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La notte che salvai il Calimero

Nei posti di mare, quando il cielo è nuvoloso, le giornate sembrano ancora più uggiose, questo succede perché il grigio del cielo si riflette sull’acqua, raddoppia la malinconia e intristisce le cose dall’alto e dal basso. Il giorno in cui la vidi per la prima volta attraccata al porto, era appunto una di queste giornate.

La prima impressione fu di vecchiaia e di squallore. Era una nave, indubbiamente era una nave, ma di un nero e di un bianco sporchi e rugginosi che mettevano tristezza solo a guardarla. Si aveva l’impressione che, qualche armatore, rinnovando la sua flotta, l’avesse ormeggiata lì per vergogna, tenendola lontano dai grandi porti e dalle lussuose navi da crociera a cui avrebbe potuto attaccare la ruggine come si trasmette la scarlattina. Sembrava la crisi della marina mercantile. Aveva un nome dipinto sulla fiancata “Maria Maddalena”, ancora oggi sono convinto che quel nome non gli era stato dato per onorare la donna perdonata da Gesù per i suoi peccati, ma la prostituta che era stata prima.

La Maria Maddalena restò qualche giorno ormeggiata in attesa di una ripulitura sommaria, operazione che non migliorò la situazione (in verità nessuno dei tentativi successivi riuscì nell’intento).

Quei pochi giorni tuttavia furono sufficienti affinché dagli avventori del bar del porto e da tutta la fauna sfaccendata che si aggirava a curiosare sul molo, cominciasse a sollevarsi un mormorio di scherno, mormorio che, quando la Maria Maddalena salpò per andarsi a rifare il look, si condensò in un’unica parola “Calimero”!

Il fatto di accostare l’aspetto della nave al celebre pulcino nero della pubblicità, derivò sicuramente dal fatto che la parte inferiore del battello (dalla linea di galleggiamento alla seconda fila di oblò) era appunto di colore nero, mentre la parte superiore (fino alle sovrastrutture) era bianca, quindi ricordava perfettamente il mezzo guscio che il popolare giovane pollastro porta in testa come una tiara papale, fin dal giorno della schiusa del suo uovo.

Il soprannome fu talmente azzeccato che, quando la Maria Maddalena ritornò da un maldestro tentativo di lifting, si ritrovò addosso quel nomignolo al punto che nessuno all’isola la conosceva più con il suo nome originale, finché, dopo un paio d’anni, la compagnia di navigazione fu costretta a stampare gli orari delle navi con la dicitura “Calimero”, tra parentesi, accanto al nome ufficiale di “Maria Maddalena”.

Così la Maria Maddalena uscì dalla storia della navigazione e il Calimero entrò nella leggenda.

Navigò per molti anni tra l’isola e il continente, era una tinozza e tale rimase e, anche quando la compagnia si rinnovò e cambiò i colori ufficiali delle navi con un bell’azzurro, l’aspetto del Calimero non migliorò. Perfino le sue prestazioni rispecchiavano il suo aspetto, non ho idea di quanti nodi facesse, fatto sta che in piena stagione turistica, quando il tratto di mare tra l’isola e il continente era affollato di imbarcazioni, qualsiasi cosa che galleggiasse e avesse un minimo di forza motrice autonoma (compreso il vento) sorpassava il Calimero.

Ma la cosa che a me stupiva maggiormente era la sua scarsa sensibilità al timone, poiché accadeva che, anche in situazioni di acque completamente tranquille e in assenza di vento e di correnti, era facile vedere la prua della nave spostarsi tranquillamente di almeno venti gradi, navigare per circa un terzo di miglio in quella direzione e poi rientrare in rotta come se niente fosse accaduto.

Per avere la conferma dell’accaduto, bastava voltarsi verso poppa ed osservare la scia che lasciava; sinuosa come un serpente in allenamento. Ho sempre pensato che in quei momenti: o al pilota prendeva un improvviso attacco di orticaria e lasciava il timone per grattarsi, oppure in quel momento in plancia, invece del bollettino dei naviganti, la radio captava la radiocronaca di qualche finale di coppa condizionando la concentrazione del timoniere.

