Antonio Rubino

 

Questo racconto è un piccolo episodio che mi é successo davvero nel 1955, non é una storia straordinaria però, nella sua semplicità mi ha lasciato un ricordo profondo.

INCONTRO

Viaggiavo verso Barquisimeto, a 350 km da Caracas, concentrato nella guida dell’auto.

Correvo alla mia solita velocitá di “vediamo se riesco a recuperare qualche minuto”...mi viene in mente una possibile rotta alternativa: é leggermente piú lunga peró molto piú veloce; decido di prenderla.

Passo dal casello dell’autostrada in entrata verso la nuova destinazione: tutto tranquillo,... vai.

Le curve si succedono veloci,...”passa rapidamente il camion, attento al cratere, mantieniti a sinistra per evitare eventuali rocce cadute sulla corsia di destra per le forti piogge della notte”....

Manca solo qualche chilometro all’entrata del tratto per il Guarico poi il rettilineo, lunghissimo, sino a Barquisimeto.

La mia mente rimugina le proposte da fare, quando e quanto offrire per essere sicuri che compreranno a me, ...”Francisco é dalla mia parte peró un poco di denaro gli serve e collaborerá con piú entusiasmo.....”

L’ultimo tratto in forte discesa...quasi ci siamo, saranno circa 30 km in piú peró vale la pena, l’appuntamento é alle 10, arriveró verso le 10:30... me lo posso permettere, sono tutti amici miei, non c’é problema, peró ho molte attivitá da svolgere.... accelera.

Luci concitate di stop accesi in frenata mi sorprendono; doppietta, terza, accendo gli intermittenti e mi fermo lentamente dietro un autobus. Davanti, una lunghissima fila di veicoli fermi in coda; intorno, i verdi prati delle pendici della montagna che circondano la fitta boscaglia di mezza costa.

“Porco giuda, speriamo che questa merda cammini”.

Le 9. Sportelli aperti, venditori a piedi offrono le loro cazzate tra le lunghe file parallele di veicoli....questo é un cattivo segno, sapevano che ci sarebbe stata coda... speriamo che cammini.

Le 9:30. Non é avanzata di un millimetro. “Figli di buona donna, perché non hanno messo un avviso al casello.... Bastardi!”

Le 9:45. Il furgoncino pick-up, due veicoli piú avanti, sale dalla fila e si rimette in corsa in direzione opposta,.. ritorna indietro.

Le 10. Chiamo con il cellulare e avviso che arriveró tardi, forse verso mezzogiorno. Merda! Non c’é segnale.

Retromarcia, guadagno un metro da quello davanti, inversione di marcia....non arriva nessuno. Via.

Altri 30 km bruciati alla massima velocitá della mia fedele auto di lavoro e mi ritrovo un’altra volta al casello dal quale ero entrato. Una “guardia nazionale” legge il giornale appoggiato sul cofano della sua auto; altre decine di poveracci si avviano ignari al mio stesso esasperante destino.

Mentre pago, protesto:”Signorina, non potreste mettere un cartello che avvisi della coda?”

Poco piú in lá la guardia nazionale si guarda intorno, gira la pagina e si riconcentra nella lettura aggiustandosi gli occhiali sul naso.

Forse se vado di qua intercetto la rotta che avevo abbandonato con la speranza di fare prima...60 km persi, piú di due ore di ritardo. Maledizione!

Finalmente arrivo sulla provinciale .... ma chi cavolo me l’ha fatto fare, potevo continuare per questa strada..e adesso devo fare benzina.

Arrivo al distributore entrando quasi in derrapata, un cane salta al passaggio delle ruote pericolosamente vicine, un polverone.

Full-noventaycinco-por favor.

Con il volto segnato dal sole, gli anni e gli eccessi, un uomo si avvicina al parabrezza e passa uno straccio intriso d’acqua fangosa: lo guardo con odio ..e lascio fare.

 

“Señor, Señor...” La voce arriva da dietro le mie spalle... che cavolo vorrá questa adesso...

Anni di allenamento ai rapidi sguardi: assorbo, soppeso e valuto.

É piccola, vestita alla contadina, gonna lunga, amplia, coloratissima, con un bordino di cotone bianco arricciato, camicetta dello stesso tessuto, maniche gonfie e corte strette intorno alle braccia dal bordino arricciato di cotone, un grembiule da cucina.

“Cosa vorrà adesso questa ..... alto-atesina?”

“..... Scusi Signore, ho perso l’autobus della rotta rurale e chissá quando passerá il prossimo, …mi potrebbe dare un passaggio?”

