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La vera storia di Mago Chiò

Chi è nato a Portoferraio sa chi era Mago Chiò, i più giovani magari ne hanno sentito pronunciare il nome appena una volta e a chi non è nativo della cittadina elbana sicuramente il nome risulta nuovo, comunque, per tutte e tre le categorie riepilogherò ciò che la storia ufficiale racconta.

Mago Chiò era quello che oggi chiameremmo “barbone”, in pratica uno di quei poveracci che nelle campagne chiamano allocchi.

Era un tipo di media statura né magro né grasso e, sebbene avesse una corporatura piuttosto goffa, la sua andatura appariva dinoccolata, agile e slegata, con braccia lunghe e gambe muscolose. Viveva di piccole rapine campestri e furtarelli ma, dovunque andava, prima di rubare, si annunciava dando fiato ad una vecchia tromba.

I contadini lo lasciavano fare. Si comportava in modo stravagante e sicuro di sé, ma ciò che lo caratterizzava era l’originale abbigliamento che lo distingueva dai comuni mortali.

Indossava una vistosa casacca bianca che teneva legata in vita con una vecchia corda. Incarcato in testa portava un berretto nero, una specie di colbacco, che teneva legato sotto il mento. Alla cintura teneva appesa una gavetta nella quale era contenuta della vernice bianca.

Ma a che cosa gli serviva, direte voi? Quella vernice, in pratica, era l’inchiostro della sua pazzia.

Sì, perché Mago Chiò voleva essere famoso a tutti i costi e per questo, sfruttando la sua innata abilità di scalatore con particolari capacità di equilibrista funambolo, si arrampicava sulle più alte mura dei fari, delle fortezze, dei castelli e delle torri, imponendosi all’attenzione dei suoi contemporanei.

Le sue spericolate e straordinarie imprese ascensionali, in particolare quella del duomo del Brunelleschi a Firenze e della torre degli Asinelli a Bologna, lo portarono alla ribalta delle cronache dell’epoca.

Ma Mago Chiò, non contento delle sole arrampicate, usava scrivere il suo nome su quelle antiche mura a lettere cubitali, quasi a voler suggellare le sue imprese, ad imprimere il suo marchio, raggiungendo così lo scopo principale della sua breve esistenza: attrarre e impressionare il prossimo, come fece poi anche attraverso il suo singolare suicidio consumato per amore di una donna di malaffare.

Ma pochi sanno come andò la storia e io ve la voglio raccontare.

Francesco Grassi (questo era il suo vero nome) nacque il 1° marzo del 1867 nell’antica via dell’Oro al numero tre, ma tutti lo conoscevano e lo chiamavano “Mago Chiò” (Mago Chiodo), si trattava di un soprannome, che egli stesso si era dato, infatti, a chi gli domandava la provenienza, egli rispondeva con il suo stile sgrammaticato «Chiò Mago è un nome dato da me, significherebbe andando in qualunque pericolo di vita, in qualunque altezza che possa restare incredula al popolo!»

Il padre Marco, bracciante emigrato con la moglie dal Lombardo Veneto dopo l’unificazione d’Italia, era approdato in Maremma e poi all’Elba. A causa del lavoro saltuario e mal pagato i Grassi vivevano in estrema povertà e questa triste condizione era resa ancora più drammatica dal fatto che Marco Grassi, quando riusciva a racimolare un centesimo, lo trasformava subito in vino all’osteria dello Sbarra.

La situazione precipitò quando la moglie Maria mise al mondo, uno dopo l’altro, tre maschi. I tre fratelli avrebbero in seguito costituito il trio più caratteristico e scanzonato di tutto il paese.

Dopo Francesco, che era il primogenito veniva il “Micco” e quindi il “Cavalier Jenny”.

Data la precaria situazione economica e il clima con il quale si viveva in casa, Francesco non resistette più di tanto alla fame e alle botte che, insieme alla madre e ai fratelli, si doveva prendere tutte le volte che il padre rientrava a casa ubriaco fradicio.

Era ancora un bambino quando decise di lasciare la famiglia e di entrare nella leggenda.

Quando Francesco, alias Mago Chiò, vide per la prima volta Eleonora, era al culmine della fama, le cronache non ci dicono se si trattò di un colpo di fulmine o se l’attrazione montò inesorabilmente come una tazza di panna montata, fatto sta che Mago Chiò se ne innamorò e da quel momento non riuscì più a togliersela dalla mente.

Si dice che Eleonora fosse una donna di malaffare, ma le cronache nulla rivelano sul fatto che fosse una semplice prostituta o una ragazza di facili costumi oppure di una mantenuta d’alto borgo, certamente era molto graziosa.