Solo dopo alcuni anni venni a sapere che si trattava di un problema di timone e che probabilmente la compagnia aveva rinunciato a risolvere. Forse fu grazie a tutte queste limitazioni che l’affetto degli abitanti dell’isola per quella cassapanca galleggiante, divenne qualcosa di commovente, per non parlare poi della fama del Calimero che, vista l’entità dell’invasione turistica estiva, (al cui paragone la calata degli Unni in Italia pareva una gita aziendale) si estendeva sicuramente fino ai paesi anglosassoni, neolatini e, nonostante il muro di Berlino non fosse ancora caduto, fino al blocco sovietico (qualcuno sostiene di aver visto gli orari del Calimero nella bacheca della stazione ferroviaria di Vladivostok).

Ma sia gli isolani, sia la compagnia di navigazione, non hanno mai saputo che una notte di primavera rischiarono di perdere definitivamente il loro beniamino.

Non ho la pretesa di attribuirmi il merito di aver salvato la nave, forse ciò fu dovuto soprattutto alla mia scarsa competenza tecnico-marinara, ma se il Calimero continua ancora oggi a navigare nelle azzurre acque del Tirreno un po’ lo deve a me.

Non ricordo da dove venivo, so solo che quella sera arrivai tardi al porto, era già buio, e l’unica nave disponibile per raggiungere l’isola era proprio il Calimero, feci il biglietto e mi imbarcai con la speranza di arrivare a casa almeno per l’ora di cena.

La serata era stupenda, il mare una tavola, il cielo un tappeto di perle, il Calimero lasciò il molo tutto baldanzoso con il ritmo dei motori che pareva il festival della canzone napoletana. Uscì dal porto e puntò sull’isola, l’aria era tiepida, la porta dell’estate era appena socchiusa, ma già da essa spirava una brezza profumata, insomma le prove generali della bella stagione erano appena cominciate.

Il Calimero puntò sull’isola, dopo una quarantina di minuti di navigazione ne doppiò la punta settentrionale e continuò a navigare seguendo il profilo della costa. Da un pezzo il faro della Madonnina ammiccava in lontananza, ma non ce ne sarebbe stato neanche bisogno, la notte era talmente chiara che la luce della luna riusciva a mostrare tutta la costa dell’isola, rilievi compresi.

Ero appoggiato sul parapetto del ponte passeggeri a godermi quel mancato Van Gogh (chissà se il grande pittore avesse conosciuto l’isola?), quando la prua del Calimero si spostò di abbondati quindici gradi verso sud ovest, non mi stupii più di tanto anzi, pensai divertito quanto sarebbe durato l’attacco d’orticaria del timoniere.

La nave continuò a navigare in quella direzione per circa dieci minuti buoni, cominciavo a scommettere con me stesso sul momento in cui sarebbe rientrata in rotta, quando improvvisamente il rumore dei motori cessò e, dopo due secondi, si spensero tutte le luci di bordo, lasciando il Calimero a scivolare lentamente e silenziosamente come un ombra sulle acque buie.

Mi spaventai, mi guardai intorno, ma non vidi nessuno. Ovviamente pensai subito ad un guasto, ma quello che più mi metteva in ansia era il silenzio che regnava a bordo, nessun suono, nessuna voce allarmata rompeva quella sorta di stregoneria. Mi staccai dal parapetto e mi avvicinai al salone passeggeri, ma anche se la notte era luminosa, entrare nel salone sarebbe stato come entrare nella bocca di un carbonaio negro sotto un tunnel di notte.

Cercai di sbirciare oltre le vetrate quando, vicino ad una delle scialuppe di salvataggio, vidi un uomo che, come se niente fosse accaduto e come se fossimo in pieno giorno, stava osservando attentamente le strutture della nave prendendo appunti su un taccuino. Mi avvicinai e non potetti fare a meno di notare l’aspetto singolare: alto, scheletrico, con una pelle rugosa come carta abrasiva con una cascata di capelli e una barba di stoppa grigia che gli scendevano sulle spalle e sul petto, era indubbiamente vecchio, ma di un’età indefinibile.

