Fausto Campanozzi

ANCHE SE IL TEMPO VOLA

  Premiato per
"… il moderno ritmo narrativo che avvicina
il lettore alla buona impostazione fantastica"
alla Settima Edizione Concorso GURGOS
Città di Andria - 1992

Arrivarono sulla radura quando doveva essere già notte, eppure il sole splendeva ancora alto e non abbagliava.

Il viottolo tortuoso che stavano percorrendo usciva dal boschetto e tagliava un prato verde disseminato di fiori azzurri; lei si guardava intorno affascinata.

— Sei stanca, Maggie? — chiese lui premuroso, tenendola sempre per mano.

— Sono vecchia, Samuel, ecco tutto.

— Siedi un po' qui, riposati un momento.

— Grazie, Samuel, sei sempre stato così premuroso con me, fino al giorno che te ne sei andato.

— Non sei mica vecchia, sai? Sei tale e quale come ti ho lasciata.

Lei lo guardò con tenera gratitudine. Ma quanti anni erano passati? Quante cose aveva da raccontargli dopo tanto tempo. Che gioia risentire il tepore della sua mano rugosa e forte, ed il suono confortante della sua voce.

Era andato via quando i bambini erano ancora troppo piccoli, ma non li aveva mai dimenticati, aveva sempre continuato ad amarli.

Adesso, dopo tanti anni, quando aveva saputo che lei stava arrivando era andato ad accoglierla, e lei l'aveva trovato in piedi appena dopo il confine, l'attendeva con calma, con affetto all'uscita della galleria, come se si fossero separati soltanto il giorno prima.

— Parlami di Helen, Maggie.

— E' cresciuta, oh, sapessi com'è diventata bella.

— Non mi ha dimenticato, vero?

— Non ti ha dimenticato, Samuel. E neanche Richard ti ha dimenticato. Te lo ricordi il nostro Richie, sempre indaffarato, mai stanco. Ha una bella moglie, adesso, bella e buona, lo sai?

— Lo so, Maggie, di lui so tutto. E' sempre Helen che mi preoccupa.

— Dici bene, vecchio mio — sorrise lei, — ma una brava ragazza, in fin dei conti.

— Ragazza? Dovrebbe avere di già cinque marmocchi, alla sua età: invece non ha nemmeno un marito...

— Ha il suo lavoro, vive ancora con me. Solo adesso comincia ad essere serena. E' stata dura senza di te, Samuel, credimi, stata dura davvero.

— Lo so. E sapessi quante volte ho desiderato tornare. Ma la vita è così, la gente deve separarsi prima o poi, andare altrove. Ecco, se ti sei riposata, possiamo andare: io abito laggiù, oltre quegli alberi, ci siamo quasi.

— Oh no, Samuel, ti prego, ancora un po'. Sono vecchia, te l'ho detto. Lasciami guardare ancora un po' il panorama.

— Ti piace qui?

Lei non rispose. Volse lo sguardo intorno e respirò con voluttà l'aria dolce del tramonto. Si meravigliava del fatto che fosse ancora chiaro, e le colline oltre le quali il sole andava nascondendosi erano ancora stranamente di un verde brillante, come se fosse mezzogiorno.

Lungo il viottolo non passava nessuno, e dal villaggio proveniva uno scampano ovattato; pochi uccelli fendevano veloci l'aria immobile, poi si fermavano su di un albero e prendevano a cinguettare.

Il cielo si colorava di rosa e non accennava a diventare nero.

— Come si chiama quel villaggio, Samuel?

— Come tu vuoi che si chiami, mia cara: qui nessuno fa caso ai nomi.

— E tu hai sempre vissuto qui, dopo che te ne sei andato da casa?

— No, prima abitavo dall'altra parte della valle. Ma qui più bello.

— E fai sempre il tuo lavoro?

— Oh no, io faccio il lavoro che mi pare — rispose lui sorridendo, — me lo invento io ogni volta.

— Mi porterai da tuo fratello, Samuel?

