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Il tesoro del Gioia

Negli anni 70, durante il boom della musica Pop, fra i tanti cantanti stranieri che calarono in Italia, qualcuno dei miei coetanei ricorderà sicuramente una certa Sandy Show detta: "la cantante scalza". Si trattava di una graziosa ragazza londinese (a quei tempi gli artisti inglesi, grazie al fenomeno "Beatles" andavano per la maggiore) che, durante le sue esibizioni, cantava sempre e solo a piedi nudi. Tutti sapevano che si trattava di una trovata pubblicitaria di qualche discografico povero di idee, e che magari alla poveretta faceva anche schifo doversi sorbire tutta la polvere degli studi televisivi italiani, (senza contare raffreddori e influenze a cui sicuramente la povera ragazza andava incontro) ma la cosa funzionò e Sandy Show in quegli anni ebbe un discreto successo riuscendo a vendere un bel po’ di dischi. Molti anni prima che l’inglesina scalza scendesse in Italia, a Portoferraio ci fu un tizio che la precedette.

La sua scelta di non portare calzature, non fu una trovata pubblicitaria e nemmeno una stravaganza, ma la caratteristica esclusiva di un uomo che in qualche modo visse al di fuori dei canoni della cultura sociale del tempo, non sappiamo se per miseria, convinzione o abitudine, ma certamente non per esibizionismo, né per vendere dischi: il "Gioia". I lettori mi perdoneranno se mi servo delle parole del mio conterraneo Giuseppe Conti ma, nel suo bellissimo libro: "Tre api d’oro", con poco meno di duecentocinquanta parole e un’infinita sensibilità, è riuscito a tracciare un ritratto, pieno di umanità, di questo bizzarro personaggio:

"Sotto, tra le colonne del ponte, puntuale ogni giorno ci trovavi il "Gioia", con la sua barca sporca e catramosa. La barba bianca, le spalle massicce era là a raschiare il fondo del mare con la grossa cucchiaia dalla lunga pertica per recuperare carbone e rottami d’ogni genere caduti dai vagoncini e dalle benne, aiutato dal figlio che stava sui remi attento egli ordini del vecchio. Pareva Caronte con quel suo vecchio legno malandato sempre a far la spola tra il Molo del Gallo e il ponte Hennin. Era conosciuto in tutta l’isola come venditore di carbone e di rottami che faceva asciugare al sole stendendoli sul molo. Il Gioia dai modi bruschi, trascurato nel vestire, sempre scalzo d’estate e d’inverno, una specie di gigante dal cuore buono.

Non aveva mai calzato scarpe in vita sua! Per questo, sotto le piante dei piedi era andato formandosi uno spesso strato di "callo" che a prima vista, poteva essere scambiato per una suola di "para". Si racconta che un giorno, passando davanti all’officina di Menotti, si era fermato a discutere con i piedi sopra una sbarra di ferro arroventato, appena tolta dalla forgia e gettata lì per terra. Le piante del Gioia cominciarono subito a friggere esalando una nube di fumo biancastro dall’acre odore della carne bruciata. Egli annusava l’aria disgustato. "Lo senti che puzza?" Disse rivolto a Menotti "Deve essere qualche bastardo che ha acceso il fuoco con i cenci!" Riprese la sua strada lasciandosi dietro piccole nuvolette.

Il Gioia non era certo uno che se la passava bene. Come tanti, in quegli anni, si arrabattava. Si era inventato quel mestiere di strano carbonaio, riuscendo a vendere pezzi del prezioso minerale che, dai vagoncini del ponte Hennin, cadevano in mare nel tragitto verso gli altiforni dell’Ilva, l’enorme stabilimento siderurgico che, dall’inizio del secolo fino alla seconda guerra mondiale, diede una pennellata di apparente benessere al paese. Il Gioia era uno che viveva ai margini e grazie alle briciole di questo benessere. Ma il giorno magico della vita arriva per tutti ed un giorno arrivò anche per il Gioia

