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Il raptus del Savonarola

A vederlo non gli avresti dato una lira.

Don Alcide era un tipo che, normalmente, ispirava simpatia: piuttosto grassottello, rubicondo, gli piaceva il mangiare e la buona compagnia. Era talmente basso che, quando girava per il paese con la tonaca, sembrava una pantegana1 in vacanza.

Se ti capitava di trovarti nella chiesa semibuia e ti passava vicino, potevi avere due sensazioni: o che ti avesse sfiorato la nera signora, e allora ti veniva un brivido gelido sulla schiena, o che ti fosse passato vicino un barboncino nero, e allora ti veniva voglia di buttarlo fuori a calci (vista la proverbiale fortuna dei cani in chiesa).

Don Alcide aveva un carattere mite, sempre pronto a correre da chi aveva bisogno. Si metteva da parte ogni volta che si trovava coinvolto in discussioni accese, al massimo cercava timidamente di portare una nota di mitezza tra i due contendenti, insomma un personaggio completamente, agli antipodi del battagliero Don Camillo, il gigantesco prete della bassa Padana, protagonista delle famose avventure uscite dalla penna di Giovannino Guareschi.

Sicuramente il carattere di Don Alcide era completamente condizionato dall'altezza: un metro e trentacinque di prete non poteva certo rappresentare degnamente il potere temporale della Chiesa (anche l'occhio vuole la sua parte), se poi ci aggiungiamo un metro e dieci di pancia, il quadro si completa. Risultato: una specie di boa di segnalazione per bassi fondali dal colore sbagliato (di solito sono rosse).

Don Alcide, ritrovandosi sotto la media nazionale di buoni quaranta centimetri, era sempre costretto a guardare gli altri dal basso verso l'alto, perciò non poteva certo imporsi alzando la voce o facendo gli occhi cattivi, nessuno dei suoi parrocchiani lo avrebbe preso sul serio, per cui si era rassegnato ad accettarsi e a farsi accettare così com'era.

Questa era la situazione in paese e nella vita della parrocchia finché Don Alcide non fu colpito da una grave forma di patologia psichica nota come: "Raptus del Savonarola"!

Tutto cominciò il giorno in cui si accorse che, durante le sue prediche, qualcuno negli ultimi banchi della chiesa russava sonoramente. Provò ad allungare il collo, ma il suo metro e trentacinque non gli permise di individuare il responsabile. La cosa lo irritò molto, ma il suo carattere remissivo gli impediva anche solo di accennare una semplice nota di rimprovero, così si rassegnò a subire passivamente il singolare accompagnamento, sopportando stoicamente i risolini emessi dai fedeli che assistevano divertiti al duetto: da una parte il misterioso russatore, dall'altra la mite predica di Don Alcide.

Tutto questo fino al giorno in cui ebbe l'idea che gli cambiò la vita, il giorno in cui, alzando gli occhi all'interno della chiesa, trovò la soluzione alla sua statura e alla considerazione che i parrocchiani avevano di lui: entrambe piuttosto basse.

Il duomo del paese non era niente di speciale, si trattava di una costruzione in stile romanico risalente alla fine del 1700, alcuni quadri ad olio a carattere sacro di oscuri artisti del 1600 e alcune statue a fianco dell'altare maggiore le davano un certo tono, ma la cosa che colpì l'attenzione di Don Alcide fu il pulpito!

Si trattava di un balcone in marmo facente parte della struttura principale dell'ultima colonna di destra della navata, quella più vicina all'altare maggiore, a cui si accedeva per mezzo di una scala a chiocciola che si attorcigliava come un serpente intorno alla colonna stessa. Nessuno l'aveva più utilizzato da moltissimi anni, ma Don Alcide pensò subito di ripristinarne l'uso, in tal maniera avrebbe potuto individuare il misterioso russatore, senza lontanamente immaginare gli effetti che avrebbe fatto sulla sua psiche di povero prete di paese.

La prima domenica in cui decise di mettere in pratica l'esperimento, i fedeli rimasero di stucco vedendolo lasciare l'altare maggiore, avvicinarsi alla scala del pulpito, aprire il cancelletto che ne impediva l'accesso e solennemente salire uno per uno tutti i gradini. Nessuno potrà mai dire cosa successe nella mente di Don Alcide durante quei dodici gradini, fatto sta che, quando si affacciò al pulpito era già un altro uomo... o meglio, un altro prete.

Finalmente era lui ad abbassare la testa per vedere i suoi parrocchiani e loro ad alzarla.

