Indice dei racconti

aldocirri@elbasun.com

Indice
dei
Racconti

MILLE PAPAVERI ROSSI
Dedicato a Fabrizio De André

““Ieri, nuovi violenti attacchi preparati e sostenuti con intenso bombardamento dei grossi calibri e condotti con bravura dall'avversario, furono rigettati con lo sterminio delle colonne assalitrici. La lotta ebbe maggior durata e accanimento verso il Passo di Buole, dove le animose fanterie del 62 Brigata Sicilia e del 207° Brigata Taro saltarono fuori più volte dalle trincee ricacciando l'avversario alla baionetta.”

Dal bollettino di guerra del Comando Supremo Italiano - 29 maggio 1916.


 

LA GUERRA DI PIERO

“Sparagli Piero, sparali ora
e dopo un colpo, sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere a terra a coprire il suo sangue.”

Passo Buole le “Termopili d’Italia"

Aprì lentamente gli occhi. La prima sensazione che avvertì fu quella di un chiodo rovente conficcato in un orecchio. Il dolore violento contribuì a risvegliarlo del tutto. Con la testa che sembrava un nido di vespe si rovesciò su un fianco e poi supino.

Altri dolori sparsi per il corpo gli fecero festa tutti insieme, dovette stringere denti ed occhi per non svenire di nuovo. Quando li riaprì il cielo delle montagne del Trentino gli fece dimenticare per un attimo il dolore, la guerra e la morte.

Quello era il suo cielo, quelle erano le sue montagne, per uno strano destino era nato lì, proprio nei luoghi dove l’Italia avrebbe lasciato due milioni di morti per non farsi strappare dieci chilometri di zolle e sassi, dove i campi venivano arati dalle bombe e dove i contadini, come suo padre, concimavano la terra con il sangue dei propri figli.

Piero rimase disteso per un bel pezzo cercando di ricordare e di ricostruire quello che era successo, nell’attesa che i dolori si calmassero un po’. Non ricordò quante volte quella mattina era saltato fuori dalla trincea con la baionetta in canna a respingere gli assalti delle truppe austriache e, come ogni volta, si era ripetuto la stessa frase: “Ora arriva... ora arriva” ma, fino a quel momento, la nera signora non era mai arrivata, in compenso quella mattina una pioggia di granate ne aveva fatto una discreta imitazione.

Era stato l’attacco più violento che Piero potesse ricordare e, poterlo ricordare voleva dire essere ancora vivo, ma quanto vivo? Di una cosa era sicuro: il suo cervello era morto di paura! Fece uno sforzo e si alzò lentamente a sedere, nel complesso i dolori si erano un po’ calmati, ma quello all’orecchio era disumano.

Istintivamente portò una mano sul fianco destro della testa per capire in che condizioni fosse.

Bastò una sommaria esplorazione per capire che l’orecchio non c’era più, al suo posto sentì una specie di cratere dai bordi bruciati che, per fortuna, aveva smesso di sanguinare.

La testa gli scoppiava, si guardò intorno alla ricerca di un pezzo di stoffa per fasciare la ferita e quello che vide gli fece dimenticare per la seconda volta il dolore.

Tutto intorno era una distesa di corpi, quasi nessuno intero, la pioggia di granate aveva fatto un orrendo lavoro.

Piero appoggiò una mano a terra per rimettersi in piedi, ma al suo posto sentì qualcosa di caldo e morbido, si voltò: accanto a lui giaceva un ragazzo il cui ventre era stato aperto da una scheggia, la mano di Piero era posata sopra i suoi intestini.

Balzò in piedi inorridito, non vomitò perché non aveva nulla nello stomaco, tenersi in piedi fu un’impresa, ma fece il possibile per allontanarsi da quel girone dantesco. Per un miracolo trovò una cassetta di pronto soccorso intatta alla cui cinghia era ancora attaccato il braccio dell’infermiere.

Sempre stringendo i denti per il dolore, riuscì in qualche modo a pulirsi la ferita ed a fasciarsela, ma si accorse con disperazione che solo dall’orecchio sinistro riusciva a percepire qualche lontanissimo suono ovattato, dal lato destro il silenzio era totale.