Innanzitutto, per i lettori che non conoscono Portoferraio, riferendomi alle parole del Conti, è necessario fare una piccola premessa, con annesse spiegazioni topografiche e storiche. Il molo del Gallo non è altro che il pontile che ogni imbarcazione, al momento di entrare nel porto vecchio, trova alla sua sinistra, ancora oggi i pescatori lo utilizzano per ormeggiare barche e barconi e per far asciugare le reti. Il ponte Hennin (dal nome del primo direttore dell’Ilva: l’Ing. Alphonse Hennin) invece, era un lungo ponte costituito da tralicci metallici, una costruzione considerata ardita per quei tempi, che si estendeva in mare per centinaia di metri, la cui funzione era quella di trasportare il carbone dalle navi all’interno dello stabilimento, per mezzo di piccoli vagoni. Durante il carico di questi vagoncini ed il loro tragitto verso gli altiforni, inevitabilmente una certa quantità di carbone finiva in mare, ed era qui che il Gioia operava, raccogliendo appunto il carbone perduto e fu qui che il Gioia trovò il suo tesoro.

Ma andiamo per ordine.

Era una fredda mattina di inverno. Solo da alcune ore la tramontana si era calmata lasciando il cielo limpidissimo e, a parte alcuni uomini del personale portuale che entravano ed uscivano dai magazzini, sul molo non c’era anima viva. Il freddo aveva scoraggiato chiunque ad aggirarsi lungo le banchine. Quella mattina il Gioia era uscito tutto solo con il suo barcone, il figlio, da due giorni, era a letto con la febbre. Remando lentamente si era spinto sotto il ponte e già da una buona mezz’ora, stava raspando il fondo tra i grandi tralicci.

In quel momento nessuna nave carboniera stava scaricando, di conseguenza la fila dei vagoncini era immobile. Il Gioia lavorava con calma e metodo. Conosceva bene quel tratto di mare da cui recuperava il carbone e difficilmente si spostava da esso. Quella mattina, tuttavia, si imbatté in una sorta di "filone" che si allontanava sulla sinistra del ponte. Sembrava quasi che qualche carboniera si fosse allontanata dall’ormeggio lasciando una scia del prezioso minerale.

Il Gioia la seguì.

Solo dopo una ventina di minuti si accorse di essersi allontanato di buoni sessanta metri dalla sua zona di "caccia", ma non se ne preoccupò e continuò a seguire il suo "filone" come un minatore esperto. Il Gioia immerse la cucchiaia per l’ennesima volta, il barcone si riempiva di carbone a vista d’occhio e al vecchio brillavano gli occhi.

Dentro di se sorrideva, avrebbe potuto comprare una gallina per fare un brodo caldo al figlio e forse pagare anche i medicinali presi a credito alla farmacia. Improvvisamente la grossa cucchiaia sbatté contro qualcosa di duro, il Gioia, a forza di andare a "caccia" di carbone ed altra mercanzia depositata sul fondo marino, era diventato talmente esperto nel maneggiare la pertica che, con due o tre colpetti riusciva a stabilire se si trattava di qualcosa di interessante e se valeva la pena di tirarlo su, ma quella volta restò perplesso.

L’oggetto aveva una forma strana o, perlomeno, insolita, almeno per essere uno dei soliti rottami che da anni quel fazzoletto di mare cacciava fuori. Il Gioia fece scorrere la punta della cucchiaia sull’oggetto come un cieco saggia la strada da percorrere con il suo bastone: sembrava una cassa da morto! Per un momento ebbe paura, poi sentì la consistenza del metallo, si rassicurò e la curiosità prese il posto della paura.

Ma come recuperare l’oggetto misterioso?

Fece scorrere la pertica per tutta la sua lunghezza e per due volte incontrò delle sporgenze che sembravano due anelli ovali. Due maniglie? Ritirò la pertica, e ne mise in mare un’altra munita di arpione con una corda fissata alla punta. Con l’arpione fece passare la corda attraverso entrambi gli anelli. Non ci volle molto, in fatto di piccoli recuperi marini il Gioia era un’autorità.