— Non ora, Maggie. Sai, da quando arrivato non ci sta tanto con la testa, forse non ti riconoscerebbe.

— Sono così cambiata?

— No, te l'ho detto, sei precisa come ti ho lasciata, sei sempre bella, Maggie.

Le carezzò il viso col dorso della mano, come faceva una volta.

— Potrò stare con te, Samuel? Voglio dire, in casa tua, come una volta?

— Sicuro, Maggie. Le cose sono cambiate, adesso.

— Vorrei che Helen lo sapesse. E anche Richie.

— Vedremo di farglielo sapere, mia cara, in un modo o nell'altro.

Lei sospirò, poi si rialzò e ripresero a camminare lungo il viottolo, lentamente, tenendosi per mano.

La sera avanzava, ma l'aria era luminosa. Il villaggio era ancora lontano, per la casa era a due passi, si scorgevano di gi gli alberi del giardino.

— E' bella la tua casa, Samuel?

— Sarà come la vuoi tu, mia cara — rispose lui senza voltarsi, guardando fisso davanti a sé.

Non capiva ancora bene che cosa significava: com’è che in questo posto uno poteva fare ogni giorno il lavoro che voleva e dare al villaggio il nome che pi gli piaceva, e aggiustare la casa secondo il suo umore? Per si fidava di lui.

Una nebbiolina sottile li avvolgeva, ma vedevano ancora chiaramente al di là di essa. Lei si accorse che la stanchezza l'aveva lasciata e cominciava a sentirsi leggera, come quando aveva vent'anni, tanto che le sembrava quasi di volare, di scivolare sul terreno.

Le note ovattate di una melodia giunsero da una casa oltre il prato, e lei le riconobbe.

— Non la musica che ballavamo quella sera, Samuel?

— Già. Te ne ricordi ancora, vero, Maggie?

— E come potrei dimenticarlo? Eravamo due ragazzi, io andavo ancora a scuola.

— Com'eri bella, Maggie.

— Ora sono vecchia, Samuel.

— Siamo stati insieme tutta la vita, Maggie. Poi ho dovuto lasciarvi, lo capisci, vero? Io non volevo, ma ho dovuto.

— Lo so. Eri il mio sostegno, e ti ho sempre amato, dalla sera che mio padre ti inseguì nel giardino, quando ti sorprese sotto la mia finestra.

Lui rise. Sapeva che adesso pensava ai suoi genitori, ma aspettava che fosse lei a parlarne.

Lei si fermò e gli strinse la mano:

— Lo sai a che cosa penso, vero Samuel?

— Lo so, Maggie: pensi ai tuoi. Non sono qui, adesso, mi dispiace.

— Lo temevo. Tu non sai dove sono?

— Arriveranno.

Giunsero davanti ad un cancelletto bianco.

— Perché la facciata dipinta di giallo, Samuel?

— Non ti mai piaciuto il giallo, vero? — chiese sorridendo.

— I vicini penseranno che abbiamo dipinto la casa per la notte di Halloween.

— Non sei cambiata, Maggie. E' ancora il rosa il tuo colore preferito?

— La ridipingeremo.

— Non necessario, qui. Chiudi gli occhi e pensa che vuoi la casa rosa.

Lei chiuse gli occhi, immaginò la casa dipinta di rosa, e quando li riaprì la facciata era davvero rosa.

Affatto meravigliata, guardò il marito e gli sorrise:

— Adesso va meglio. Possiamo entrare a dare un'occhiata?

Attraversarono il piccolo giardino, mentre un cagnolino saltellava loro intorno abbaiando e scodinzolando allegramente. Lei si chinò a carezzarlo:

— Sei contento, piccolo, che tornato il tuo padrone, vero?

— Gli piaci, Maggie, guarda come scodinzola.

— Sento che star bene qui con te, Samuel — disse lei.

— Certo, mia cara. Appena ti sarai riposata, ti farò conoscere i vicini.