Gli occhi bucano un viso cannella oscuro, devastato da profonde rughe....eppure.....Sono di un celste incredibile e la bocca é atteggiata ad un sorriso sincero ed onesto (...ma che cavolo penso?...)

“Mbeh, io vado verso Barquisimeto....”

“Perfetto, potrebbe lasciarmi prima del ponte di...”

Ma porca Eva, adesso non posso dirle di no...”Va bene, venga.”

“Torno subito, chiamo i miei figli che stanno sull’altro lato della strada”

Il benzinaio mi porge le chiavi e sembra deridermi. Mi sento obbligato a dire qualche stronzata “Adesso si prenderá un bello spavento..” con un movimento del viso indico la contadina”.... ho molta fretta, sono in ritardo e sto correndo come un pazzo”.

Arrivano 3 figli, borse di plastica straripanti, sacco da 20 kg di arance, chitarra in un fodero di cartapesta.

Porcaccio.... “...aspetti un attimo che le apro il bagagliaio..” Lo rempiono fino a scoppiare mentre io osservo con incazzata rassegnazione.

I tre figli dietro ( “....la ragazzina non é male...”) la madre davanti.

Accelero e ricomincio a guidare come se fossi solo. Dopo qualche chilometro e qualche sguardo della signora colto in flagrante dal mio, riduco leggermente la velocitá e decido di dire qualcosa mantenendo l’attenzione fissa sulla strada.

“..Da dove venite?”

“Siamo stati a Maracay (a circa 190 km da dove li avevo presi su) perché i ragazzi avevano gli esami del liceo. Siamo andati anche al conservatorio... Alcuni amici, poi, ci hanno dato qualche regalo... sa.. le arance..”

Gli esami??? Il conservatorio ???

“ Ah,... e cosa studiano?”

“Il piú grande ha preso la licenza liceale, gli altri due hanno dato gli esami di fine anno, .....poi, al conservatorio, hanno seguito qualche lezione ed anche lí hanno dato gli esami.”

Uno di chitarra, l’altro di piano e la ragazza di flauto traverso.

Minchia! Distolsi lo sguardo dalla strada e finalmente la guardai..sosopettoso, guardingo: se mi dici balle, bella mia, ti frego io. Non sai che é impossibile raccontarmi cazzate?

“….E dove vive lei, signora?”

“Ho un pezzetto di terra ed una casetta sulla collina, non c’é luce ma abbiamo un generatore a benzina per quando fa buio...”

“E come vive lei lí... come fa con la scuola dei ragazzi... cosa coltiva...?”

Le domande uscivano disordinate ed irrefrenabili.

“I ragazzi sono autodidatta, io assegno i compiti e, dopo, il lavoro, studiano sia i corsi per il liceo, sia un po’ di musica.... Abbiamo un conoscente che insegna al conservatorio di Maracay e, quando posso, li porto perché avanzino un po’ di piú di quello che posso insegnargli io. Sa.. suono un poco l’organo .. ne abbiamo uno elettronico ed insegno al maggiore a suonarlo. L’altro preferisce la chitarra e la ragazza il flauto... A volte ci mettiamo e suoniamo, tutti insieme, qualche pezzo classico... di quelli facili naturalmente”

La voce della donna é tranquilla, misurata, faccio persino fatica a sentirla.

Diminuisco ulteriormente la velocitá perché la voce possa imporsi al rumore del motore e cosí ascoltarla meglio.

“....Non é una vita facile, sa, ma siamo felici, abbiamo i frutti della terra che possiamo consumare e vendere, la sera i ragazzi fanno i compiti,... io cucio... non abbiamo televisore peró leggiamo molto ed ascoltiamo la radio.. a volte.”

Sbircio i visi arrossati dei ragazzi, si vede che fanno vita all’aria aperta; cerco nei loro sguardi il segnale di un malessere,… di una ribellione compressa... Niente., solo un placido e silenzioso annuire alle parole della madre.

“Non é facile essere autodidatta, ci vogliono forza di volontá, costanza, disciplina..” Insisto.

“Tutto dipende da come imposti la trua vita; non abbiamo orologio al polso, il ritmo del sole scandisce le nostre giornate...ci alziamo presto, lavoriamo nel campo, studiamo, cuciniamo... leggiamo e commentiamo libri... a me personalmente piacciono gli scrittori Russi dell’ottocento...

“Devo dire la veritá: Lei mi ha sorpreso, Signora”.

L’automobile rallenta come vergognandosi degli eccessi di prima e la marcia, adesso, é tranquilla come la conversazione.