Una volta agganciato l’oggetto e ritirato l’arpione, provò a tirare. Al terzo strattone l’oggetto si liberò dal fango, si trattava di qualcosa di molto pesante, ma la corda resse e le braccia del vecchio erano robuste e decise.

Dopo soli venti minuti il Gioia, con i pugni sui fianchi, si trovò a rimirare il frutto dei suoi sforzi: adagiata sul fondo dell’imbarcazione una lunga cassa metallica, stranamente priva di incrostazioni marine, ma anche di qualsiasi segno di riconoscimento, occupava buona parte dello spazio disponibile. Il Gioia decise che per quel giorno il lavoro era finito, anche perché moriva dalla curiosità di aprire la misteriosa cassa, perciò si mise ai remi e ritornò al molo del Gallo.

Ormeggiato il barcone, lasciò il carbone sull’imbarcazione, caricò la cassa sul suo carretto, la trasportò fino al seminterrato che gli serviva da magazzino e si chiuse dentro. Senza perdere tempo tentò subito di aprire la cassa con un piede di porco, erano le quattro del pomeriggio. Alle sei, dopo una serie interminabile di bestemmie e un numero imprecisato di tentativi, la cassa era ancora chiusa. Alle sette la moglie venne a chiamarlo per la cena, la cacciò con un urlaccio. Alle nove, senza che il Gioia riuscisse a capire come, la cassa si aprì.

L’interno era perfettamente asciutto, la cassa aveva un sistema a chiusura stagna e il contenuto non fece altro che aumentare la perplessità del vecchio.

Smontato nelle sue parti, sistemate in appositi scomparti antiurto, perfettamente lubrificato e sicuramente in piena efficienza, giaceva un cannone!

Non si trattava certo di un obice di grosse dimensioni, ma il Gioia aveva fatto la guerra (guarda caso) in artiglieria e conosceva abbastanza bene obici e mortai. Lo tirò fuori dalla cassa, era leggerissimo, lo rigirò guardandolo con attenzione, sembrava uscito di fabbrica da cinque minuti, ma era privo di qualsiasi targhetta o altro segno di riconoscimento. Sotto di esso, alloggiati in altrettanti scompartimenti, trovò quattro stranissimo proiettili.

Provò a montarlo, non gli ci volle molto, alla fine la perplessità del Gioia non fece che aumentare.

Anche se riconosceva perfettamente in quell’ordigno un cannoncino, si trattava comunque di un tipo di arma a lui sconosciuta. La mattina successiva si alzò prestissimo, caricò il cannoncino sul carretto, lo coprì con uno strato di rottami e uscì nella notte. Doveva capire che tipo di arma si trattava, per questo aveva deciso di provarla e per farlo aveva scelto una piccola valle subito fuori il paese. Arrivato sul posto scaricò il cannoncino, lo piazzò sul treppiede, lo caricò e lo puntò su di una parete di roccia che distava meno di quattrocento metri.

Si guardò intorno, respirò a fondo e fece fuoco.

Il cannoncino emise un rumore soffocato, quasi un sibilo, dopo una frazione di secondo un boato squarciò la notte, la parete di roccia si frantumò in un’enorme massa di detriti rovinando verso la valle e oscurando tutto in una gran nuvola di polvere.

Il Gioia fu assalito dal terrore.

In pochi secondo sistemo di nuovo il cannoncino sul carretto, lo ricoprì di rottami e, come una lepre, ritornò velocemente al paese. Una volta nascosto il cannone nel magazzino, attese un paio d’ore, uscì di nuovo, scese al molo del Gallo e, come ogni giorno, con il suo barcone si spinse sotto al ponte Hennin.

Ovviamente l’esplosione fu avvertita da tutto il paese, mille supposizioni farcirono i discorsi nelle osterie, nelle botteghe ma, soprattutto, nel mercato. Chi parlava di attentati, chi di furto di esplosivi Fu fatta anche un’inchiesta, i carabinieri fecero delle ricerche accurate, ma non se ne venne a capo di nulla e l’esplosione rimase un mistero.