Il misterioso russatore aveva smesso il suo concerto (grazie forse ad una gomitata del vicino) ed i risolini erano spariti come neve al sole. Centinaia di occhi lo guardavano quasi timorosi, Don Alcide ebbe la netta sensazione di essere un profeta biblico nell'atto di scagliare un anatema ad una massa di peccatori incalliti e così fu.

Cominciò a parlare. Le parole della predica si dipanavano lungo la navata, venivano amplificate dalla volta del grande soffitto e poi ricadevano stendendosi come un vento leggero lungo le file dei banchi tra i fedeli che, a naso in su, lo ascoltavano ma, per un singolare prodigio, parve loro di ascoltare nientemeno che Mosè in persona.

Quel giorno, per la prima volta, il "Raptus del Savonarola" s'impossessò di Don Alcide e non lo lasciò più.

Ovviamente le crisi più acute lo colpivano tutte le volte che saliva su quel pulpito al punto che il vento leggero della prima volta, via via aumentò sempre di più trasformandosi, alla fine, in un impeto di tempesta. Inutile spiegare che le "possessioni" oratorie di Don Alcide presero il nome del terribile riformatore domenicano la cui appassionata predicazione profetica e apocalittica sconvolse e incantò la Firenze dei Medici alla fine del tredicesimo secolo.

Il bello fu che Don Alcide, non solo assunse i toni da tregenda del Savonarola, ma si immedesimò talmente nella parte che ne assunse pure i modi ed i gesti al punto che quando saliva sul pulpito, usava indossare una cappa nera, completa di cappuccio, in modo da dare più enfasi e mistero alla propria figura.

La situazione si trasformò: Don Alcide non era più il mite pretonzolo di paese tollerato dai suoi parrocchiani, ma la tonante voce dell'Altissimo che, lugubre e gigantesca, scuoteva gli animi dei peccatori spingendoli alla redenzione e minacciandoli con l'imminenza del giudizio divino che si sarebbe attuato con la nuova venuta di Cristo in terra.

Quel pulpito aveva fatto  Don Alcide un novello dottor Jekill, ormai in paese tutti lo guardavano con occhi diversi, quando passava per la strada qualcuno ne aveva quasi paura, e lui si sentì padrone del proprio destino e di tutta la cristianità. La fama di Don Alcide dilagò. La domenica la chiesa era sempre piena, ad ascoltarlo venivano anche dai paesi vicini, le messe passarono dai trentacinque minuti scarsi ad oltre un'ora e un quarto, per la gran parte del tempo occupate dai suoi possenti sermoni. Perfino il vescovo volle ascoltarlo e quando fu il momento di complimentarsi, ne ebbe quasi timore.

Ma non tutti furono d'accordo con il nuovo stato di cose. I primi a storcere il naso fummo noi ragazzi cioè quelli compresi nella fascia di età che andava dai sedici ai diciotto anni. Il motivo non era diretto, ma comunque terribilmente irritante: Don Alcide, da quando aveva iniziato le sue indemoniate prediche, se la prendeva con tutti, ma in particolar modo con le "peccatrici" ed anche se questa categoria era indicata genericamente, tutte le madri del paese, incitate dalle parole di Don Alcide, avevano messo in guardia tutte le figlie comprese nella suddetta fascia di età, controllandole a vista e restringendo quel poco di libertà di cui godevano.

Quelle poche che poi riuscivano a permettersi un cinema o un'ora di sala da ballo al pomeriggio si chiudevano a riccio e se, nei rarissimi momenti di intimità tentavi una carezza un po' più audace, fuggivano via condizionate dal controllo delle madri a loro volta dominate dalle parole del "neo Savonarola".

Gli anni 60, i Beatles e la rivoluzione giovanile erano ancora lontani, ma la rabbia cominciò a salire incontrollata.

Noi ragazzi eravamo incazzati neri. La domenica, orfani del gentil sesso, eravamo costretti a sorbirci tutti i film che davano al cinema del paese, belli o brutti che fossero. Propositi di vendetta cominciarono a serpeggiare tra il gruppo. Qualcuno propose l'impiccagione, qualcun altro il rogo (tanto per fargli fare la stessa fine del Savonarola), ma gli anni previsti per omicidio volontario erano troppi, così cominciammo a studiare una soluzione diversa, un qualcosa che rendesse ridicoli tutti gli atteggiamenti da profeta biblico di Don Alcide, un qualcosa di radicale, di definitivo.