Indossava un completo nero, in testa aveva una specie di bombetta, ma sulla stoffa sembrava si fosse depositato un leggero velo di polvere bianca, aveva l’aspetto di un rabbino ebreo che avesse rifatto l’intonaco al muro del pianto.

«Mi scusi…» si voltò di scatto, i suoi occhi mi inchiodarono sul posto, per un attimo non riuscii a proferire sillaba, erano due tizzoni ardenti, mi si incollarono addosso come se volessero incenerirmi. «Che ci fai qui?» La voce era molto profonda, il tono autoritario che non ammetteva repliche. Era una domanda assurda.

«S… sto rientrando a casa.» Risposi intimorito

«Perché non sei con gli altri?»

Stavo cominciando ad irritarmi, ma che cavolo voleva? «Perché ho fatto tutta la traversata sul ponte»

La risposta fu un mugugno, si voltò e riprese la sua attività. La nave era ancora buia e silenziosa, si sentiva appena lo sciabordare della prua che tagliava le acque, continuai a seguire l’attività del singolare individuo che si aggirava per il ponte prendendo appunti e ogni tanto bussava con le nocche ossute sulle lamiere del Calimero.

Non so perché, ma in quel momento ebbi la strana sensazione che quell’individuo avesse qualche relazione con la stranissima situazione in cui si trovava in quel momento la nave. Era forse un sabotatore? Aveva messo fuori uso i motori e fra qualche minuto un potente motoscafo carico di moderni pirati, avrebbe preso possesso dell’imbarcazione? “Deficiente!” mi dissi “Neanche il Calimero fosse la Nimiz! Che cosa ci potevano trovare dei pirati in una bagnarola che persino la stessa regina Isabella, per non vergognarsi, avrebbe evitato di prestare a Colombo!”

Continuai a seguire l’attività dell’individuo. Si era spostato verso poppa seguendo la fiancata della nave, ogni tanto si affacciava appena dal parapetto guardando l’acqua, ma la sua occupazione principale sembrava quella di stabilire la consistenza dell’imbarcazione, come se non si fidasse a navigare sul Calimero. La nave continuava a rimanere buia e silenziosa e la sua una forza di inerzia si andava esaurendo. Improvvisamente lo strano individuo si voltò verso di me e si avvicinò piantandomi di nuovo addosso quei terribili occhi.

«Quanto? E non cercare di fregarmi!» La voce aveva un tono talmente aspro che sembrava quasi collera.

«Quanto cosa?» Balbettai.

«Quanto vuoi per questa vasca da bagno?» L’uomo si era avvicinato a meno di mezzo metro, puzzava di fumo.

«Questa non è una vasca da bagno…» Replicai, cacciando fuori due briciole di dignità nel tentativo di difendere il vecchio Calimero «…e non è in vendita!»

«Non ho tempo da perdere, dimmi il prezzo e facciamola finita!»

«Ho detto che non è in vendita e poi… le pare il posto e il modo di trattare l’acquisto di una nave?»

«Perché qual è?»

«Ma… non so… esiste il registro navale, c’è bisogno di un notaio… occorre…» non lo sapevo nemmeno io, «… e poi io non sono il proprietario della nave.»

«Quanto?» Ruggì l’uomo, come se non mi avesse sentito.

Anche se lo strano individuo mi incuteva timore, cominciai ad irritarmi. “Vuoi la guerra?” Pensai “E guerra sia!”

«Quattro miliardi!» Sparai.

Mi aspettavo qualche reazione, ma il vecchio non batté ciglio. A quei suoi occhi terribili, fece fare un altro giro della nave, e poi tornò a piantarmeli addosso.

«Compreso il trasporto.» Era un’affermazione, non certo una domanda.

«Dipende dalla distanza.» Feci il sostenuto.

Il vecchio scattò come una pantera afferrandomi per il bavero «Lurido dannato, non fare il furbo con me o ti stacco l’esofago e ti ci faccio una cravatta!»

