledra dai fianchi larghi che aveva conosciuto l'ultima volta a Mason Post.

Gli indiani arrivarono all'ora più calda, li circondarono urlando, il fiero cavallo nitrì di terrore e s'impennò, la mano del pistolero andò pi volte alla pistola e più volte ci ripensò, gli indiani correvano in cerchio intorno a lui, le lance alzate nella nuvola di polvere. I coraggiosi cani, sprezzanti del pericolo, si scambiarono un'occhiata e corsero a nascondersi dietro la baracca.

Il cavaliere disse la sua ultima preghiera, aspettando di sentire da un momento all'altro punte di lance e di frecce lacerare la sua pelle e penetrare nel suo corpo, sperando di essere finito prima di essere scotennato. La giostra maledetta continuava, i selvaggi non accennavano a fermarsi, giocavano come il gatto col topo.

Ad un tratto si udì la voce possente di un guerriero, il capo, di sicuro, tutti si fermarono in cerchio e cominciarono a parlare fra loro.

Era questa, dunque, la feroce tribù dei Guanti Bianchi? Che aspettavano ad ucciderlo, e perché discutevano fra loro? Non capiva la loro lingua, ma di certo parlavano di lui. Quello che doveva essere il capo alzò un braccio, e inequivocabilmente, facendo oscillare avanti e indietro la mano calata in gi, gli fece segno di andarsene. Che storia era questa? Perché volevano mandarlo via senza depredarlo, senza ucciderlo, senza scotennarlo?

— Brutti musi rossi! — gridò il pistolero impavido — Perché volete che me ne vada? Volete farmi impazzire? Volete raggiungermi domani a finirmi? Fino a questo punto siete crudeli?

Allora il guerriero si mise a parlare la lingua dell'uomo bianco, e affermò di essere l'audace capo Testa di Cactus, e che la baracca era della sua gente il cavaliere poteva andarsene senza fare storie, perché, aggiunse in tono sprezzante, — tu e tuo cavallo non buoni nemmeno per buttare, per non parlare di cani pulciosi.

Il coraggioso cavaliere si sentì offeso da quelle parole, e subito estrasse la pistola, mirando dritto al petto del gran capo. Stava fermo in mezzo a loro, che armati di lance e frecce ed archi, lo circondavano da tutte le parti e lo guardavano in silenzio.

L'aria era grave, persino il vento caldo s'era fermato per vedere come andava a finire, i due avvoltoi sull'albero spoglio ridacchiavano e si davano gomitate, e anche i cavalli avevano smesso di conversare fra loro. Il pistolero sapeva di dover prendere una decisione: se avesse sparato, sarebbe stato trafitto da un gran numero di frecce, e se non avesse sparato se ne sarebbe dovuto andare fra le risate di quei selvaggi. Che fare, dunque?

Tirò lentamente il cane (quello della pistola, ovviamente, perché quei due vigliacchi erano spariti) e prese ancora tempo, guardando fisso negli occhi il capo Testa di Cactus.

L'impavido cavaliere cominciò a pensare che sarebbe stato meglio cominciare a inventare qualcosa che gli salvasse la pelle in qualche modo. Forse avrebbe potuto dire che la pistola non funzionava; gi, ma che razza di pistolero uno con la pistola che non funziona? No, occorreva trovare un'altra scusa. Gli indiani lo guardavano senza batter ciglio, con le facce dipinte, i capelli lunghi e le penne in testa, i cavalli avevano preso a scommettere fra loro; persino Baptiste, trascinato dall'atmosfera triviale che si respirava fra i cavalli degli indiani, si era avvicinato e lasciato convincere a scommettere uno a dieci che il suo padrone non avrebbe avuto il coraggio di sparare.

Il pistolero prese lentamente la mira, e alcune lance si alzarono pronte a partire; forse avrebbe potuto far finta di sentirsi male, del resto sono cose che capitano nel deserto, con quel caldo, con la carne di serpente, che buona, non c'è che dire, ma tremendamente indigesta. Vuoi mettere le comodità di casa tua?, il letto invece della dura terra, l'acqua fresca di rubinetto invece di quella fetida del fiume, la carta igienica al posto delle foglie. Certo che era davvero una vitaccia quella che era costretto a fare, considerando che oltre al resto potevi trovarti fra le mani di questi Guanti Bianchi, essere spogliato di tutto e infine ucciso.

No, non poteva andare avanti così, era una vita troppo dura, senza un giorno di riposo, n di ferie. Di Cassa Malattia, poi, non se ne parlava nemmeno! Ma che ci stavano a fare, quelli del Sindacato Pistoleri? La paga non gli bastava nemmeno per cambiare il cavallo, che si era ridotto davvero male, non avevano poi tutti i torti quei selvaggi a disprezzare quel ronzino melenso, e neanche poteva prenderne uno in leasing, con i tempi duri che si attraversavano.

Ma sapete quanto si paga per un cavallo in leasing al giorno d'oggi? Erano anni che si portava in giro quel residuo equino, che per giunta faceva anche il difficile e lo schizzinoso.

A un tratto si sentì: "BUUM!". Si spaventò l'intrepido cavaliere, si spaventarono i cavalli. Era stato il gran capo Testa di Cactus a fare BUM con la bocca, e tutti gli indiani in cerchio ridevano a crepapelle.

