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ANNELIESE

Roma – marzo 2005

Durante quei due anni la fame, la sete, le malattie, il freddo ma, soprattutto l’annientamento di qualsiasi forma di dignità, avevano frantumato le nostre anime macinando quelle misere briciole di umanità che ancora ci erano rimaste, schiacciandole in fondo al pozzo della disperazione e trasformandoci infine in qualcosa di simile a fogne. Eppure tutti noi sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti, nonostante allora avessimo la mente annebbiata dalla prostrazione fisica e quasi incapaci di registrare sensazioni, oggi, con una sconcertante e sovrumana lucidità, riusciamo ancora a ricordare molti di quegli orribili momenti, quasi fossero stati inchiodati nel nostro cervello nello stesso momento in cui il numero di identificazione fu tatuato sul nostro braccio. Tra i tanti incubi vissuti in quell’orrore, un strano ricordo mi balza sempre alla memoria, un episodio a cui, ancora oggi, non mi è possibile dare una spiegazione razionale e che, tante volte, mi ha fatto dubitare della mia lucidità mentale. Oggi, a ottantacinque anni, prima che la mia memoria si perda, prima che anche per me giunga la notte, ho deciso di raccontare questa storia sapendo già che alla fine passerò per un vecchio matto.

*****

Campo di concentramento di Bergen Belsen – marzo 1945

Il mio nome non ha importanza. Nel 1940 fui uno dei tanti ragazzi richiamati alle armi ed imbarcato come marinaio su una nave militare da trasporto

Nel 1943, dopo l’8 settembre e lo sbandamento generale dell’Italia, senza ordini e senza ufficiali superiori a cui chiedere da che parte stavamo, mi trovai, insieme ad un’altra ventina di sbandati, ad arrancare per le strade polverose dell’Italia centrale nel tentativo di tornare a casa e fu lì che ci presero le SS.

Ci ritrovammo ammassati con altri disperati su un carro bestiame senza cibo né acqua, ci muovevamo appena dormendo sui nostri escrementi e, qualche volta, sui cadaveri di quelli che non ce la facevano

Dopo non so quanto tempo il treno si fermò, si aprirono le porte dei vagoni ed il lager di Bergen-Belsen ci accolse.

I campi di concentramento nazisti erano qualcosa di molto diverso da quello che la fantasia collettiva e l’immaginazione hanno chiamato inferno.

Di solito l’inferno è immaginato come un luogo di massima pena, dove però esiste una specie di dignità: ogni dannato sconta la condanna in base al peccato, però gli viene riconosciuta l’identità, la personalità. Ad ognuno viene assegnato un girone, un livello, una sofferenza.

Nei lager no, laggiù eri meno di un numero, la tua pelle, le tue ossa, la tua carne avevano meno valore del carbone che alimentava i forni crematori e ancora meno dello Zyklon-B (Insetticida a base di acido cianidrico utilizzato nelle camere a gas nei campi di stermino nazisti), visto che ogni tanto le SS lo sostituivano con il gas dello scappamento dei camion, facendolo deviare con un tubo direttamente nelle camere della morte.

Non so come ma, in qualche modo, riuscii a sopravvivere due anni in quell’incubo.

Fu all’inizio di marzo del 1945 che incontrai Annelise.

Quel giorno ero riuscito a sgaiattolare fino ai bidoni dei rifiuti della cucina, la sentinella si era appena allontanata, attesi ancora qualche secondo, mi avvicinai al bidone e ne sollevai il coperchio. Era pieno. Mi guardai ancora intorno per accertarmi che non ci fosse nessuno e poi cominciai a rovistare tra i rifiuti.

In realtà di solito erano più vermi che resti di cibo ma, alla fine, qualcosa riuscivo sempre a racimolare, infatti, dopo un paio di minuti, mi allontanai con un pugno di bucce di patate e quattro teste di pesce nascosti dentro le tasche.

Aggirai la baracca delle cucine cercando di tenermi nascosto alla vista dei soldati di guardia sulle altane. Costeggiai una serie di baracche e, tirando un sospiro di sollievo, girai l’angolo che mi avrebbe portato dritto alla mia, ma lì mi fermai. Di fronte a me, reggendosi a malapena in piedi, sostava una delle tante larve umane che popolavano il campo.

Aveva i capelli rasati a zero e numerose macchie scure, dovute a chissà quale infezione, erano sparse per tutta la testa.