Trovò anche tre razioni di gallette che lo aiutarono a rimettersi un po’ in forze. Girò a lungo per il campo ma, a parte otto moribondi, che se ne sarebbero andati di lì a mezz’ora, lui era l’unico sopravvissuto. Recuperò fucile e munizioni e provò a formulare un piano.

La Vallarsa era di fronte a lui, ma scendervi significava andare incontro agli Austriaci, poteva tornare indietro e raggiungere la 62° al riparo del monte Zugna, oppure cercare di riunirsi alla Taro, sempre se esisteva ancora. Decise di tornare indietro. Si caricò il fucile in spalla e si avviò.

Era difficile camminare, il dolore alla testa lo tormentava e la vista ogni tanto gli si annebbiava, quando accadeva era costretto a fermarsi e a riposare, in quelle condizioni sarebbe stato maledettamente difficile difendersi. Camminò per un’ora circa, scese dal crinale dello Zugna lasciandosi sulla destra la Vallarsa. Ancora poco e si sarebbe trovato a ridosso del Col Santo, fuori della vista delle linee austriache.

Dopo una decina di minuti si trovò nel bel mezzo di una distesa di grano punteggiata da una miriade di papaveri. Respirò a lungo, ad occhi chiusi e a pieni polmoni, gustò l’odore della terra, del grano, dei suoi ricordi, di quando mieteva con suo padre, di quando si nascondeva tra le spighe con Nina, della prima volta che fecero l’amore. Riaprì gli occhi, per un momento aveva dimenticato le ferite e l’orrore.

“Torneremo a fare l’amore nei campi?”, pareva una cosa lontanissima eppure, in mezzo a bossoli di cartucce, nell’aria impregnata di polvere da sparo, tra le zolle intossicate di iprite la terra aveva fatto un nuovo miracolo, quell’oro e quel rosso dicevano: vita!

Piero d’improvviso si accorse che la voleva rivedere. Doveva rivederla! Nina abitava a Serravalle era una lunga deviazione, ma lui era troppo stanco per tornare subito a combattere ed il suo reparto non esisteva più. Avrebbe incontrato Nina nel piccolo bosco dei ginepri: il loro posto segreto da quando avevano otto anni.

Era quasi arrivato all’inizio del fondovalle, quando intravide qualcosa in lontananza.

Si acquattò dietro un masso, caricò il fucile, aspettò un minuto, poi fece capolino. Si trattava di un soldato, camminava procedendo lentamente e veniva dritto verso di lui. Piero attese ancora, voleva accertarsi che non ce ne fossero altri.

Dopo un altro minuto lo vide spuntare da dietro un costone, ad una settantina di metri, che arrancava in salita. Aveva una divisa austriaca, Piero imbracciò il fucile e prese la mira. I costruttori del fucile modello 1891, garantivano una portata di trecento metri utilizzando la tacca di mira normale con ritto abbassato, una di quattrocentocinquanta metri portando il ritto nella posizione normale ed una da seicento a duemila metri spostando il ritto nelle tacche d’arresto dello zoccolo.

Tutte stronzate!

In condizioni normali era già difficile centrare un bersaglio a cinquanta metri, figuriamoci nel pieno di uno scontro, o con un campionario di dolori e di ferite sparse per il corpo, senza un orecchio, senza sentire praticamente niente e con la vista che ogni tanto si annebbiava.

Il modello ’91 era vecchio di venticinque anni, la guerra era cambiata, ora c’erano armi che staccavano la coda di un passero a dieci chilometri, ma Piero aveva solo un ’91 e da quello dipendeva la sua pelle. Si appostò, prese la mira, inquadrò l’uomo nel mirino, ma il dito non si piegò sul grilletto. Di solito quando si spara da una trincea lo si fa quasi a casaccio, il più delle volte si spara in mezzo al fumo e a delle ombre senza volto, quella fu la prima volta in cui Piero si trovava a sparare ad un uomo guardandolo in faccia.

Per un attimo immaginò il viso dell’altro mentre moriva: la smorfia di dolore, il sangue che macchiava la divisa, gli occhi che mostravano stupore e poi si facevano vitrei, ma il dito non si piegò sul grilletto.