No, era troppo! E va bene il selvaggio West, e va bene la prateria polverosa, va bene la carne di serpente, le sparatorie per catturare i banditi. Ma essere sfottuto dagli indiani, questo proprio no, era davvero troppo.

Scaraventò la pistola per terra e la pestò con i piedi: — Basta, non ce la faccio più, mi sono scocciato! Va a finire che do le dimissioni oggi stesso!

Gli indiani smisero di ridere e lo guardarono, aspettando che il capo parlasse. I cavalli calcolavano le vincite delle scommesse, in biada e fieno da pagare al ritorno all'accampamento, e Baptiste non sapeva come farsi pagare, ma non voleva darla vinta.

Il capo Testa di Cactus smontò e si avvicinò al cavaliere solitario.

— Pistolero — disse — tu diventato scemo?

— Scemo!? — rispose il pistolero — Non scemo. Mi sono rotto di fare questa vita!

— Pagano male te? — chiese il capo.

— Non solo pagano male. Niente ferie, niente aumenti, niente indennità di viaggio. Faccio un sacco di straordinari per pagare le tasse, tasse sul cavallo, tasse sulla pistola, tasse sulle taglie dei banditi. Risparmio persino sui corn-flakes e mangio quei serpenti schifosi. Poi mi prendo qualche giorno di ferie, e arrivate voi a sfottermi. Adesso basta, ne ho piene le scatole!

Testa di Cactus era pensieroso, squadrava il pistolero e annuiva gravemente.

— Uhm! Tu piace qui, Balla coi cani?

— Balla coi cani?

— Sì, tuo nome indiano. In tutta mia vita ho visto solo uno scemo Balla coi cani.

— Balla coi... Oh, questa poi! — Il pistolero raccolse la pistola e andò a sedersi davanti alla baracca, e il capo Testa di Cactus lo seguì mettendosi a sedere accanto a lui.

— Tu piace qui, Balla coi cani? — chiese di nuovo.

— Sì che mi piace! Che razza di domande!

— Tu calma ora, Balla coi cani, altrimenti io mando te tuo paese e non parlo più...

— O.K., hai ragione, voi non avete colpa in fondo — disse il pistolero riponendo la pistola.

— Tu tanto tempo pistolero? — chiese ancora il capo.

— Dieci anni — rispose l'altro ricominciando ad arrabbiarsi, — dieci anni di questa vita, dieci anni in giro con quel cavallo finocchio, centoventi banditi ho preso, e nemmeno una promozione, mai un assegno di incentivo...

— A voi pistoleri vi danno cassa?

— Cassa da morto?

— No, che cassa dici! Cassa integrazione, dico io.

— Cassa integrazione? Oh, Guanto Bianco, non siamo mica in FIAT!

— Noi sì, abbiamo. Poi cambiano cavallo ogni due anni, vestiti nuovi, indennità di sentiero guerra, indennità caccia bisonte, pagano straordinari, uno mese di ferie... Interessa te?

L'impavido pistolero Stormy Kid lo guardava a bocca aperta. Era la prima volta che sentiva dalla viva voce della concorrenza come stavano realmente le cose. Altro che indiani pezzenti! Si sentì ancora più sfruttato e vilipeso, poi guardò fisso negli occhi Testa di Cactus, e disse:

— Certo che interessa me. Che devo fare?

— C'è posto in mia squadra da settimana prossima. Ma lavoro pesante, cavallo nuovo e vita nuova.

— O.K., dimmi come devo fare.

— Restituire cavallo, dare dimissioni, fai stato famiglia, certificato nascita, titolo pistolero e libretto lavoro. Vieni accampamento lunedì, ultima tenda destra c'è segretaria Pelle che Scotta, compila modulo e vieni subito da me, segretaria ha da fare, non restare con lei, grande capo non vuole in orario lavoro.

— Basta questo? — chiese il pistolero, meravigliato.

— No, poi daremo te vestito indiano, parrucca, penne per testa, arco, pistola ce l'hai. Daremo cavallo nuovo, e periodo di prova di tre mesi. Alla fine, se sei buono, diventerai Guanto Bianco, dopo prova di uomo vero.

— Prova di uomo vero? Ehi, non che mi fate qualche tortura, ferri roventi o qualcosa del genere?

— No, prova uomo vero notte intera con Pelle che Scotta: se mattina tu vivo, tu vero uomo.

Il pistolero si sentì rinfrancato, felice che finalmente qualcuno apprezzasse le sue qualità. Pensava sorridendo al suo futuro, la caccia al bisonte per la prateria selvaggia, gli assalti alle diligenze, le danze di sera al villaggio, intorno al fuoco. Che vita l'aspettava, ragazzi!

— Tu sì che sei in gamba, Testa di Cactus!

— Lo so, zia di mio padre era napoletana.

— Non vedo l'ora di cominciare. Voglio diventare subito un Guanto Bianco.

— Tu aspetta, pistolero. Ricorda che io faccio assumere te, ma tu dai me primi due stipendi.

— Ah! — fece il pistolero, — pure qua!

— Pistolero, tu vedere me: io capo Testa di Cactus, mica faccia di fesso!

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Fausto Campanozzi

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