Una volta caduto nel vortice dell’innamoramento Mago Chiò stabilì che, un personaggio come lui, non poteva certo dichiarare il suo amore come un comune mortale, doveva farlo con una delle sue imprese, scrivendo magari il nome dell’amata sulle antiche mura Medicee che circondavano la parte alta del paese, magari sul bastione dalla parte del faro, in un punto impossibile da ignorare, specialmente da parte dei passeggeri delle navi che costeggiavano la scogliera del Grigolo per entrare o uscire dalla rada di Portoferraio.

Ma c’era un problema: Mago Chiò era analfabeta.

L’unica cosa che sapeva scrivere era appunto il suo nome di battaglia. Sì, certo, poteva farsi insegnare a scrivere il nome della donna amata, ma un conto era provare a farlo su di una pagina di quaderno, un conto era tracciare lettere di otto metri sulla parete di una fortezza e Mago Chiò non riusciva ad ingrandire mentalmente le lettere tracciate precedentemente in piccolo su di un foglio.

Ci si mise d’impegno, si fece anche tracciare il nome “Eleonora” su un grande cartone dal suo amico pittore Telemaco , in modo da potersi esercitare a copiarlo più volte fino ad essere in grado di trascriverlo a lettere gigantesche sul bastione del faro. Solo così la sua amata avrebbe capito. Ma Eleonora non capì.

Le chiacchiere in un paese vanno più veloci di Vil Coyote quando insegue Beep Beep, per questo, quando il progetto di Mago Chiò arrivò alle orecchie di Eleonora, la ragazza fece di tutto per incontrare il singolare individuo.

Il giorno che glielo indicarono Eleonora scoppiò a ridere: «E quella specie di netturbino russo sarebbe il famoso Mago Chiò?»

Quella volta lui era distante almeno una trentina di metri dalla ragazza, ma notò subito la reazione perché era la prima volta che gli occhi di lei incontravano i suoi, anche se con un pessimo risultato.

Eleonora, con la sfrontatezza che la distingueva gli si avvicinò, era una ragazza di vita e gli uomini non le incutevano certo timore.

«Voi siete il tizio che in giro chiamano Mago Chiò?»

«Sissignora!» Rispose lui con la bocca impastata, ma a testa alta.

«Siete quello che scrive il proprio nome sui muri?»

Alcuni passanti, conoscendo i due tipi, si erano fermati incuriositi a sentire la conversazione.

«Non sui muri, ma sulle fortezze, sui castelli e sui campanili!» Precisò con fierezza Mago Chiò.

«Ah sì? E che differenza c’è? Andate ad imbrattare dei muri un po’ più alti!» Ribatté Eleonora con un sorrisetto malizioso.

«Sui campanili e sulle fortezze c’è pericolo di vita, sui muri no!»

«E che cosa scrivete sulle fortezze?»

«Mago Chiò.»

«E scrivete sempre il vostro nome?»

«No.»

«E che cosa scrivete?»

«Il vostro!»

Eleonora per un attimo rimase colpita dalla franchezza, ma riprese subito il suo tono provocatorio avvelenandolo ulteriormente.

«E lo sapete scrivere?»

Il baffo di Mago Chiò sussultò un attimo, Eleonora se ne accorse e rincarò la dose «Vi siete esercitato? Perché non me lo scrivete ora su quel muro?»

I passanti che, conoscendo i due individui, si erano fermati a seguire la discussione, stavano ridacchiando, ma la risposta di Mago Chiò riportò la serietà su tutti i visi compreso quello di Eleonora.

«Io vi voglio bene e scriverò il vostro nome sulla fortezza del faro!» Poi girò sui tacchi e se ne andò.

La sera stessa tornò dal suo amico Telemaco e lo pregò di scrivergli alcune parole su di un grande cartone, il pittore lo accontentò, ma volle metterlo in guardia: “Francesco,” era l’unico che lo chiamasse per nome «… lasciala perdere, non è la donna per te, non ti merita!»

«È bella e io le voglio bene.»

Quella notte si udirono alcuni squilli di tromba dalla parte della fortezza Medicea, quella del faro, proprio sopra la scogliera del Grigolo.

La storia di Eleonora si era sparsa rapidamente per il paese e tutti sapevano del progetto di Mago Chiò, ecco perché quella mattina furono in parecchi ad andare a vedere che cosa c’era scritto sul bastione, ma rimasero delusi. La sola traccia lasciata da Mago Chiò era un’unica striscia bianca verticale di circa dieci metri. Poteva essere l’inizio della “M”, oppure quella della “E” di Eleonora, oppure chissà che altro. Appena la ragazza lo seppe volle andare a vedere la striscia bianca e subito dopo, con un ghigno sulle labbra, fece in modo di incontrare “per caso” Mago Chiò.

«Non siete ancora riuscito ad imparare il mio nome?» Gli chiese appena lo vide.