“Spara Piero! Accidenti a te!” si disse rabbioso, “che ti prende, non è la prima volta che ammazzi qualcuno!

Se non ci vedi, vuota il caricatore, ma spara porco mondo!”.

Ma il dito non si piegò sul grilletto.

Successe qualcosa: l’altro sollevò di scatto la testa, si girò e guardò nella direzione di Piero, la paura gli trasfigurò il viso. Piero rimase un attimo interdetto: “Ma di cosa ha paura? Mica sono un carro armato?”.

L’altro puntò il fucile su Piero ma, nello stesso tempo, cominciò ad urlare qualcosa facendo anche dei gesti.

“Ma che diavolo fa?” Piero doveva assolutamente sparare, ma non fu il suo dito a piegarsi sul grilletto.

Poi arrivò lo sparo.

Piero non sentì il rumore, avvertì solo una specie di fortissimo pugno sul petto, un pugno che gli svuotò i polmoni. Strinse il fucile, doveva sparare ma, per l’ultima volta, il dito non si piegò sul grilletto.

Allora perché la scena che aveva immaginato: la smorfia di dolore, la macchia sulla divisa, gli occhi vitrei, stava accadendo?

Piero non aveva sparato eppure l’altro stava cadendo a terra colpito a sua volta.

Fu il suo ultimo pensiero, tentò di dire qualcosa, ma un fiotto di sangue caldo gli inondò la bocca, cadde supino e l’ultima cosa che vide furono le spighe del grano rivolte al cielo. Per qualche tempo un esercito di papaveri rossi fece da cornice allo sguardo di Piero, infine il buio lo prese con se.

Fabrizio De Andrè

 


LA GUERRA DI NINA

“Ninetta mia crepare di maggio,
ci vuole tanto, troppo coraggio,
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci d’inverno”

Sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro. Lo sentiva.

Nina aveva saputo che il reparto di Piero si era appostato dietro il Col Santo e non aveva sentito ragioni: aveva litigato tre volte con la madre e due con il padre, ma Nina era testarda, lo voleva rivedere a tutti i costi e l’avrebbe fatto! Fosse stato l’ultimo atto della sua vita.

Sarebbe passata tra una pallottola e l’altra o sotto terra come una talpa se necessario, ma doveva rivederlo, era così e basta! I suoi l’avevano rinchiusa nel granaio e lei non si era data per vinta, in meno di tre ore era già evasa e si era diretta verso la Vallarsa.

Avrebbe incontrato Piero nel piccolo bosco dei ginepri: il loro posto segreto da quando avevano otto anni.

Nina era caparbia e temeraria, ma non stupida.

Non si sarebbe mai fatta fregare da quattro mangiapatate armati di fucile, inoltre conosceva la zona come le sue mutande e sarebbe arrivata dietro lo Zugna passando in mezzo alle gambe degli austriaci, senza che se ne fossero accorti.

E così fece, ma ciò che trovò schiacciò tutta la sua caparbietà e la sua audacia come un fico sotto uno scarpone: quasi cento metri quadrati di montagna erano stati concimati da membra umane.

Nina vomitò due volte poi fuggì via inorridita, non si prese la raccapricciante briga di vedere se in quell’orrore c’era anche Piero. Era sicura che non era lì. Non poteva essere lì. Lo sapeva e basta

 Ebbe solo la presenza di spirito di raccogliere un fucile.

Fin da piccola aveva seguito il padre a caccia e sapeva usarlo, se ne sarebbe servita se fosse stato necessario. Prese la via del fondovalle, ne aveva già percorso un bel pezzo quando lo vide.

Era lui! Era di spalle, non lo poteva vedere in viso e, anche se l’avesse visto, a quella distanza non l’avrebbe mai riconosciuto, ma era lui, ne era certa. Avrebbe riconosciuto fra mille quel modo di camminare!

Per chiamarlo avrebbe dovuto urlare, ma urlare significava attirare un nugolo di pallottole, doveva assolutamente raggiungerlo.

