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Carcassi:
ovvero l'ultima corsa di un grande campione

Quell’anno Carcassi aveva vinto quasi tutto e l’unico avversario rimasto ad insidiargli il primo posto nella classifica del campionato mondiale dei fuoriclasse, era il Barone Herman Von Kobler che, nella prima guerra mondiale era stato assistente di volo del Barone Rosso.

I due campioni erano così rimasti da soli a contendersi il titolo nell’ultima prova del campionato: la Parigi-Pompei-Parigi, con giro turistico del Vesuvio, del 1946.

Il Barone quell’anno correva con una mostruosa Wolsky ad un cilindro solo con il diametro di un metro e venti a petrolio, talmente potente che in prima riusciva a scalare la parete nord-est del Cervino, senza neanche l’aiuto di una guida alpina.

Carcassi quell’anno scendeva in gara con una Caproni-Vaccari L457, dove il numero indicava i cilindri e la lettera il tipo di carburante: la legna. Molti tenevano d’occhio la macchina del campione, tanto che quell’anno fu oggetto di un mistero mai risolto: dalla cassaforte di Carcassi un bel giorno sparirono i piani di costruzione dell’auto, nessuno ne seppe mai niente, non sono sicure neanche le voci che, riportate dai testi storici, circolano riguardo al ritrovamento degli stessi piani avvenuto alla fine degli anni cinquanta, a Cape Canaveral nel cassetto della scrivania dell’ufficio di Werner Von Braun, anche perché sembra che qualcuno, con la scolorina, avesse cancellato ‘Caproni–Vaccari L457’ e ci avesse scritto sopra: ‘Aereo-razzo sperimentale X15’.

Ma, a parte la macchina, la vera forza di Carcassi era la sua squadra tecnici: c’era Baldassarre il meccanico, un baldo giovane sull’ottantina, che impiegava quaranta secondi e tre decimi a smontare e rimontare il motore dell’auto e sedici ore e ventisette minuti ad avvitare i bulloni.

Poi c’era Melchiorre il gommista, famoso perché una volta era riuscita a cambiare una gomma in corsa cavalcando un magnifico purosangue arabo, tanto che quando Jhon Ford vide la scena, la riprese e la inserì in ‘Ombre Rosse’.

La scena in seguito fu tolta in quanto la censura giudicò osceni gli atteggiamenti che Melchiorre assunse quando, accortosi di essere ripreso, si accinse a fare uno spogliarello che una volta aveva visto fare a sua sorella, a otto anni, spiandola dal buco della serratura.

Infine c’era Gaspare, il secondo di Carcassi, famoso per quella volta alla Riosecco-Melbourne quando, durante l’attraversamento della savana africana, per spaventare una mandria di elefanti inferociti, che minacciavano di travolgere l’auto del campione, cantò tutta l’overture del barbiere di Siviglia, il quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven e un personale arrangiamento del canto giavanese della siccità, plagiato cinquant’anni dopo da un certo Marco Masini con il titolo di ‘Vaffan’culo’.

Ci fu anche qualcuno che cercò di sparlare del team di Carcassi, ma il Campione mise subito a tacere quelle voci, anche perché si venne a sapere che solo Melchiorre aveva avuto rapporti con un giovane rivoluzionario ebreo capellone, che si era aggirato per qualche tempo per i paesi del medio oriente.

Quella mattina Parigi era gremita di gente, tutti volevano assistere alla partenza, ma ciò che attirava di più il pubblico erano le spacconate che i due campioni facevano alla partenza di ogni gara, per smontare il morale degli avversari.

 Come quella volta alla Lisbona-Pieve di Cadore-Istambul, alla cui partenza il Barone, con un solo respiro, gonfiò tutte e quattro della sua mostruosa Abner a diciassette cilindri e quattordici piramidi.

Il campione non fu da meno, con una mano sola prese il volante e ne fece un ritratto di Mussolini di profilo, il Barone a quel punto s’incazzo come un beduino al quale hanno sostituito il cammello preferito con una panda, afferrò lo striscione della partenza e ne fece un tailleur da sera che tra l’altro riscosse un notevole successo ad una sfilata parigina.

Ma Carcassi si stancava subito di quelle spacconate ed anche quella volta riprese ad occuparsi dei i preparativi per la partenza.