— Sono già riposata.

— Avrai bisogno di dormire, fra un po'.

Lei non rispose. Si guardò intorno, chiuse gli occhi, e quando li riaprì il giardinetto era sistemato, l'erba tosata, i cespugli potati, e una gran varietà di fiori era sistemata nelle aiole.

Lui la guardava e sorrideva:

— Vedo che ti stai ambientando — disse.

— Entriamo in casa, Samuel.

— Aspettate — disse una voce alle loro spalle.

Era un uomo giovane, alto, biondo, dal viso impassibile ma non freddo, ed era fermo vicino al cancelletto.

— Chi quest'uomo, Samuel? — chiese lei, notando il turbamento del marito.

— E' uno che conta — le sussurrò lui all'orecchio, chinandosi leggermente verso di lei senza distogliere lo sguardo dal visitatore.

— Non sentite la voce di vostra figlia? — disse ancora l'uomo.

— Helen? — chiese lei rivolgendosi al marito.

Samuel non le rispose, ma le fece segno di attendere; poi si rivolse all'uomo:

— Ma lei arrivata, non vero?

— No, Samuel — disse l'uomo, — ascoltate.

Cercarono di udire, ed infatti udirono: si sentiva una voce di donna lontano, e sembrava davvero la voce di Helen che chiamava:

— Mamma, mamma, mi senti?

— Che significa questo, Samuel? — chiese lei.

— Significa che devi tornare, Maggie — rispose lui, cupo.

— Tornare? Perché dovrei tornare? Io voglio restare qui con te...

— Non è ancora il momento — disse il visitatore.

— Vieni, Maggie, ti faccio vedere.

Uscirono sul viottolo e attraversarono il prato accompagnati dal visitatore, fino a giungere sull'orlo di quello che pareva un baratro aperto sulla valle.

— Guarda giù, Maggie — disse lui.

Sotto di loro non vi era il vuoto, ma una sala semibuia. Al centro, su una lettiga, era distesa una donna anziana, ai lati due medici in camice bianco, uno dei quali armeggiava con un elettrocardiografo; ai piedi del giaciglio c'era Helen.

— Sono io, quella, vero? — chiese lei con tristezza.

— Sì — rispose l'uomo alto e biondo.

— Ma com'è che mi trovo qui e posso vedermi? Sono forse morta?

— Quello che vedi — disse Samuel — è come un vestito smesso. Tu adesso devi tornare là e indossarlo ancora.

Lei avrebbe voluto dire qualcosa, ma le mancò il coraggio.

Disse solo: — Andiamo, accompagnami, ti prego.

Tornarono lungo il viottolo, e la strada era buia, perché la luce del prato era alle loro spalle. Giunti alla galleria, lui le disse:

— Entra e scivola gi come facevi da bambina. Quando sarà il momento, mi troverai ancora qui, non temere. Anche se il tempo vola e i volti amati sembrano svanire, nulla si perde qui, dove il tempo non esiste.

Si guardarono a lungo, poi un vortice oscuro s'impadronì di lei, chiuse gli occhi e le sembrò di essere inghiottita dalle onde di un mare in tempesta; infine si addormentò, senza timore.

Aprì gli occhi e le parve di aver dormito per anni. Il suo respiro era un po' affannoso, ma regolare.

— Mamma, Dio mio, mi senti adesso?

Era la voce di Helen.

— La chiami ancora — disse uno dei medici, quello che le teneva la mano, — si sta riprendendo.

— Mamma, mi senti? — disse ancora Helen.

Lei fece segno di sì con la testa.

— La crisi è passata — disse l'altro medico, — però ho temuto di perderla: ha avuto un arresto cardiaco di tre minuti. Per fortuna l'abbiamo presa in tempo...

— Per fortuna — pensò lei sorridendo.

Chiuse gli occhi stremata, e per un attimo rivide Samuel, in cima alla collina, che la salutava col braccio alzato, poi nient'altro.

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Fausto Campanozzi

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