Cominciò a correre verso il fondovalle.

Quando la distanza si ridusse a un paio di centinaia di metri provò a chiamarlo senza fare tanto baccano, niente! Poi, improvvisamente, Piero si fermò, l’aveva sentita?

Lei stava per chiamarlo di nuovo, quando lo vide imbracciare il fucile e puntarlo davanti a se.

Che diavolo stava accadendo?

Nina allungò il collo e aguzzò la vista: oltre Piero, in fondo alla valle, c’era un altro soldato, non riuscì a distinguere il colore della divisa, si rese solo conto che l’uomo si stava muovendo nella direzione di Piero.

Nina si fermò si acquattò e puntò il fucile in direzione del soldato, qualunque cosa fosse successa sarebbe stata pronta a sparare anche se, a quella distanza, era impossibile colpire un bersaglio.

L’altro si accorse della presenza di Piero e si mise immediatamente al riparo, era sicuramente un austriaco ma, per essere un nemico, si comportò in maniera strana facendo una serie di gesti e gridando qualcosa.

Da quella distanza Nina non riuscì a capire una parola, ma perché Piero non reagiva?

L’austriaco continuo per qualche secondo a gesticolare e ad urlare, poi tutto accadde con una velocità pazzesca: Piero si sollevò in ginocchio con il fucile puntato sull’austriaco, ma senza decidersi a sparare, come se cercasse di prendere più accuratamente la mira, l’altro fu più veloce di lui, puntò l’arma e sparò.

Nina, vedendo Piero cadere, urlò.

Il grido fu talmente alto che l’austriaco la sentì e, per un attimo, rimase immobile e stupefatto.

Nina sparò, forse fu la disperazione ed il dolore a guidare la pallottola, l’uomo fu colpito in pieno petto e cadde di colpo. Nina gettò via il fucile e si precipitò da Piero, ma non arrivò in tempo, il suo uomo se n’era già andato.

Lo guardò a lungo, lo accarezzò a lungo, poi gli chiuse gli occhi, si alzò e respirò a fondo.

Non bastò a scacciare lo strazio che aveva nell’anima, ma solo a ricordarle che era suo dovere esercitare la pietà umana, perciò si avvicinò all’altro soldato. Lo trovò riverso bocconi sopra uno sperone roccioso, lo afferrò per la giacca della divisa e lo rovesciò, aveva il viso ustionato e il colpo lo aveva preso in pieno petto.

Nina gli tirò fuori la piastrina di riconoscimento, o meglio, quel che ne restava, c’era solo un nome “Andrea” ed una parte del numero di matricola, la pallottola aveva disintegrato il resto.

Possibile sia un italiano?

Che ci faceva con una divisa austriaca?

Nina gli frugò nelle tasche e l’unica cosa che trovò fu una foto: il ritratto sorridente di una ragazza dal viso dolce, ma dagli occhi tristi. Quello che colpì Nina fu la cornice di quel viso: una cascata di magnifici e lunghissimi riccioli neri.

Rimise la foto nella tasca del ragazzo, prese con se la piastrina e si avviò verso lo Zugna.

Al comando della 62° avrebbe raccontato di uno scontro armato, che sul crinale aveva visto morire un ragazzo italiano ed un austriaco, ma che l’austriaco aveva con se solo quel pezzo di mostrina con un nome italiano. Loro avrebbero pensato a riportarle Piero ed a seppellire Andrea.

Lei doveva solo attendere e piangere.

Lo fece ritornando vicino al corpo di Piero ed il primo a raccogliere quelle lacrime fu l’esercito di papaveri che lo circondava.


LA GUERRA DI ANDREA

“Andrea aveva un amore, riccioli neri
Andrea aveva un dolore, riccioli neri.
C’era scritto sul foglio ch’era morto sulla bandiera,
c’era scritto e la firma era d’oro, era firma di re.”

Non era stato un combattimento, era stato un rogo!