Finalmente fu dato il segnale di ‘pronti’, meccanici e tecnici abbandonarono le auto, la tensione era enorme, sul luogo della partenza, nonostante l’immensa folla, scese un silenzio di tomba tanto che si sentì distintamente il ronzio di una mosca.

Un milione di occhi per un attimo seguirono il volo dell’insetto.

Il Barone prese la mira, lanciò uno sputo, mancando la mosca, ma investendo venticinque spettatori, sette dei quali annegarono, gli altri furono salvati da una petroliera portoghese che incrociava nei paraggi.

Finalmente il via fu dato, i motori delle due potentissime macchine rombarono e le ruote posteriori, data l’enorme potenza, scavarono una colossale buca lunga venticinque chilometri e larga sedici nella quale poi furono ritrovati: una necropoli romana del quarto secolo a.C., i resti mummificati di un operaio del metrò di Parigi, e il Prof. Mc Intosh, eminente archeologo inglese, perdutosi nel lontano 1931 nelle grotte di Postumia il quale da quindici anni vagava per il sottosuolo alla ricerca di un’uscita.

Carcassi prese subito la testa della corsa infliggendo al Barone un distacco di quattromila chilometri passando per il Sahara seguendo una scorciatoia nota solo a lui, ma qui per il Campione cominciarono i guai.

Il primo fu costituito da un attacco da parete di un’orda di banditi libici, ma questo fu risolto brillantemente da Carcassi che riuscì a farseli amici offrendo loro cinquecento copie del ‘Manuale delle giovani marmotte” e settecento immagini di Padre Pio benedicente con dedica.

Il secondo fu costituito dai miraggi, e qui fu veramente un guaio poiché da prima apparve De Gaulle nudo a cavallo e qui il Campione dovette trattenere il suo secondo che, credendo di vedere Lady Godiva, si era già mezzo spogliato e stava già per buttarsi.

Poi apparve, non si sa bene se un tirannosaurus rex vestito da generale della marina americana, oppure il generale Pattom in uno dei suoi leggendari sfoghi, fatto sta che il miraggio impose un ‘sull’attenti” di tre ore a Carcassi e al suo secondo riuscendo a far sudare copiosamente i due, tanto che dopo solo un’ora si formò, intorno ai piedi, un’aiuola di begonie rosse.

Infine apparve una carovana di quei trattori noti come ‘gatti delle nevi’ utilizzati nelle spedizioni polari.

Carcassi, per dimostrare a se stesso e al suo secondo che si trattava di un ennesimo miraggio, vi si gettò contro con tutta la potenza della sua Caproni-Vaccari.

Il cozzo fu tremendo, in quanto, invece di un miraggio, si trattava della spedizione del Conte De Prosperi che, partita per fare rilevamenti meteorologici nell’artico, per un’indicazione sbagliata datagli da un pescatore norvegese ubriaco, si era ritrovata in pieno Sahara, ma il guaio era che il Conte, essendo un esaltato e non volendo ammettere il suo errore, imponeva agli uomini di tenere indosso le pesantissime pellicce di foca dalle quale emanava un forte odore di bollito misto.

Come dicevamo, il cozzo fu tremendo, ciò spiega come quattro giorni dopo sulla spiaggia di Copocabana in Brasile caddero in sequenza: Carcassi, il suo secondo, la Caproni-Vaccari, tre gatti delle nevi, otto cani da slitta e il Conte De Prosperi.

Il caso volle che in quel periodo impazzava il carnevale di Rio de Janeiro, così i brasiliani, vedendo cadere dal cielo tutta quella faccenda e credendo in qualche macumba in offerta speciale, si appropriarono della macchina del campione e ne fecero uno dei più bei carri della sfilata delle scuole di samba.

Chi ci guadagnò fu il Conte De Prosperi poiché fu eletto reginetta della festa e fatto sfilare per tre giorni consecutivi per tutta Rio riscuotendo un grande successo, ciò gli premise di fare una lunga serie di spot pubblicitari per una famosa marca di caffè e con il ricavato fu in grado di riprendere la sua spedizione in Antartide.