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando, al cinema del paese fu proiettato il film "Piace a troppi" con una magnifica Brigitte Bardot al massimo del suo splendore. Non starò a raccontare i commenti e le reazioni di noi ragazzi durante la proiezione e di qualche mano che rimase fissa sull'inguine per tutta la durata del film. Fatto sta che B.B. entrò di prepotenza nei sogni e nelle fantasie erotiche di noi ragazzi ma, purtroppo, entrò anche di volata nelle infiammate prediche di Don Alcide.

Il "Raptus del Savonarola" esplose incontrollato.

La domenica successiva in chiesa sembrò di assistere ad un comizio, se non ad un discorso di Hitler! Ci furono anatemi per tutti, la divina B.B. fu relegata al rango di "Grande meretrice di Babilonia"! Era troppo! E anche se nessuno sapeva cosa fosse una meretrice e dove si trovasse Babilonia, si decise di correre ai ripari e preparare la rappresaglia. Trovare un modo per far chiudere lo scappamento a Don Alcide non era facile. La parte del paese costituita dai baciapile lo osannava, la parte neutra evitava di entrarci in contatto per non creare precedenti, la parte ostile aveva poca voce in capitolo, gli estremisti, cioè noi, eravamo gli unici a poter risolvere la situazione.

Ma come fare? Come mettere fine agli sproloqui di Don Alcide? Come far cessare il "Raptus del Savonarola"?

Occorreva un qualcosa che mettesse in contraddizione le sue prediche o, peggio ancora, che le mettesse in ridicolo.

Ci sprememmo le meningi, non era facile. Qualcuno osservò che Don Alcide inseriva sempre nelle sue prediche una frase altisonante: "Ricordatevi che lui, dall'alto di quella croce vi guarda e che sarà sempre lì a guardarvi per tutta l'eternità!" e mentre la pronunciava, con la mano tremante dall'infervoramento della predica, indicava il Cristo crocifisso.

Era una frase che certamente aveva un suo effetto e lui lo sapeva, per questo la infilava nelle prediche come e quando poteva, terminando con essa quasi tutti i suoi discorsi.

Già, il Cristo Crocifisso!

L'obbiettivo della rappresaglia doveva essere lui, ma dovevamo fare tutto senza offendere il Padreterno, anche se eravamo certi che il fuoco eterno era comunque preferibile alle prediche di Don Alcide.

Finalmente trovammo la soluzione!

Cominciammo a riunirci dopo cena (con la scusa di studiare) e iniziammo a congegnare il nostro piano. Era necessario studiare orari, percorsi, spostamenti, attrezzature, abitudini del soggetto, ecc. A confronto lo sbarco in Normandia delle truppe alleate: la famosa "operazione Overlod" sembrava una spiaggiata.

Quando il piano fu pronto si trattò di organizzare il commando che avrebbe effettuato l'operazione.

La selezione fu dura, alla fine la squadra risultò costituita da otto elementi scelti: i migliori, i più duri, abituati ad arrampicarsi sui fichi e sui meli degli orti della zona con il massimo sprezzo del pericolo. A far sparire l'uva dalle vigne ed eclissarsi prima che il contadino avesse il tempo di uscire in mutande imbracciando la doppietta. Talmente rapidi a far sparire le galline dai pollai senza neanche farle svegliare.

A me fu assegnato l'incarico di tecnico, per cui dovetti accollarmi la sezione scientifica del gruppo e procurare gli strumenti necessari. Facemmo alcune prove, ma rinunciammo subito in quanto dopo solo un giorno, uno degli elementi del gruppo si diede una martellata sul pollice e dovette essere sostituito così, per non dover rischiare di restare senza uomini, rinunciammo alle esercitazioni fidandoci, per la riuscita dell'operazione, della nostra sola esperienza.

Una volta pronti aspettammo la notte propizia.

Si presentò circa una settimana dopo, proprio la notte tra il venerdì e il sabato. A casa raccontammo una balla, ci ritrovammo tutti e otto nelle vicinanze della chiesa, ci guardammo in faccia e scoprimmo che eravamo solo in sette.

"Chi manca?"

"Andrea, è a letto con l'influenza!"

"Ti pareva! Se Eisenower quel giorno avesse avuto l'influenza che ne sarebbe stato di Overlod?"

Ci guardammo tutti scrollando le spalle.

"Va bene cominciamo!"

Che ce ne fregava del "giorno più lungo"! Avevamo la nostra missione da compiere e questo ci bastava!

Ci spostammo in silenzio come un manipolo di ombre ai piedi della quercia i cui rami sfioravano la finestra che dava sul coro e che due giorni prima, eravamo riusciti ad aprire dall'interno. Una volta arrampicati in cima all'albero fu facile con una fune calarsi all'interno della chiesa.