Dopo lo scontro, il reparto si era trovato diviso in due tronconi, il più consistente si era ritirato verso il Col Santo, mentre Andrea ed altri quindici fanti si erano rifugiati in una trincea abbandonata alle falde della Cima di Mezzana. Contavano sul fatto che gli austriaci avrebbero inseguito il gruppo più grosso, ma non fu così. Sepolti nella trincea il gruppetto era rimasto col fiato sospeso sentendo le voci dei guastatori nemici che setacciavano la zona alla ricerca dei fuggitivi.

Le voci dei nemici si avvicinavano, i soldati italiani si rintanarono ancora di più in uno dei cunicoli sotterranei che si aprivano nel fianco della trincea. «Zitti! Non muovetevi, non respirate nemmeno!»

“C’era bisogno che ce lo dicessi tu!” Andrea rispose al tenente solo nella sua mente, farlo ad alta voce sarebbe stata pura e semplice insubordinazione.

Le voci degli austriaci erano sempre più vicine, poi si fermarono.

Si capiva che stavano guardando dentro la trincea. Qualcuno urlò qualcosa, probabilmente degli ordini. Ci fu un preoccupante silenzio accompagnato solo da lontani rumori metallici, poi scoppiò l’inferno.

Ci fu una specie di soffio e, dopo una frazione di secondo, un muro di fuoco invase il cunicolo.

Abiti, capelli, pelle, carne, ferro, aria, tutto prese fuoco.

Soltanto quelli che si precipitarono fuori riuscirono a urlare prima che il fuoco gli prosciugasse la bocca, gli altri si limitarono a spalancarla per respirare, ma il fuoco bruciò il poco ossigeno che era rimasto nei loro polmoni e così morirono senza un suono.

Dopo tre vampate gli austriaci spensero il lanciafiamme e se n’andarono subito, senza neanche fermarsi controllare se c’era rimasto qualche superstite.

Nemmeno loro avrebbero potuto sopportare il tanfo della carne bruciata.

Per Andrea ed altri due compagni si compì una specie di miracolo, o quasi.

Un attimo prima che gli austriaci inondassero di fiamme la trincea, uno dei tre, tastando nel buio del cunicolo, aveva scoperto un budello che si addentrava nel ventre della montagna. Come la luce delle fiamme balenò di fronte a loro, i tre si erano già infilati nel cunicolo. Il fuoco non li risparmiò, ma almeno non li incenerì.

Uscirono un’ora dopo dalla trincea, capelli e ciglia erano praticamente vaporizzati, chiazze nere e sanguinolente coprivano mani e visi. Si guardarono in faccia, Andrea era stato il più fortunato, le teste degli altri due sembravano teschi di pece, uno non aveva neanche più le labbra.

Si sedettero senza dire una parola.

Quando dopo poco più di un’ora Andrea si alzò, gli altri due erano morti da un pezzo.

Provò a togliersi il cappotto, ma diversi lembi di stoffa erano rimasti appiccicati alle ustioni, usò la baionetta per staccarli dalla pelle e, dopo un lunga serie di dolorose operazioni tutta la stoffa carbonizzata che una volta era stato il suo cappotto militare, giaceva ai suoi piedi. Aveva bisogno di bere, ma doveva allontanarsi anche da lì.

S’incamminò lungo la Vallassa, doveva concentrarsi per stare in guardia dal tiro degli austriaci, ma il dolore e la disidratazione lo stavano tormentando, per giunta, nonostante la giornata fosse tiepida, cominciò ad essere assalito da brividi di freddo.

Si guardò intorno e, nascosto da un masso scorse il corpo di un uomo, si avvicinò, ebbe fortuna, aveva ancora la borraccia piena a metà, la scolò tutta, poi gli sfilò il cappotto, prese fucile e munizioni, si riposò qualche minuto e riprese il cammino. Le ustioni tornarono a tormentarlo di nuovo, non si era neanche accorto il morto era un soldato nemico e che lui ora indossava un pastrano austriaco.

Cercò di stringere i denti per obbligarsi a camminare, fermarsi di nuovo poteva voler dire morire.

Scorse il soldato all’improvviso, aveva aggirato uno sperone di roccia e se l’era trovato ad una settantina di metri davanti a se, in alto sul costone della montagna. La divisa grigioverde si stagliava sul giallo di un campo di grano.

