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IL GIGANTE

Cavoli” è il nome di una delle più belle spiagge dell’Elba.

Situata nella parte meridionale del massiccio del monte Capanne, è un’incantevole insenatura formata da grossa sabbia granitica che, anche se smossa, si deposita subito sul fondo lasciando l’acqua limpida e trasparente.

Conosciutissima da tutti i turisti che da anni frequentano l’isola, Cavoli nei giorni di piena estate diventa purtroppo una distesa di asciugamani e di ombrelloni, al punto che, riuscire a vedere il colore della sabbia, è un’impresa ardua.

Pochi sanno però che “Cavoli” fu anche il soprannome di uno dei personaggi più singolari dell’isola che visse a cavallo tra i due secoli.

Il suo nome era Francesco Ricci, un gigante alto quasi due metri, dalla corporatura massiccia e dotato di un’incredibile forza e resistenza.

Francesco Ricci detto: “Cavoli”

Cavoli viveva arrabattandosi come poteva e la sua principale attività era, pensate un po'? La guida turistica! Sì, avete capito bene, Cavoli faceva da guida a tutti coloro che desideravano raggiungere in escursione la cima del monte Capanne, ma il bello era che lo faceva a piedi nudi, arrampicandosi sui sentieri come una capra e perfino portando sulla testa una “bussola”, una specie di grande canestro nel quale i turisti depositavano gli oggetti che avrebbero reso faticosa la salita.

Ma la specialità di Cavoli era un’altra.

Nonostante fosse analfabeta, Francesco aveva una grande passione: Giuseppe Verdi.

Conosceva a memoria tutte le romanze del grande compositore così, ogni volta che accompagnava qualche comitiva su per i sentieri della montagna, tirava fuori una voce profonda e potente, finché il risuonare delle voci di Alfredo, di Rigoletto, di Radames e di tanti altri personaggi, veniva amplificato dai solitari canaloni e dalle antiche pietraie della montagna, regalando a quelle musiche senza tempo, uno sterminato teatro che nemmeno il “Cigno di Busseto” 2 avrebbe mai potuto immaginare”.


 

Marciana - settembre 1897

Enrico era sbarcato qualche giorno prima all’Elba, senza sapere nemmeno lui che cosa l’avesse spinto a rifugiarsi nell’isola. O meglio lo sapeva perfettamente, ma evitava di pensarci. Negli ultimi quindici giorni erano successe troppe cose e lui aveva bisogno di riordinare le idee.

Si era allontanato da Livorno senza dire niente a nessuno, nemmeno ad Ada.

Doveva capire, doveva affrontare a viso aperto tutti i suoi dubbi, ma soprattutto aveva bisogno di un po’ di tempo per poter prendere delle decisioni. E non erano decisioni facili da prendere. Soprattutto una.

Quella mattina si era spinto fino a Marciana: un pugno di case arroccato sulle pendici di una montagna, immersa nella tranquillità dei boschi dell’isola, da cui lo sguardo poteva spaziare fino all’estremità di un magnifico Tirreno. Enrico voleva starsene tranquillo e, per farlo, aveva deciso di dedicare un po’ di tempo alla sua seconda grande passione: il disegno.

Si era portato dietro tutto l’occorrente e, siccome la sua specialità erano le caricature, si era seduto su di un vecchio muretto e si era messo a ritrarre i personaggi del paese che ogni tanto si fermavano per qualche minuto a chiacchierare fra loro.

Inutile dire che, dopo mezz’ora, due o tre ragazzini si erano appostati alle sue spalle a seguire la matita che correva sul foglio dandosi ogni tanto qualche gomitata e facendo qualche commento sottovoce. Enrico stava ritraendo due donne, quando improvvisamente tutta la visuale fu occupata da una specie di montagna. Enrico sollevò lo sguardo: di fronte a lui stazionava il fratello di Golia in persona! Se non era il fratello, si trattava comunque un parente stretto.

Era alto più di due metri, aveva una corporatura massiccia e due braccia che parevano tronchi d’albero, sembrava un gigante omerico.

Aveva la pelle cotta dal sole ed una folta barba grigia ed un cappellaccio contribuivano a rendere ancora più imponente quell’uomo.

«Scusate, voi siete in visita di piacere?»

La voce era calda e profonda e, per certi versi, anche piacevole. Enrico, trovandoselo improvvisamente davanti, non poté fare a meno di sobbalzare: «Dice a me?» che domanda stupida, c’era solo lui! Infatti il gigante neanche gli rispose ed Enrico proseguì: «Beh… diciamo di sì… perché?»

«Io sono “Cavoli” faccio da guida a tutti quelli che vogliono arrivare in cima al Capanne.»

Enrico guardò meglio l’uomo, era vestito miseramente, non doveva passarsela bene, ma possedeva due occhi scuri da cui traspariva una mente semplice, ma acuta.

«In cima dove?»

«Al Capanne, il monte più alto dell’Isola d’Elba.» disse Cavoli girandosi ed indicare la cima di una montagna alle sue spalle.