Ora cominciava il bello. Per attuare il nostro piano dovevamo sfilare il pesantissimo crocifisso di rovere dal supporto situato dietro l'altare.

Ci sputammo nelle mani, afferrammo il crocifisso e tirammo con forza, scricchiolò qualche osso, ma nulla, come se avessimo cercato di spostare il faro del porto! Guardammo all'insù cercando una soluzione. Nell'ombra della chiesa il Cristo sembrava che ghignasse divertito.

Ci Risputammo di nuovo nelle mani e tentammo un'altra volta. Niente! Ci guardammo perplessi: "E ora?

"E ora passiamo al piano "B"!

"Abbiamo un piano "B"?

"Ce ne inventeremo uno!"

Il piano "B" fu messo subito in pratica: due commandos salirono come scoiattoli sulla grande croce, imbracarono le braccia del Cristo con delle corde e cominciarono a schiodarlo dal legno. Fu un lavoro da cani. Quando scesero erano sudati, sporchi e con le mani ridotte e brandelli, se li avessimo crocifissi accanto al Cristo vero nessuno avrebbe notato la differenza.

La statua fu fatta calare con la massima cautela. Quando arrivò a toccare terra io lo abbracciai in modo da poterlo posare lentamente a terra e, istintivamente, formulai mentalmente una preghiera "Signore, liberaci da Don Alcide".

Sicuramente contribuì il buio della chiesa, certamente anche la fatica, ma nessuno mi potrà dire che quando mi ritrovai il viso del Cristo ad un palmo dal mio, ebbi la netta sensazione che il ghigno sulla bocca si fosse accentuato! "Gesù è sceso di nuovo tra noi." ironizzò qualcuno appena la statua posò i piedi a terra.

Facemmo sparire il Cristo in un vecchio armadione della sacrestia, poi ritornammo in chiesa. Dovevamo portare a compimento il piano. Ci guardammo di nuovo tra noi, i due che avevano smontato la statua sembravano due cristi pure loro così, senza pensarci un attimo, mi arrampicai in cima alla croce e diedi il tocco finale a tutta l'operazione.

Quando ci ritrovammo davanti all'altare maggiore a guardare la nostra opera, sette ghigni si disegnarono sui nostri visi, finalmente la vendetta era compiuta!

Recuperammo tutta l'attrezzatura, ritornammo alla finestra e ci dileguammo come ombre nella notte.

La mattina successiva la prima messa sarebbe stata alle otto e mezza per cui, già dalle sette e quaranta, giravamo nei dintorni della chiesa in attesa degli eventi. Alle otto meno dieci il portone della chiesa si aprì, ne spuntò la faccia da tapiro di Basilio, il vecchio sagrestano che, con gli occhi ancora pieni di sonno, non si era accorto del cambiamento avvenuto in chiesa.

Basilio annusò l'aria mattutina e poi rientrò ciabattando in chiesa.

Veloci come fulmini entrammo nascondendoci dietro le colonne dell'ingresso pronti a pregustarci la scena.

L'apertura del grande portone aveva inondato di luce tutta la navata centrale, il sole filtrando attraverso le grandi finestre laterali illuminava l'altare maggiore. Il vecchio Basilio, con la sua andatura strascicata stava percorrendo la navata, quando distrattamente alzò gli occhi e vide la croce.

Barcollando si appoggiò ad uno dei banchi per non cadere, cercò di emettere un grido di aiuto, ma dalla bocca uscì solo una specie di rantolo soffocato, si mise a sedere sul banco come inebetito, ma si riprese quasi subito, si alzò di scatto e, come uno struzzo in una finale olimpica, fuggì correndo verso la sagrestia.

Stavamo trattenendo a stento le risa. Dopo pochi secondi arrivò Don Alcide, già vestito alla "Savonarola", si piazzò davanti alla grande croce la guardò a lungo come ipnotizzato, poi alzò le braccia e lanciò un urlo.

Noi fuggimmo dalla chiesa tappandoci la bocca con le mani.

Due ore dopo venimmo a sapere che Don Alcide aveva sprangato il portone di ingresso della chiesa e che quella mattina non ci sarebbe stata nessuna messa e quindi nessuna predica. Soltanto verso mezzogiorno, tra la folla, che si era accalcata sul sagrato della chiesa, corse la voce che sulla grande croce non c'era più il cristo e che al suo posto Don Alcide aveva trovato un cartello con su scritto: "TORNO SUBITO".

Da quel giorno il fantasma di Girolamo Savonarola si guardò bene dall'impossessarsi del povero Don Alcide..

 

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