“Qual’é il suo nome, Signora?”

Mi dice nome e cognome, quest’ultimo dopo un attimo di esitazione.

La conoscenza che ho del paese e, comunque, della situazione generale della famiglia in latino-america, mi fa supporre che il tentennamento nel dirmi il cognome dipenda da una lunga e risaputa storia di amore ed abbandono.

Guardo i figli dallo specchio retrovisore .... o forse da varie storie di amore e abbandono..

Il suo cognome suona come se fosse Italiano e glie lo commento.

Non lo sa. Ë colombiana, da molti anni in Venezuela, aveva un negozio ma poi...

“Che negozio, Signora?”

“Uno di alimenti naturisti.. macrobiotici..Sa mi sono laureata negli Stati Uniti in dietetica ed alimentazione, sono “Nutrizionista” . Prima di venire in Venezuela ho vissuto 7 anni lí.

Orca, questa parla persino Inglese!...

“...Ed ha abbandonato la professione?”

“Non del tutto... i miei ragazzi non conoscono un medico, li tiro su con diete che cambio in funzione del periodo dell’anno, dei loro impegni di studio e lavoro...”

La domanda mi brucia e la devo fare: ”Mi dica, Signora, come puó una persona come Lei, che ha studiato.. che ha visto una parte importante del mondo...., decidere di vivere come Lei ha fatto? Cosa l´ha spinta a cambiare in forma cosí drastica la sua vita...?

“Sa, la vita mi era diventata impossibile .... il negozio... la casa... la professione... gli impegni.. non riuscivo mai a vedere sveglio il mio primo bambino... Ad un certo punto mi sono messa a pensare, per esempio, a mio nonno e a mia nonna che ho conosciuto bene,... la loro vita nell’hacienda, la loro profonda relazione con i figli basata sullo sviluppo delle faccende diarie... fatti che li avvicinavano, li coinvolgevano e cosí vivevano il loro amore completamente.. tutto i giorno, con poche cose riempivano la loro vita.

Mi sono guardata intorno ed ho preso la mia decisione.. so coltivare, posso fare a meno di tante cose superflue…. e cosí sto insegnando ai miei figli.

Abbiamo una piccola comunitá di vicini, contadini come me, abbiamo costruito tutti insieme una chiesetta... la domenica viene il curato a dire messa... a volte si ferma a pranzo un po´dall’uno un po´dall’altro... parliamo delle realtá del mondo d’oggi... e piú ne sento parlare e piú sento di avere preso una giusta decisione. Sono felice....Siamo felici... i miei figli stanno comprando dei pezzetti di terra intorno al mio.. un giorno si sposeranno e lavoreranno la loro terra... La natura, qui, é magnanima, da frutti tutto l’ anno e, se uno lavora, avrá sempre di che vivere.

Quando vado a lavorare al campo, lascio la porta aperta, non devo vivere con l’incubo della rapina... della violenza delle cittá....”

Il rettilineo, lunghissimo, che porta a Barquisimeto mostra gia i suoi ultimi chilometri e da lontano, nella luce quasi bianca del mezzogiorno, si intravede il ponte sotto il quale dovró lasciare i miei compagni di viaggio.

Non so,.. sento tristezza che mi abbandonino.

Non lo fate. Rimanete con me... insegnatemi ad essere diverso... insegnatemi ad essere ….felice come voi.

Scendo ed aiuto a scaricare, poi apro la valigetta, prendo un bigliettino da visita “Ing. Antonio Rubino, tel.....”

“Signora. Mi piacerebbe che, se Lei venisse qualche volta a Caracas con suo marito... i suoi figli... insomma .. che mi chiamasse. Davvero avrei piacere di seguir conversando con Voi...”

Non volevo farle sentire la mia pena, la sofferenza di una vita dedicata....ma… dedicata a che?? Niente famiglia, un solo figlio per paura di..., ed un gran deserto nell’anima.

L’auto si allontana lentamente ed io guardo nello specchio retrovisore la famiglia che gia cammina di buon passo sull’erta pendice della collina.

Suona il cellulare...”... Si, Francisco, sono quasi arrivato... tra venti minuti sono lí... Ti ascolta qualcuno? C’é l´hai la fotocopia dell’offerta della concorrenza? Ok, Ok, aspettami che andiamo a pranzo insieme...”

Il rumore dell’auto su di giri copre la voce dell’interlocutore.

Ma quanto cazzo manca per Barquisimeto.... Maledizione!!.


Antonio Rubino

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