«E che ci vengo a fare in cima al Capanne?» Enrico si accorse di essere stato sgarbato, ma il gigante parve non accorgersene.

«Si respira aria buona e da lì si vede tutta l’isola.»

Enrico non aveva voglia di farsi una scarpinata, ma forse ripensandoci l’avrebbe aiutato a dimenticare per un giorno i suoi dubbi e le sue angosce.

«E quando si partirebbe?» domandò sospirando Enrico.

«Fra poco, bisogna aspettare altri tre signori.»

“Ci mancava anche la cordata per il monte Capanne.” sospirò tra se Enrico.

Mezz’ora dopo il gruppetto era pronto per l’escursione, gli “altri tre signori” erano una giovane coppia in viaggio di nozze ed un prete. Che diavolo ci andavano a fare in cima ad un monte?

«Se i signori hanno qualche oggetto pesante, ci penserò io a portarlo su.» disse Cavoli piazzandosi in testa un grosso canestro dentro cui finirono la borsetta della giovane, il sacco del prete e la piccola borsa di Enrico.

«Siete pronti?» tutti annuirono, «allora partiamo!»

Enrico era l’ultimo della fila, perciò fu l’ultimo ad accorgersi Che Cavoli camminava a piedi scalzi! In vita sua Enrico aveva visto pochi uomini forgiati con una simile tempra, ma non sapeva che il bello doveva ancora venire.

Per la prima ora camminarono in silenzio, seguendo un sentiero che si addentrava tra superbi boschi di castagni. Ogni tanto Cavoli spiegava dove si trovavano e il percorso che avrebbero seguito ma, per la maggior parte del tempo, rimase in silenzio. Finiti i boschi, il sentiero sbucò in un grandioso canalone, la salita si fece più ripida ed il gruppetto si trovò a camminare tra immense pietraie di roccia grigia.

Ogni passo, ogni parola, ogni piccolo rumore venivano amplificati da quell’anfiteatro naturale. Enrico, nonostante il fiatone, non poté fare a meno di pensare che l’acustica prodotta da quelle rupi, doveva essere notevole e ne ebbe la prova di lì a pochi minuti. Avevano appena aggirato una serie di speroni rocciosi quando, tra i contrafforti del monte Capanne, echeggiò un canto:

Và, pensiero, sull’ali dorate;
và, ti posa sui clivi, sui colli,
ove olezzano tepide e molli
l’aure dolci del suolo natal!

Enrico spalancò gli occhi, si guardò intorno, si trattava di una voce calda e potente, per un attimo non riuscì a capirne la provenienza, la natura ingigantiva quel canto che sembrava arrivare da tutto il canalone, poi Enrico capì chi era che cantava e lo stupore raddoppiò: la voce era quella di Cavoli! Come diavolo faceva ad arrampicarsi a piedi nudi, a portare un discreto peso sulla testa e a cantare?

Del Giordano le rive saluta,
di Sïonne le torri atterrate...
Oh mia patria sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!

Enrico aspettò che Cavoli arrivasse alla parte più bella del coro e, come il gigante attaccò la strofa, Enrico l’agganciò cantando in terza voce:

Arpa d’ôr dei fatidici vati,
perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
ci favella del tempo che fu!

Cavoli non fece una piega anzi, incalzato dalla voce di Enrico, prese più forza. Su per il sentiero che portava al monte Capanne, sembrava che marciasse tutto il popolo di Israele in esilio.

O simìle di Sòlima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t’ispiri il signore un concento
che ne infonda al patire virtù!

Dopo il Nabucco, Cavoli attaccò I lombardi alla prima crociata:

O Signore, dal tetto natio
Ci chiamasti con santa promessa,

ed Enrico dietro:

Giubilando per l’aspro sentier.
Ma la fronte avvilita e dimessa

Ci vollero altre cinque romanze per arrivare in cima al Capanne, solo che, mentre Cavoli cantava l’ultima nota del Credo in un Dio crudel dall’Otello a piena voce, Enrico si trascinava la lingua già da metà montagna.

Arrivati sulla cima il gruppetto si stravaccò per riprendere fiato.

«Bravo! Sei un cantante?» domandò Cavoli.

Enrico aveva un tale fiatone che non riusciva a parlare, così si limitò ad annuire. Ci volle un’altra mezz’ora perché i quattro escursionisti si riprendessero. Il prete, che sudava come una fontana, andò a cercare inutilmente un po’ d’ombra per riposare e la giovane coppia tirò fuori pane, formaggio e vino e si mise a mangiare. Cavoli ed Enrico restarono soli.

«Sei bravo, di dove sei?»
«Di Napoli.»
Cavoli era passato direttamente al “tu” ed Enrico non se n’era nemmeno accorto.