Mago Chiò non batté ciglio «Domani vedrete, ma non scriverò il vostro nome»

Eleonora parve non sentirlo e continuò «In ogni modo sbrigatevi a scriverlo, perché domani lascerò l’Elba, vado a vivere in continente, ho trovato un gentiluomo, un signore che mi vuole sposare»

Mago Chiò non reagì, se non con il solito leggero sussulto del baffo, uno famoso come lui non poteva mostrare la debolezza dei comuni mortali, ma il cuore gli sprofondò egualmente in fondo ai piedi.

«Scriverò per voi sulla fortezza del faro e poi non mi vedrete più!»

Mago Chiò girò sui tacchi e, come nel primo incontro, lasciò Eleonora interdetta.

Tutto il pomeriggio si esercitò a ricopiare in grande le parole che Telemaco gli aveva trascritto sul cartone, provò e riprovò più volte, ma escluse alcune lettere che formavano in parte il suo nome, era la prima volta che provava a tracciare le altre. Era disperato. Eleonora doveva sapere. Insistette fino all’ora di cena, ma i risultati furono pessimi. Allora si decise. Prese la gavetta con la vernice e, quando tutti erano a cena, salì sulla cima del bastione, si calò con una corda fino alla striscia bianca che aveva già tracciato e completò l’opera scrivendo quello che doveva scrivere. Poi si calò in fondo alla fortezza, scese fino alla scogliera del Grigolo e controllò soddisfatto l’opera appena conclusa. Poi rientrò a casa e decise di compiere il gesto.

Doveva essere un gesto degno di lui, doveva essere una grande trovata, Eleonora doveva capire in tutti i modi.

Riempì un bicchiere di vino, prese una scatola di fiammiferi e, con un coltello e con grande pazienza, tagliò tutte le capocchie e le buttò dentro il bicchiere. Dopo un’ora trangugiò il vino e attese.

I dolori arrivarono prima di quanto avesse immaginato.

Resistette finché poté poi, quando si fecero insopportabili, l’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento, uscì di corsa e si precipitò disperato verso il paese, quasi sfondò la porta della farmacia del dottor Pezzolato.

Come il dottore aprì la porta, capì subito la gravità della situazione.

Trascinò dentro Mago Chiò al quale già usciva dalla bocca una schiuma giallastra e chiamò sua moglie cercando, nel frattempo, di far vomitare l’aspirante suicida. Non si sa come e per quale strana e singolare alchimia del destino, Eleonora abitava proprio di fronte alla farmacia. Sentendo il trambusto e alcuni urli, insieme ad una ventina di persone del vicinato, si precipitò all’ingresso. Incuriosita allungò il collo per vedere che cosa stava accadendo nel negozio. Quando vide Mago Chiò agonizzante sul pavimento, rimase di sasso.

In un momento di lucidità Mago Chiò vide il viso di lei in mezzo ad altri venti e allungò un braccio nella sua direzione. Tutti si voltarono verso la ragazza. Eleonora, con gli occhi fissi su di lui, entrò nella farmacia come se fosse in trance. Mago Chiò, con le ultime forze rimaste, dalla tasca della casacca tirò fuori un foglio accartocciato e glielo porse. La ragazza s’inginocchiò, prese il foglio, lo lesse e subito gli occhi le si riempirono di lacrime, prese la mano di Mago Chiò fra le sue, sentì la forte stretta di lui e poi, piano piano, i muscoli distendersi finché la mano rimase aperta e inerte.

«Francesco!» Era la seconda persona che chiamava Mago Chiò con il suo vero nome, ma fu anche l’ultima e lo fece con dolcezza e fra le lacrime, ma lui non fece in tempo a sentirla e la ragazza pianse di nuovo. Una mano consolatrice strinse una spalla ad Eleonora, era quella di Telemaco «Su quel foglio ho scritto quello che lui mi ha chiesto e che avrebbe dovuto copiare sulla fortezza, non so se ce l’ha fatta».

Il giorno dopo, quando il piroscafo a vapore che faceva servizio per il continente transitò davanti alla fortezza Medicea, Eleonora corse sul ponte per leggere le gigantesche parole bianche tracciate per lei sul bastione del faro. Forse furono le lacrime che le offuscavano gli occhi, ma su quelle antiche mura Eleonora lesse le stesse parole contenute nel foglio che in quel momento stringeva tra le sue mani e che Francesco non era riuscito a ricopiare, sostituendole con le uniche che sapeva scrivere. Sulla fortezza c’era scritto: “Mago Chiò”, ma Eleonora ci lesse “Ti amo”.

Oggi quelle parole non ci sono più, il tempo e la pioggia le ha cancellate facendo dimenticare le imprese di Mago Chiò, ma se qualcuno, passando sotto la fortezza notasse delle tracce di vernice bianca, si fermi un attimo a ricordare quell’uomo strano e straordinario e il suo amore per una donna.

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