Viaggiavo verso Barquisimeto,
a 350 km da Caracas, concentrato
nella guida dell’auto.
Correvo alla mia solita
velocitá di “vediamo se riesco a
recuperare qualche minuto”...mi
viene in mente una possibile
rotta alternativa: é leggermente
piú lunga peró molto piú veloce;
decido di prenderla.
Passo dal casello
dell’autostrada in entrata verso
la nuova destinazione: tutto
tranquillo,... vai.
Le curve si succedono
veloci,...”passa rapidamente il
camion, attento al cratere,
mantieniti a sinistra per
evitare eventuali rocce cadute
sulla corsia di destra per le
forti piogge della notte”....
Manca solo qualche chilometro
all’entrata del tratto per il
Guarico poi il rettilineo,
lunghissimo, sino a Barquisimeto.
La mia mente rimugina le
proposte da fare, quando e
quanto offrire per essere sicuri
che compreranno a me,
...”Francisco é dalla mia parte
peró un poco di denaro gli serve
e collaborerá con piú
entusiasmo.....”
L’ultimo tratto in forte
discesa...quasi ci siamo,
saranno circa 30 km in piú peró
vale la pena, l’appuntamento é
alle 10, arriveró verso le
10:30... me lo posso permettere,
sono tutti amici miei, non c’é
problema, peró ho molte attivitá
da svolgere.... accelera.
Luci concitate di stop accesi in
frenata mi sorprendono;
doppietta, terza, accendo gli
intermittenti e mi fermo
lentamente dietro un autobus.
Davanti, una lunghissima fila di
veicoli fermi in coda; intorno,
i verdi prati delle pendici
della montagna che circondano la
fitta boscaglia di mezza costa.
“Porco giuda, speriamo che
questa merda cammini”.
Le 9. Sportelli aperti,
venditori a piedi offrono le
loro cazzate tra le lunghe file
parallele di veicoli....questo é
un cattivo segno, sapevano che
ci sarebbe stata coda... speriamo
che cammini.
Le 9:30. Non é avanzata di un
millimetro. “Figli di buona
donna, perché non hanno messo un
avviso al casello.... Bastardi!”
Le 9:45. Il furgoncino pick-up,
due veicoli piú avanti, sale
dalla fila e si rimette in corsa
in direzione opposta,.. ritorna
indietro.
Le 10. Chiamo con il cellulare e
avviso che arriveró tardi, forse
verso mezzogiorno. Merda! Non
c’é segnale.
Retromarcia, guadagno un metro
da quello davanti, inversione di
marcia....non arriva nessuno.
Via.
Altri 30 km bruciati alla
massima velocitá della mia
fedele auto di lavoro e mi
ritrovo un’altra volta al
casello dal quale ero entrato.
Una “guardia nazionale” legge il
giornale appoggiato sul cofano
della sua auto; altre decine di
poveracci si avviano ignari al
mio stesso esasperante destino.
Mentre pago,
protesto:”Signorina, non
potreste mettere un cartello che
avvisi della coda?”
Poco piú in lá la guardia
nazionale si guarda intorno,
gira la pagina e si riconcentra
nella lettura aggiustandosi gli
occhiali sul naso.
Forse se vado di qua intercetto
la rotta che avevo abbandonato
con la speranza di fare prima...60
km persi, piú di due ore di
ritardo. Maledizione!
Finalmente arrivo sulla
provinciale .... ma chi cavolo me
l’ha fatto fare, potevo
continuare per questa strada..e
adesso devo fare benzina.
Arrivo al distributore entrando
quasi in derrapata, un cane
salta al passaggio delle ruote
pericolosamente vicine, un
polverone.
Full-noventaycinco-por favor.
Con il volto segnato dal sole,
gli anni e gli eccessi, un uomo
si avvicina al parabrezza e
passa uno straccio intriso
d’acqua fangosa: lo guardo con
odio ..e lascio fare.
“Señor, Señor...” La voce arriva
da dietro le mie spalle... che
cavolo vorrá questa adesso...
Anni di allenamento ai rapidi
sguardi: assorbo, soppeso e
valuto.
É piccola, vestita alla
contadina, gonna lunga, amplia,
coloratissima, con un bordino di
cotone bianco arricciato,
camicetta dello stesso tessuto,
maniche gonfie e corte strette
intorno alle braccia dal bordino
arricciato di cotone, un
grembiule da cucina.
“Cosa vorrà adesso questa
..... alto-atesina?”
“..... Scusi Signore, ho perso
l’autobus della rotta rurale e
chissá quando passerá il
prossimo, …mi potrebbe dare un
passaggio?”