Fece appena in tempo a ripararsi di nuovo dietro la roccia, l’altro aveva già imbracciato il fucile ma, chissà perché, non aveva sparato subito. Andrea restò fermo per un po’, poi si sporse di nuovo puntando a sua volta il fucile.

Il soldato era sempre lì con l’arma spianata su di lui. Andrea aguzzò la vista e si accorse che portava una divisa italiana, forse l’altro non l’aveva visto bene, doveva fare qualcosa!

«Hei, sono italiano anch’io, non sparare!»

Niente. L’altro non fece nessun gesto e si limitò a tenere il fucile puntato su Andrea.

«Abbassa il fucile, non mi senti? Sono della 207°, gli austriaci ci hanno assalito con i lanciafiamme!»

Niente. Doveva essere sordo o ferito, non c’era altra spiegazione. Andrea decise di rischiare, si sporse un po’ di più dallo sperone roccioso abbassando leggermente l’arma.

«Insomma, sono italiano come te… facciamo così: io ora abbasso il fucile e alzo una mano e tu farai altrettanto, va bene?»

Di nuovo niente risposta. Andrea provò a muoversi come aveva preannunciato e tutto avvenne con una rapidità sconvolgente: l’altro fece un movimento come per spostarsi, Andrea, impaurito, risollevò immediatamente il ‘91 e lasciò partire un colpo, era sicuro che a quella distanza non sarebbe mai riuscito a prenderlo, invece l’uomo cadde all’indietro affondando tra le spighe.

«Accidenti a me, che cosa ho fatto!» Andrea si alzò allarmato per correre in soccorso dell’uomo quando, da un punto oltre il costone, qualcuno sparò. Andrea stupito, cercò con gli occhi il luogo da dove era partito il colpo, ma non fece in tempo ad individuarlo poiché un fortissimo pugno sul petto lo lasciò senza fiato. Andrea guardò perplesso il sangue che gli colava dal petto e cadde bocconi a terra.

“Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo
Il secchio gli disse, gli disse: «Signore il pozzo è profondo
più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto»
lui disse: «Mi basta mi basta che sia più profondo di me»”.

Andrea guardava il fondo del pozzo.

Erano passati due mesi da quando l’avevano tirata su dall’acqua scura, lo stesso tempo che lui aveva passato in ospedale con una pallottola nel polmone, rallentata miracolosamente dalla sua piastrina di riconoscimento, piastrina che misteriosamente era sparita.

Lo avevano trovato con un cappotto austriaco addosso, coperto di ustioni in quasi la metà del corpo.

Un commilitone, che si era ritirato con il gruppo più grosso, l’aveva riconosciuto e così era stato subito ricoverato presso l’ospedale militare. Il cappellano gli aveva detto che era stato un miracolo ma, per un destino infame, per una vita salvata per caso, un’altra finiva per disperazione.

Prima che Andrea fosse riconosciuto, dal comando era partita una lettera, conteneva più retorica del discorso di un papa, diceva che era morto sulla bandiera, sulle montagne di Trento, colpito da una mitragliatrice ed un sacco di altre stronzate. C’era stampato uno stemma dorato con la firma del re. Senza che il re, o qualcuno dei suoi generali, si fosse preso la briga di verificare che lui era ancora vivo, sia pure per un miracolo, e rinchiuso in un ospedale da campo.

Nessuno scrisse a casa sua dicendo: “Ci siamo sbagliati, Andrea è vivo e sta per tornare!” nessuno lo fece, fu per questo che trovarono il foglio sul bordo del pozzo, fu l’unica cosa che lei aveva lasciato fuori da quell’abisso insieme alla sua disperazione, prima di lasciarsi cadere dentro.

Andrea guardava il fondo del pozzo dove, per una fatalità, per una lettera scritta troppo in fretta dal comando italiano, ed arrivata troppo in fretta a casa sua, lei se n’era andata.

Andrea guardava il fondo del pozzo, chiedendosi solo se ci sarebbe stata abbastanza acqua per lui.

Ritorna all'indice dei racconti

Web Graphics created by Evita

Home Page

www.elbasun.com - il sito del SOLE