Il caso volle che in quei giorni, dopo una serie di lunghe trattative andate a vuoto, tra la direzione dello stabilimento e le maestranze si fosse creato un forte attrito, l’aria si era scaldata e dopo alcune dimostrazioni, due cortei, una serie di sberle e qualche manganellata della polizia, fu deciso uno sciopero. Non erano cose che riguardavano il Gioia ed, anche se in casi come questo si bloccava il carico del carbone, la sua "pesca" non cessava mai. Una sera, al terzo giorno di sciopero, qualcuno bussò alla porta del magazzino. Il Gioia trasalì, non era mai successo!

"Chi è?" Bofonchiò con il suo vocione burbero.

"Amici".

Ci pensò un attimo poi aprì la vecchia porta facendo un gran baccano con il catenaccio. Nella stanzaccia, male illuminata, entrarono una decina di facce poco raccomandabili. Li conosceva uno per uno davanti a se aveva il comitato di agitazione degli operai dell’Ilva al completo. Praticamente il "cervello" dello sciopero.

"Stammi a sentire," il tono di Gaetano, uno degli operai anziani, non era dei migliori, "... ci serve il cannone!"

Il Gioia non mosse un muscolo, ma dentro di se trasalì: "Ma come fanno a sapere del cannone?" Poi ci ripensò. "Figuriamoci quelli che mi hanno visto non se ne sono certo stati zitti!"

Decise di fare il finto tonto: "Quale cannone?"

Gli uomini si guardarono tra loro: "Non fare il finto tonto, lo sappiamo chi è stato a provocare l’esplosione l’altra notte!"

"E allora andate a chiedere il cannone a lui!"

Uno degli uomini fece un passo verso il Gioia, ma Gaetano lo trattenne.

"Stammi a sentire..." Gaetano fece una pausa, "Per domani abbiamo organizzato un corteo che arriverà davanti ai cancelli principali. Quel farabutto del direttore ha già detto che farà picchettare l’entrata dalla polizia e ha detto che se qualcuno tenterà di forzare il picchetto, ordinerà alle forze dell’ordine di sparare".

"E voi volete cannoneggiare la polizia?"

"No, ma dobbiamo essere in grado di rispondere al ricatto, puntiamo il tuo cannone contro una struttura importante dello stabilimento in modo che la direzione, sentendosi minacciata, mandi via la polizia e riapra il negoziato con la commissione interna."

Il Gioia rimase in silenzio. Gaetano si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.

"Ascoltami, vogliono licenziare più di venti operai mentre, per i campi di colata e per il carico, ne occorrono almeno quindici in più. Se riusciamo a dimostrare che siamo decisi e non stiamo scherzando, la commissione interna si impegnerà per farti assumere."

Il gruppo degli uomini dietro Gaetano annuì. Il Gioia rimase di stucco, non aveva mai avuto un lavoro e non aveva idea di cosa volesse dire ricevere un regolare stipendio ogni mese.

"È dentro il carretto, prendetelo e sparite!" Bofonchiò voltandosi e dando le spalle al gruppo.

Come spinti da una molla gli uomini vuotarono il carretto dai rottami, si impossessarono dell’arma e uscirono di corsa. L’ultimo fu Gaetano che, fermatosi un attimo sulla porta, si volse come per dire qualcosa, ma ci ripensò e un secondo dopo era sparito anche lui.

La mattina dopo il Gioia andò allo stabilimento.

Un centinaio di operai aveva già formato una barricata umana ad una trentina di metri dal cancello principale dello stabilimento, dietro il quale stavano asserragliati una cinquantina di poliziotti armati fino ai denti.