Gli occhi bucano un viso
cannella oscuro, devastato da
profonde rughe....eppure.....Sono
di un celste incredibile e la
bocca é atteggiata ad un sorriso
sincero ed onesto (...ma che
cavolo penso?...)
“Mbeh, io vado verso
Barquisimeto....”
“Perfetto, potrebbe lasciarmi
prima del ponte di...”
Ma porca Eva, adesso non posso
dirle di no...”Va bene, venga.”
“Torno subito, chiamo i miei
figli che stanno sull’altro lato
della strada”
Il benzinaio mi porge le chiavi
e sembra deridermi. Mi sento
obbligato a dire qualche
stronzata “Adesso si prenderá un
bello spavento..” con un
movimento del viso indico la
contadina”.... ho molta fretta,
sono in ritardo e sto correndo
come un pazzo”.
Arrivano 3 figli, borse di
plastica straripanti, sacco da
20 kg di arance, chitarra in un
fodero di cartapesta.
Porcaccio.... “...aspetti un
attimo che le apro il
bagagliaio..” Lo rempiono fino a
scoppiare mentre io osservo con
incazzata rassegnazione.
I tre figli dietro ( “....la
ragazzina non é male...”) la
madre davanti.
Accelero e ricomincio a guidare
come se fossi solo. Dopo qualche
chilometro e qualche sguardo
della signora colto in flagrante
dal mio, riduco leggermente la
velocitá e decido di dire
qualcosa mantenendo l’attenzione
fissa sulla strada.
“..Da dove venite?”
“Siamo stati a Maracay (a circa
190 km da dove li avevo presi
su) perché i ragazzi avevano gli
esami del liceo. Siamo andati
anche al conservatorio... Alcuni
amici, poi, ci hanno dato
qualche regalo... sa.. le
arance..”
Gli esami??? Il conservatorio
???
“ Ah,... e cosa studiano?”
“Il piú grande ha preso la
licenza liceale, gli altri due
hanno dato gli esami di fine
anno, .....poi, al
conservatorio, hanno seguito
qualche lezione ed anche lí
hanno dato gli esami.”
Uno di chitarra, l’altro di
piano e la ragazza di flauto
traverso.
Minchia! Distolsi lo sguardo
dalla strada e finalmente la
guardai..sosopettoso, guardingo:
se mi dici balle, bella mia, ti
frego io. Non sai che é
impossibile raccontarmi cazzate?
“….E dove vive lei, signora?”
“Ho un pezzetto di terra ed una
casetta sulla collina, non c’é
luce ma abbiamo un generatore a
benzina per quando fa buio...”
“E come vive lei lí... come fa
con la scuola dei ragazzi... cosa
coltiva...?”
Le domande uscivano disordinate
ed irrefrenabili.
“I ragazzi sono autodidatta, io
assegno i compiti e, dopo, il
lavoro, studiano sia i corsi per
il liceo, sia un po’ di
musica.... Abbiamo un conoscente
che insegna al conservatorio di Maracay e, quando posso, li
porto perché avanzino un po’ di
piú di quello che posso
insegnargli io. Sa.. suono un
poco l’organo .. ne abbiamo uno
elettronico ed insegno al
maggiore a suonarlo. L’altro
preferisce la chitarra e la
ragazza il flauto... A volte ci
mettiamo e suoniamo, tutti
insieme, qualche pezzo
classico... di quelli facili
naturalmente”
La voce della donna é
tranquilla, misurata, faccio
persino fatica a sentirla.
Diminuisco ulteriormente la
velocitá perché la voce possa
imporsi al rumore del motore e
cosí ascoltarla meglio.
“....Non é una vita facile, sa,
ma siamo felici, abbiamo i
frutti della terra che possiamo
consumare e vendere, la sera i
ragazzi fanno i compiti,... io
cucio... non abbiamo televisore
peró leggiamo molto ed
ascoltiamo la radio.. a volte.”
Sbircio i visi arrossati dei
ragazzi, si vede che fanno vita
all’aria aperta; cerco nei loro
sguardi il segnale di un
malessere,… di una ribellione
compressa... Niente., solo un
placido e silenzioso annuire
alle parole della madre.
“Non é facile essere
autodidatta, ci vogliono forza
di volontá, costanza,
disciplina..” Insisto.
“Tutto dipende da come imposti
la trua vita; non abbiamo
orologio al polso, il ritmo del
sole scandisce le nostre
giornate...ci alziamo presto,
lavoriamo nel campo, studiamo,
cuciniamo... leggiamo e
commentiamo libri... a me
personalmente piacciono gli
scrittori Russi
dell’ottocento...
“Devo dire la veritá: Lei mi ha
sorpreso, Signora”.
L’automobile rallenta come
vergognandosi degli eccessi di
prima e la marcia, adesso, é
tranquilla come la
conversazione.