Il Barone intanto, approfittando del fatto che Carcassi era rimasto bloccato dal carnevale di Rio, stava spingendo la sua Volsky come un forsennato per la steppa russa e si andava paurosamente avvicinando a Mosca, la prima delle numerose tappe, rischiando di infliggere al campione una pesante sconfitta, ma a Carcassi interessava solo la vittoria finale, così il Barone, accolto da una folla acclamante fece il suo ingresso nella capitale russa.

Carcassi, non disse una parola, si ritirò nell'albergo destinato ai partecipanti, si rinchiuse nella sua camera e si immerse nello studio delle tattiche da seguire nelle tappe successive.

Il Barone era un vizioso e si dette ai bagordi.

Come aperitivo si bevve sei ettolitri di vodka, mangiò tre montoni, ballò la ciarda per due ore e ruttò per un’ora, ma i guai vennero quando volle a tutti i costi entrare al Bolscioi, il famoso teatro dove si esibiva l’altrettanto famoso balletto russo, qui il Barone rimase talmente impressionato che, con un salto, salì sul palcoscenico ed eseguì: il lago dei cigni, la danza delle spade e Giselle, riscuotendo un discreto successo, ma il bello venne quando tentò di prendere la prima ballerina, che pesava duecentotrenta chilogrammi, al volo.

La ballerina spiccò un salto cadendo di peso sul Barone, i due sfondarono il palcoscenico, le fondamenta del teatro e provocarono, data la mole della ballerina, una notevole buca dalla quale zampillò un liquido nerastro creduto dapprima petrolio, ma accompagnato da un caratteristico puzzo che fece calmare subito gli entusiasmi del direttore del teatro che in due minuti e quaranta secondi, aveva già firmato quattro contratti con altrettante compagnie petrolifere.

Il Barone finì la notte a giocare a guardie e ladri con i topi russi che, come sostenne lo stesso Barone, erano sleali e mancanti di tatto.

La mattina dopo tutto era pronto, le auto in perfetta efficienza, i contendenti in perfetta forma.

Il pronti fu dato e il solito impressionante silenzio di tomba scese sul luogo della partenza, ma questa volta le mosche si guardarono bene da circolare nei paraggi.

Il via fu dato, le auto sfrecciarono sollevando un’altissima colonna di terriccio che, catturata da un tornado che aveva sbagliato continente, fu trasportata tutta quanta in Manciuria andando a cadere proprio sopra il Prof. Mac Intosh, eminente archeologo inglese che, dopo aver impiegato quindici anni per uscire dal sottosuolo, si ritrovò di nuovo sepolto nel sottosuolo.

Il tracciato della gara avrebbe condotto i due piloti tra i ghiacci della Groenlandia, ma per alcuni mesi dei due contendenti non se ne seppe più nulla, finché un giorno a El Paso, in pieno deserto, una valanga investì un villaggio dei discendenti degli antichi Sioux, la valanga conteneva: Carcassi, il Barone, le due macchine, trentacinque orsi bianchi, sette foche, un numero imprecisato di pinguini, quattro guide alpine e il Conte De Prosperi che piangeva come un bambino in quanto, come sosteneva lui, per una volta che gli era riuscito di trovare la via per il polo, era stato riportato indietro da un maledetta valanga.

L’avvenimento risvegliò l’indole bellicosa dei Sioux che catturarono sia uomini che animali e li sottoposero a tremende torture.

I prigionieri infatti furono costretti a fare da scendiletto a Quattro ossa, il capo della tribù e riuscire a baciare Luna d’argento, un singolare incrocio tra uno zebù africano, uno struzzo cileno e una zanzara svizzera, la quale poi risultò essere la figlia dello stesso Quattro ossa.

Le cose alla fine si misero bene poiché Luna d’argento si innamorò e sposò un dei tre orsi bianchi così, per festeggiare l’avvenimento, furono liberati tutti i prigionieri, in questo modo il Barone e Carcassi, senza porre altro tempo in mezzo, poterono riprendere la gara interrotta.

Il matrimonio in seguito si rivelò felice in quanto l’orso bianco risultò essere lo stesso Conte De Prosperi il cui pianto gli si era gelato addosso dandogli un aspetto animalesco.

Oggi la coppia vive felice a Marsiglia dove il Conte fa l’addetto alle relazioni pubbliche all’ambasciata islandese e Luna d’Argento il facchino al porto.