Addosso aveva solo una vecchia e lercia coperta militare, i piedi nudi erano viola per il freddo e sporchi dei suoi stessi escrementi, gli occhi erano due pozzi vuoti cerchiati di nero che guardavano il mondo senza vederlo. Osservai senza emozione uno scarafaggio cadere dalla coperta e rifugiarsi tra le assi di legno della vicina baracca in cerca di calore.

«Che vuoi?»

La larva mi guardò senza espressione.

«Torna alla tua baracca, se ti trovano qui ti ammazzano.»

Era come parlare ad un pupazzo senza vita. Mi avvicinai e solo allora mi resi conto che si trattava di una ragazza. Non doveva avere più di quattordici o quindici anni ed era in condizioni disperate. Non sarebbe sopravvissuta che qualche giorno.

«Dov’è la tua baracca?»

La ragazza scosse la testa. La presi per un braccio – o quello che restava di esso – e la trascinai lontano dai percorsi dei soldati.

«Fermi voi due!»

La voce alle nostre spalle ci bloccò. Il sorvegliante - una donna - ci raggiunse.

«Dove credete di andare?»

«L’ho trovata laggiù, vagava nei pressi delle cucine.»

I sorveglianti di solito erano prigionieri che si erano guadagnati – o avevano comprato – la fiducia dei tedeschi, per cui di solito erano meno bestie dei loro padroni, ma da quando i campi di sterminio erano passati sotto il comando delle SS, sembrava fosse stato organizzato il festival degli orrori, ed i sorveglianti si erano adeguati di conseguenza. Certe volte capitava che il comandante del campo, la mattina, dopo essersi fatto la barba, uscisse sulla terrazza della sua abitazione e, dopo aver respirato a pieni polmoni l’aria mattutina della brughiera, prima di immergersi nel lavoro, si dedicasse un po’ al tiro al bersaglio sparando ai prigionieri che lavoravano nel campo. Quando qualcuno cadeva fulminato e, nessuno di quelli che si trovavano nei paraggi, osava muoversi o smettere di fare ciò che stavano facendo. Nei campi di concentramento la vita era un optional.

La sorvegliante si guardò intorno, non c’erano tedeschi nei paraggi.

«Portala nella sua baracca! Sparite da qui!» Sibilò tra i denti.

Non me lo feci ripetere e la trascinai verso le baracche. Ad un certo punto la ragazza si irrigidì, si fermò e cominciò a scuotere la coperta e a grattarsi:

«Gli insetti, gli scarafaggi, li ho tutti addosso!»

Parlava olandese lingua di cui, grazie ad un periodo trascorso ad Amsterdam, riuscivo a capire qualcosa.

«Zitta! Se ci sentono ci ammazzano!»

«Sono piena di vermi, mi camminano addosso, toglietemeli!»

«Zitta! Per l’amor di Dio! Non farti sentire!»

Nominare Dio in quel posto era inverosimile, per fortuna la ragazza si calmò, ma cominciò a piagnucolare:

«Non ho più la mamma né il papà, non ho più niente...»

«Nessuno di noi ha più niente qui, ora stai calma però.»

Da quel momento la ragazza tacque, in qualche modo riuscimmo ad arrivare alle baracche.

«Qual è la tua?»

Continuando a tremare, la ragazza si guardò intorno stravolta e, alla fine, indicò la numero tre. In qualche modo riuscimmo ad arrivare alla porta e ad entrare. Nonostante fossi abituato da tempo agli odori di cui era impregnato il campo, quello che uscì da quella porta era ributtante, i tedeschi probabilmente avevano ammassato lì dentro uno dei tanti gruppi di malati. Come entrammo, un centinaio di occhi si spalancarono nella penombra guardandoci senza espressione. Senza dire niente la ragazza si sedette vicino alla porta, quello probabilmente era il suo posto. Cercai qualcosa con cui coprirla meglio, c’era un mucchio di vecchie coperte vicino a dove si era seduta, provai a prenderne qualcuna, ma mi accorsi che avvolgevano qualcosa di pesante che mi impediva di sfilarle. Dopo una serie di sforzi che mi prostrarono, mi resi conto che le coperte avvolgevano un cadavere, vecchio già di qualche giorno e già completamente rigido.

Il puzzo veniva da lì.

«È mia sorella Margot.» disse tremando dal freddo, «sta dormendo.»

La guardai, stava delirando di nuovo. Mi frugai in tasca, presi due teste di pesce, metà delle bucce di patate e gliele misi in grembo:

«Mangia queste, domani vedo di portarti qualcos’altro.»

Feci per uscire, ma la ragazza mi trattenne per un braccio.

«Mi puoi portare anche una matita e della carta, devo continuare il mio diario.»