La forza che si sprigionò da quelle quattro ossa mi lasciò inebetito. Mi scuoteva come un cocktail. Se avesse avuto due mitragliatrici al posto di quei due occhiacci a quest’ora sarei la pubblicità della polpa pronta Cirio. Riuscii a divincolarmi «Ma sei impazzito?» Cominciai a pensare davvero che si trattasse di un rabbino ebreo che si fosse incazzato per il prezzo che gli avevo sparato, ma gli ebrei sono gente tranquilla e quello era un cane idrofobo. Sembrò calmarsi un attimo. Mi lasciò dopo avermi trasformato il bavero del giubbotto nella curva sud dell’Olimpico dopo un derby.

«Seimilatrecentocinquantasei chilometri» bofonchiò tornando ad occuparsi del suo taccuino.

«Seimilatrecen…..?» Si trattava sicuramente di un pazzo, non c’erano dubbi. Dovevo assecondarlo «E da che parte, se è lecito?»

Senza parlare e senza sollevare la testa, mi indicò verso il basso. Feci un rapido calcolo… o meglio tirai ad indovinare «In… Nuova Zelanda?» Figurarsi, anche se il Calimero avesse virato di bordo in quel momento e avesse preso la via per l’oceano australe, sicuramente sarebbe arrivato dopo la scomparsa dell’uomo sulla terra.

«E a che cosa ti servirebbe laggiù a contrabbandare varani?» La mia spiritosaggine provocò un secondo accesso d’ira nel vecchio. Fortunatamente per me questa volta non mi mise le mani al collo.

«No, a traghettare animacce nere come la tua!» I due tizzoni ardenti che aveva al posto degli occhi si piantarono di nuovo su di me. Li guardai e, per qualche misterioso cortocircuito delle sinapsi del mio cervello, tutto mi fu chiaro: gli occhi ardenti… la grigia lana che gli ricopriva il viso… la voce irosa.

«Caronte!»

«Guai a te anima prava!» Ruggì il demone.

«Hai letto la Divina Commedia?» Fu la domanda più stupida, più inopportuna, più inutile di tutta la mia vita.

«Che cosa è?» Bofonchiò livido.

«… ma come… Dante Alighieri!»

«Chi, quel poeta da strapazzo? Quell’imbratta-pergamene da impiccagione!»

«Bravo! A scuola mi beccai un quattro per lui!» Mi resi conto che avevo perso un’occasione per stare zitto.

«Fu proprio lui a rovinarmi la barca, maledizione!»

«Come?»

«Io potevo traghettare solo morti e quel miserabile era ancora un’anima viva!»

«E allora?»

«E allora mi tolsero la licenza di navigazione sull’Acheronte!» Urlò Caronte.

«Ma l’Alighieri non aveva un permesso speciale?»

«Sì, ma Lucifero con qualcuno doveva pur prendersela e così ci andai di mezzo io!»

«E allora?»

«E allora mi fu tolto il permesso di navigazione e il barcone!»

Incredibile, ma sui famosi occhi di bragia passò un velo di malinconia.

«E finora chi le ha traghettate le anime morte?»

«Dettero l’appalto alla White Star Line.» Disse cupo.

«Quella del Titanic?» Trasecolai.

«Già, si garantirono l’esclusiva del contratto con una fornitura di mille e cinquecento anime in contanti, rimisero il fantasma della nave in condizioni di navigare e ancora oggi va su e giù per i fiumi infernali… maledizione!»

«E tu?»

«Io mi sono dovuto accontentare di un imbarco sul Titanic»

«Un imbarco?»

«Sì…» per la prima volta sentii la voce di Caronte imbarazzata «… faccio il… cameriere.»

Non so come feci a non scoppiare a ridere. «… così mi tocca servire ai tavoli alle anime perdute, dicendo: “si signore, prego signore”, quando una volta pestavo remate su quelle teste dannate!»

Per un momento ebbi pietà di quel povero barcaiolo «Su, non te la prendere, sai anche da noi hanno istituito la flessibilità nel mercato del lavoro per far scendere la disoccupazione» poi ripensandoci «…un momento, ma cosa c’entra tutto questo con il Calimero?»