«Da quanto canti?»
«Da sempre.»
«Dove hai cantato?»
«A Caserta, a Napoli… a Salerno. Quindici giorni fa abbiamo debuttato a Livorno con la Boheme…»
«Con che?»
«La Boheme.»
«Mai sentita.»
«È di Giacomo Puccini. È stata rappresentata per la prima volta l’anno scorso a Torino.»
«Puccini? Mmmm, questo nome l’ho già sentito… comunque per me più su di Verdi, non c’è nessuno!»
«A Livorno abbiamo messo in scena anche la Traviata.»
A Cavoli brillarono gli occhi:
«Cantiamo il brindisi?»
«Magari dopo… scusami, ma sono sfinito, non ce la farei neanche a fischiare la marcia reale… sarà per un’altra volta… ma tu come diavolo fai?»
«A forza di salire e scendere per la montagna, sai il fiato che ti viene!»
«Hai ragione, dovrei farlo anch’io.»
«Hai finito a Livorno?»
«No, ci sono ancora due repliche.» rispose Enrico rabbuiandosi. Cavoli se ne accorse.
«La Bo… Boveme… come diavolo si chiama… è andata male?»
«No, ma sarebbe potuta andare meglio, e poi… »
«Poi?»
Enrico esitava:
«Poi mi sono innamorato di una donna… una soprano.»
«E allora?»
«E allora…» Enrico esitò ancora.
«È stonata?»
«È sposata.» disse sorridendo amaramente Enrico.
«L’importante è che non sia stonata.»
Enrico sorrise di nuovo.
«È… è sposata… ed ha un figlio… non so cosa fare.»
«Tu pensa solo a rafforzare la tua voce, il resto verrà da se.»
«Sono stanco.» disse Enrico affranto.
«Che cosa? Tu sei matto! Con la tua voce potresti fare faville!»
«Beato te che ci credi.»
Enrico aveva gli occhi bassi e Cavoli gli si avvicinò.
«Quando ritorni a Livorno?»
«Tra quattro giorni.»
«Bene, domani fatti trovare in paese alla stessa ora di stamani.»
«Per fare che?»
«Torniamo qui.»
Enrico spalancò gli occhi:
«Tu sei tutto matto, oggi mi hai sfiancato… non so nemmeno se riuscirò a tornare giù!»
«Fidati.»
«Ma non ci penso nemmeno!»

Ed invece Enrico la mattina successiva era lì in paese ad aspettare Cavoli. Salirono insieme di nuovo sul Capanne cantando le arie di Verdi e, questa volta ed anche le volte successive, sempre da soli, ma soltanto l’ultimo giorno, quando ripeterono per l’ultima volta la scarpinata, Enrico arrivò alla vetta della montagna cantando a gola spiegata, e senza fiatone, in duetto con Cavoli:

Libiamo, libiamo ne’ lieti calici
che la bellezza infiora,
e la fuggevol, fuggevol ora
s’inebri a voluttà.
Libiam ne’ dolci fremiti
che suscita l’amore,
poiché quell’occhio al core…

Solo che Enrico scoppiò a ridere.

«Che c’è da ridere?»
«C’è che, a questo punto del libretto, con questa strofa, dovrei rivolgermi a Violetta e qui ci sei solo tu.»
«E allora?»
«Tu, più che una Violetta, sembri un campo di carciofi,» Cavoli ci restò un po’ male, Enrico proseguì, «… ma con una voce che non avevo mai sentito e nel più grandioso teatro del mondo!» Enrico accompagnò l’ultima frase con un gesto che abbracciò la montagna e l’intera isola distesa ai loro piedi poi e, senza dire altro, attaccò di nuovo la Traviata.

Di Provenza il mar, il suol
chi dal cor ti cancellò?
Al natio fulgente sol
qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol
ch’ivi gioia a te brillò;
e che pace colà sol
su te splendere ancor può...

Cavoli non lo lasciò finire e, di rimando, attaccò subito il Rigoletto:

La donna è mobile
qual piuma al vento,
muta d’accento
e di pensier.
Sempre un amabile
leggiadro viso,
in pianto o in riso,
è menzogner.

Alla fine della romanza le due voci si prepararono all’acuto finale.

Tutta la natura intorno sembrò fermarsi in attesa di quelle note. E quelle note arrivarono. Ingigantite dai contrafforti della montagna rimbalzarono fino alla cima, volteggiarono intorno ad essa come un falco, per gettarsi poi in picchiata giù per le rupi, distendendosi infine sul mare per sciogliere i loro ultimi echi tra le gemme dei riflessi del tramonto.

Il giorno dopo Enrico e Cavoli si ritrovarono solo per salutarsi.

«Mi hai insegnato un paio di cose che sarà difficile dimenticare.» disse Enrico.
«Hai un tesoro dentro quella gola, cerca di averne cura.»
«Te lo prometto.»

Si abbracciarono, Enrico non arrivava neanche al petto di Cavoli.

«Accidenti, non conosco nemmeno il tuo nome.»
«Francesco… Francesco Ricci, ma tutti mi conoscono come “Cavoli”, e tu?»
«Enrico… Enrico Caruso.»

Si abbracciarono di nuovo.

«Addio Francesco.»
«Addio Enrico e buona fortuna.»
«Anche a te.»
Si lasciarono con un groppo in gola. Non si sarebbero più rivisti, ma nessuno dei due avrebbe dimenticato l’altro.

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