La guardai senza rispondere e uscii dalla baracca. Uscendo ritrovai la sorvegliante di prima:

«Vi ho seguito, se vi avesse visto un tedesco da soli, vi avrebbe sparato.» Era uno dei tanti piccoli miracoli che ogni tanto avvenivano nel campo.

«Accanto alla ragazza c’è il cadavere della sorella, è lì da due o tre giorni.»

«Lo farò portare via.»

«Grazie.»

Se ne andò senza rispondermi.

Riuscii a ritornare alla baracca solo tre giorni dopo e trovai la ragazza nella stessa posizione in cui l’avevo lasciata, era piena di escrementi ed ormai delirava, non sarebbe sopravvissuta che qualche ora. Il cadavere della sorella era stato portato via, ma nella baracca persisteva ancora un odore tremendo. Scossi la spalla della ragazza che aprì lentamente gli occhi. Un muco giallastro gli velava lo sguardo.

«Come stai?»

Non rispose.

«Guarda cosa ti ho portato.»

Le misi in mano un mozzicone di matita e due fogli di carta sgualciti e sporchi. Avvenne un altro piccolo miracolo: quegli occhi si illuminarono e due lacrime riuscirono ad aver ragione del muco e a dare, per un attimo, una goccia luce al suo sguardo. La ragazza strinse tra le mani la matita ed i fogli ripiombando subito nel suo delirio.

Rimasi con lei per un tempo che mi parve lunghissimo. Alla fine si aprì la porta della baracca ed entrò la stessa sorvegliante di due giorni prima, si chinò sulla ragazza, le mise una mano sul collo e poi le chiuse gli occhi.

«Se n’è andata.» mormorò.

Guardai la sorvegliante stupito, non accadeva mai che qualcuno del campo si prendesse così a cuore un prigioniero. La sorvegliante osservava la ragazza quasi con smarrimento e io non potei fare a meno di farle una domanda:
«La conoscevi?»

«Se non fosse per lei io non sarei mai esistita.»

La risposta mi lasciò senza parole, quello che avvenne dopo, mi lasciò senza fiato: la sorvegliante prese in braccio il corpo, lo sollevò aprì la porta e uscì. Mi affacciai e seguii con lo sguardo la figura allontanarsi con il cadavere in braccio.

«Dove la porti?»

La donna si voltò guardandomi serena.

«In un luogo tranquillo dove potrà finire una cosa iniziata qualche tempo fa.»

«Che cosa?»

La donna sorrise: «Lo saprai fra un po’.»

Poi feci una domanda senza senso, almeno in un posto come quello: «Come ti chiami?»
«Kitty.»

Poi si voltò e, sempre con il cadavere della ragazza in braccio, sparì dietro una baracca.
Non le rividi mai più.

Non so se quello fu un altro dei piccoli o grandi miracoli che avvenivano ogni giorno nel campo, ma so sicuramente che fu una parte di un grande miracolo che, molti anni dopo, avvenne nel mondo.

*****

Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anne e conosciuta in tutto il mondo come Anna Frank, nacque a Francoforte sul Meno il 12 giugno 1929. Nel 1933 la famiglia Frank si trasferì ad Amsterdam. Nel 1940 i nazisti invasero l’Olanda imponendo subito le leggi razziali, attuando quasi subito la repressione e la deportazione degli ebrei. Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, sorella di Anne, con l’ordine di presentarsi per un lavoro ad “est”. Allarmata l’intera famiglia si trasferì nel “rifugio” trovato da Otto: un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta dove lavorava, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri rifugiati. La famiglia Frank rimase nascosta per due anni ed un mese fino al 4 agosto 1944 quando vennero scoperti ed arrestati. Anne fu deportata prima a Westerbork, poi ad Aushwitz ed infine a Bergen-Belsen dove nel 1945 morì di stenti e di tifo. Tre settimane dopo la morte di Anne le truppe alleate inglesi liberarono il campo di prigionia. Dal 12 giugno 1942 al 1 agosto 1944, durante la segregazione forzata nel rifugio, Anne scrisse un diario ritrovato poi dal padre Otto, unico sopravvissuto ai campi di concentramento, e da lui pubblicato una prima volta nel 1947 ed una seconda nel 1950. Oggi il diario di Anna Frank è tradotto e conosciuto in più di quaranta paesi del mondo. Anne scrisse la cronaca della vita di quei due anni in forma epistolare inviando i suoi pensieri, le sue riflessioni ed i suoi racconti ad un’amica immaginaria il cui nome era Kitty.

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