Improvvisamente si sentì un forte scricchiolio, come di ossa rotte. Incredibile! Caronte sorrideva! Lo scricchiolio era causato dalla mascella e da tutti i muscoli del viso che, non essendo abituati a quel movimento, si lamentavano nello sforzo prodotto.

«Mi voglio mettere in proprio!» Disse battendo la mano ossuta sulla lamiera di uno dei fumaioli della nave. Gli occhi di bragia brillarono.

«Con il Calimero?»

«Sì.»

Mi allarmai, «Ma… perché proprio… lui?»

«E perché no?»

«Vuoi fare concorrenza al Titanic con il Calimero?»

«Non posso permettermi altro»

Dovevo inventarmi qualcosa: «Con tutti i fantasmi di navi in fondo al mare a disposizione!»

«Non li posso prendere.»

«E perché?»

«Perché non ho la licenza per armare una nave oltre le mille tonnellate.» Caronte ridivenne cupo. Io cercai di pensare alla svelta, dovevo trovare una soluzione per il povero Calimero e per… il povero Caronte, sì, mi faceva pena anche lui. Poi mi venne in mente la soluzione! Era semplice, risolveva i problemi di traghettare le anime sull’Acheronte, metteva fuori gioco il Titanic, e dava la possibilità a Caronte di diventare imprenditore. Gliela proposi, gli occhi di bragia si spalancarono per la sorpresa «Questa sì che è un’idea! Gliela farò vedere io a quel bastardo di Lucifero, dovrà pagare anche lui per i miei servizi!»

Poi mi guardò «Bravo! Come ti chiami?»

«Beh… lascia perdere…»

«Se capiti giù, vieni a trovarmi, chiedi di Caronte, mi conoscono tutti, ti farò avere un trattamento speciale!»

«Ti ringrazio… sono commosso… lo farò…» Caronte non vide le dita incrociate che accuratamente nascondevo dietro la schiena.

«Bene, credo che possiamo salutarci…» dissi sperando che se ne andasse al più presto.

«Gliela farò vedere io…» disse borbottando tra se «… mi hanno fregato fino ad oggi, ma ora tocca a me!»

«Che ci vuoi fare: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”»

«Bleah!» Caronte fece la faccia schifata, sputò sul ponte del Calimero, poi con un balzo improvviso, degno dei tempi d’oro di Bubka, saltò fuori del parapetto della nave. Corsi alla ringhiera e feci appena in tempo per vederlo sparire con un tonfo nelle acque scure, seguito da uno sfrigolio e da una nuvola di vapore.

Immediatamente tutte le luci della nave si riaccesero e i motori ricominciarono a pulsare allegramente, il Calimero riprese la sua baldanza apprestandosi ad entrare trionfalmente in porto. Per un bel po’ continuai a tenere gli occhi fissi sulla schiuma lasciata dal tuffo, piccola cicatrice dalla breve vita, che sarebbe scomparsa cancellata dal lento respiro del Tirreno.

Sorrisi ripensando al povero demonio, a come i burocrati infernali avevano offeso la sua dignità di diavolo e a come anche laggiù le mazzette avevano infestato la vita infernale. Forse un giorno, con la scesa di Di Pietro negli inferi qualcosa si sarebbe risolto.

Caronte non perse tempo a seguire il mio consiglio infatti, tre giorni dopo, sulla terza pagina di un giornale nazionale lessi la notizia della misteriosa scomparsa del progetto definitivo e dei piani di costruzione del ponte sullo stretto di Messina e di come gli inquirenti non riuscivano a spiegarsi il motivo di un furto così singolare.

Io non ebbi alcun dubbio sull’autore del furto.

Dopo aver letto l’articolo sorrisi: Caronte sarebbe diventato imprenditore, quanto a me, oltre al Calimero, quella notte probabilmente riuscii a salvare anche la vita dei traghetti siciliani.

Il Calimero oggi non fa più servizio tra l’isola e il continente, navi super veloci lo hanno spodestato, ma credo che ancora navighi nell’arcipelago della Maddalena, per cui chi si trovasse una notte a viaggiare sul suo ponte, non si stupisca se avrà l’avventura di vedersi comparire l’angelo Aziel, è lui il ministro della marina mercantile del paradiso.

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