La classifica, dopo la tappa in Groenlandia vide i due contendenti alla pari, dato l’arrivo insieme dentro la valanga, così la gara era ancora tutta da giocare.

Il giorno successivo la solita enorme folla gremiva la partenza, il cronometro scandiva i secondi, il via fu dato e un enorme boato sconquassò l’aria, quindicimila perone se la fecero addosso dalla paura e un notevole puzzo di cacca coprì sette chilometri quadrati, questa volta le mosche si mangiarono le mani per non aver partecipato.

Le ruote delle due macchine cavarono la solita enorme buca nella quale furono trovati i resti delle pantofole di Ramsete II.

Questa volta per il Prof. Mc Intosh, eminente archeologo inglese, la partenza delle due macchine fu una fortuna in quanto furono accelerati i lavori di scavo sul mucchio di terra in Manciuria per liberarlo ed inviarlo sul luogo del ritrovamento.

Carcassi e il Barone, stavano sfruttando al massimo le risorse delle due auto, senza riuscire a distanziarsi di un millimetro l’uno dall’altro, entrambi si stavano avvicinando come fulmini a Pompei, per la prova speciale consistente in un giro sul Vesuvio.

Al Campione toccò condurre in escursione una comitiva aziendale di Pordenone, Carcassi concluse l’escursione sul vulcano a passo di corsa e piantò i gitanti presso la pizzeria “Da Gaetano O’zozzone” sul Vomero, dal quale riscuoteva delle discrete percentuali.

La cosa sollevò numerose proteste presso l’azienda si soggiorno, ma il campione non vi badò, saltò sulla sua macchina e partì come un razzo.

Il Barone si trovò ad accompagnare in gita una combriccola di commercialisti cinesi che gli fecero perdere del tempo prezioso obbligandolo a tradurre parola per parola ‘Furnicolì Furniculà” in mandarino imperiale (inflessione bergamasca di sotto).

Il Barone, dato il suo scarso vocabolario cinese, disse una cosa per un'altra e si ritrovò sulla cima del Vesuvio circondato da trecentocinquanta seguaci di Confucio decisi ad annodargli l’esofago.

Fortunatamente, grazie all’intervento delle forze armate americane, i cinesi furono bloccati e il Barone poté riprendere la corsa.

Velocemente raggiunse la sua auto, la mise in moto e partì come un siluro, la solita enorme colonna di terriccio sollevata dalla macchina del Barone fu catturata dal solito tornado distratto che andò a scaricarla a El Paso e quella fu l’ultima volta in cui si sentì parlare del prof. Mc Intosh, eminente archeologo inglese.

Intanto il Barone, dando fondo a tutta la potenza del motore, era riuscito a raggiungere Carcassi.

Quello era il momento in cui i due piloti davano il tutto per tutto.

Il Barone cominciò a far bruciare i pezzi della carrozzeria per aumentare la potenza, Carcassi invece li gettava via per alleggerire la macchina.

Le due auto si affiancarono, al Barone saltarono tutte le sospensioni, a Carcassi i sedili e il cofano, finché, sulla dirittura di arrivo, apparvero i due mostri sacri delle corse automobilistiche.

Il Barone seduto sulla coppa dell’olio sostenuta da quattro cuscinetti che, con la barra dello sterzo, remava alla volta del traguardo.

Carcassi in piedi a cavalcioni sulla ruota di scorta con Gaspare sulle spalle, tanto che quando Orfei li vide propose al secondo di Carcassi un contratto che in seguito lo rese famoso come funambolo negli esercizi con i cerchi e con i piatti di lasagne al forno.

Ma proprio sulla linea di arrivo al Barone si ruppero i cuscinetti e Carcassi, accompagnato dagli urli di una folla delirante, tagliò il traguardo.

Il Barone, senza dire una parola, sparì dalla circolazione.

Si dice che scappò in Mongolia con una ballerina tailandese, e che per alcuni anni infestò il Mar Caspio alla testa di un’orda di pirati altoatesini, oggi sembra che sia diventato un ricco allevatore di bovini nel Queensland.

Carcassi dopo aver vinto la Parigi-Pompei-Parigi, si ritirò dalle corse e andò a porre il suo nome tra le glorie imperiture dell’automobilismo di tutti i tempi.

 

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