“Qual’é il suo nome, Signora?”
Mi dice nome e cognome, quest’ultimo
dopo un attimo di esitazione.
La conoscenza che ho del paese
e, comunque, della situazione
generale della famiglia in
latino-america, mi fa supporre
che il tentennamento nel dirmi
il cognome dipenda da una lunga
e risaputa storia di amore ed
abbandono.
Guardo i figli dallo specchio
retrovisore .... o forse da varie
storie di amore e abbandono..
Il suo cognome suona come se
fosse Italiano e glie lo
commento.
Non lo sa. Ë colombiana, da
molti anni in Venezuela, aveva
un negozio ma poi...
“Che negozio, Signora?”
“Uno di alimenti naturisti.. macrobiotici..Sa
mi sono laureata negli Stati
Uniti in dietetica ed
alimentazione, sono
“Nutrizionista” . Prima di
venire in Venezuela ho vissuto 7
anni lí.
Orca, questa parla persino
Inglese!...
“...Ed ha abbandonato la
professione?”
“Non del tutto... i miei ragazzi
non conoscono un medico, li tiro
su con diete che cambio in
funzione del periodo dell’anno,
dei loro impegni di studio e
lavoro...”
La domanda mi brucia e la devo
fare: ”Mi dica, Signora, come
puó una persona come Lei, che ha
studiato.. che ha visto una parte
importante del mondo....,
decidere di vivere come Lei ha
fatto? Cosa l´ha spinta a
cambiare in forma cosí drastica
la sua vita...?
“Sa, la vita mi era diventata
impossibile .... il negozio... la
casa... la professione... gli
impegni.. non riuscivo mai a
vedere sveglio il mio primo
bambino... Ad un certo punto mi
sono messa a pensare, per
esempio, a mio nonno e a mia
nonna che ho conosciuto
bene,... la loro vita nell’hacienda,
la loro profonda relazione con i
figli basata sullo sviluppo
delle faccende diarie... fatti
che li avvicinavano, li
coinvolgevano e cosí vivevano il
loro amore completamente.. tutto
i giorno, con poche cose
riempivano la loro vita.
Mi sono guardata intorno ed ho
preso la mia decisione.. so
coltivare, posso fare a meno di
tante cose superflue…. e cosí
sto insegnando ai miei figli.
Abbiamo una piccola comunitá di
vicini, contadini come me,
abbiamo costruito tutti insieme
una chiesetta... la domenica
viene il curato a dire messa... a
volte si ferma a pranzo un po´dall’uno
un po´dall’altro... parliamo
delle realtá del mondo d’oggi... e
piú ne sento parlare e piú sento
di avere preso una giusta
decisione. Sono felice....Siamo
felici... i miei figli stanno
comprando dei pezzetti di terra
intorno al mio.. un giorno si
sposeranno e lavoreranno la loro
terra... La natura, qui, é
magnanima, da frutti tutto
l’ anno e, se uno lavora, avrá
sempre di che vivere.
Quando vado a lavorare al campo,
lascio la porta aperta, non devo
vivere con l’incubo della
rapina... della violenza delle
cittá....”
Il rettilineo, lunghissimo, che
porta a Barquisimeto mostra gia
i suoi ultimi chilometri e da
lontano, nella luce quasi bianca
del mezzogiorno, si intravede il
ponte sotto il quale dovró
lasciare i miei compagni di
viaggio.
Non so,.. sento tristezza che mi
abbandonino.
Non lo fate. Rimanete con me... insegnatemi
ad essere diverso... insegnatemi
ad essere ….felice come voi.
Scendo ed aiuto a scaricare, poi
apro la valigetta, prendo un
bigliettino da visita “Ing.
Antonio Rubino, tel.....”
“Signora. Mi piacerebbe che, se
Lei venisse qualche volta a
Caracas con suo marito... i suoi
figli... insomma .. che mi
chiamasse. Davvero avrei piacere
di seguir conversando con
Voi...”
Non volevo farle sentire la mia
pena, la sofferenza di una vita
dedicata....ma… dedicata a che??
Niente famiglia, un solo figlio
per paura di..., ed un gran
deserto nell’anima.
L’auto si allontana lentamente
ed io guardo nello specchio
retrovisore la famiglia che gia
cammina di buon passo sull’erta
pendice della collina.
Suona il cellulare...”... Si,
Francisco, sono quasi arrivato... tra
venti minuti sono lí... Ti
ascolta qualcuno? C’é l´hai la
fotocopia dell’offerta della
concorrenza? Ok, Ok, aspettami
che andiamo a pranzo insieme...”
Il rumore dell’auto su di giri
copre la voce
dell’interlocutore.
Ma quanto cazzo manca per
Barquisimeto.... Maledizione!!.