Al centro il direttore che parlamentava con tre operai della commissione interna che, in quel momento, si erano avvicinato a cinque metri dal cancello. La scena per altri dieci minuti non mutò. Poi i tre operai indietreggiarono rientrando nel gruppo. Nello stesso momento si udì un colpo soffocato, subito dopo un’esplosione dalla parte del ponte Hennin che sollevò un’altissima colonna d’acqua.

Il Gioia sobbalzò: avevano sparato un colpo di avvertimento con il suo cannone!

I poliziotti, dopo alcuni secondi, di sbigottimento, cominciarono a sparare sul gruppo dei dimostranti per fortuna senza colpire nessuno, anche perché il gruppo si era disperso e si stava spostando, alla spicciolata, sulla banchina dov’era stato piazzato il cannone. Il Gioia li seguì e, con orrore, vide l’arma puntata contro il ponte Hennin.

"Cosa fate?" Urlò il Gioia.

"Non ti preoccupare, se il direttore fa ancora il duro gli buttiamo giù il ponte a cannonate!" Ghignò uno degli operai.

Il Gioia non ci pensò un secondo. Grosso com’era gli bastò agitare le grandi mani per farsi spazio, afferrò il cannone lo sollevò e, con rabbia lo sbatacchiò sul cemento della banchina. Al terzo colpo il cannone era già un rottame, al quarto era irriconoscibile, il quinto non ci fu perché l’ordigno si trovava già in mare a otto metri di profondità, proprio nel momento in cui arrivarono i poliziotti.

"Chi ha sparato?" Urlò il comandante, "Se non salta fuori il colpevole vi faccio arrestare tutti!"

Istintivamente parecchi occhi si voltarono verso il Gioia. Il comandante si avvicinò al gigante e lo guardò, sapeva benissimo che non poteva essere stato lui, ma doveva recitare la parte.

"Sei stato tu a sparare contro il ponte?"

Il Gioia lo guardò stupito: "Io? E dopo dove andrei a raccogliere il carbone?

Il comandante lo guardò a lungo poi, con una serie di ordini secchi, richiamò gli uomini e si allontanò con loro. Il Gioia guardò gli operai con due occhi che sparavano fiamme.

Sputò per terra. Nessuno ebbe il coraggio di guardarlo in viso.

Il giorno dopo la direzione dello stabilimento annunciò ufficialmente la decisione di non dare seguito ai licenziamenti programmati.

Successivamente informò le maestranze dell’intenzione di appaltare una serie di lavori di ristrutturazione di una parte degli impianti, impegnando così altra mano d’opera da assumere fino al termine dei lavori.

Quel qualcuno che incontrando il Gioia ebbe il coraggio di dirgli: "Hai visto?" ricevette per risposta uno sputo per terra, questo perché il vecchio non era così maleducato da sputare in faccia alla gente.

Non si sa chi, due giorni dopo fece arrivare a casa del Gioia una magnifica gallina, insieme a parecchie altre derrate alimentari, né chi pagò il conto della farmacia.

Si sa solo che da quel giorno nessuno osò più disturbare il Gioia.

Tutto il paese rispettò il vecchio che continuò ancora per altri anni a navigare indisturbato sotto i piloni del ponte Hennin.

Altri tempi, altri uomini.

Uomini che nella loro vita avevano conosciuto solo la lotta giornaliera per affrancarsi dalla miseria.

Uomini nei confronti dei quali la vita era stata avara di benessere, ma generosa di dignità.

Uomini di ferro. Figli di quel metallo che generazioni di minatori, per millenni e con fatica, avevano cavato dall’antico cuore dell’Isola e che, attraverso il sudore, si era trasfuso nelle loro membra, andando a costituire la loro incredibile fibra.

Qualcuno racconta che nelle notti d’inverno, si veda ancora il barcone del vecchio Gioia navigare nelle acque dove una volta c’era il vecchio ponte, ma questo non è vero, oggi al posto di quelle acque c’è una grande banchina dove al posto delle vecchie e lente carboniere attraccano i nuovi veloci traghetti per il continente.

Oggi il fantasma del Gioia rivive, ma solo nei ricordi dei nostri vecchi.

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