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L’UNICA COSA IMPORTANTE

“Mi sento sola. Il mio dramma è di stare sola. Mi hanno lasciato tutti. I miei bambini, mio marito, mio padre. Cosa penso? Non penso, non esisto più. Spero di morire presto. Ma spero anche che tutti gli altri malati non siano lasciati così soli. Non è giusto abbandonarci. Noi abbiamo bisogno di aiuto, soprattutto abbiamo bisogno di amore. È l’unica cosa importante che possiamo portare dall’altra parte della vita”.

Magret Wangico, malata terminale di Aids
Karlobanghi - Nairobi, agosto 2001

 


“Chi vive nell’inferno si sente in un posto qualsiasi”. Michelle non riusciva a ricordare dove aveva letto quella frase, forse su Internet forse da qualche altra parte, forse... chissà dove. Da otto mesi era arrivata in Kenya. Da otto mesi lavorava nell’inferno ed ora, anche a lei, sembrava un posto qualsiasi. Era domenica. Una domenica come tante altre, una domenica “normale” con i vestiti della festa e la partita di calcio. La normalità dell’inferno. Ma dove aveva letto quella frase? Si spostò sotto la tettoia dell’ingresso dell’ospedale, un anno prima aveva deciso di venire nel continente nero con “medici senza frontiere”. Dopo appena un mese di Africa, nonostante tutta la buona volontà che aveva messo nel suo lavoro, ebbe la netta sensazione di tentare di spegnere un incendio pisciandoci sopra. Entrò nell’unica corsia del piccolo ospedale, l’accolse il solito pesante odore di medicinali misto a dolore. Si guardò intorno, appena quaranta posti letto: una pisciata su un incendio! Ricordò le parole del suo professore: “Solo in Africa ci sono ventitré milioni di malati di Aids, l’ottantacinque per cento del pianeta, fra dieci anni avremo quaranta milioni di orfani”. Che diavolo ci faceva lì? Era la domanda che tutte le mattine rivolgeva a se stessa ma, nonostante tutto, il tempo passava: di giorno il sole bruciava la polvere della savana, di notte la luna la inondava di bianco, giorno e notte la morte faceva il resto. Ma lei era ancora lì. Era fuggita da qualcosa, anche se non sapeva cosa, forse da un matrimonio fallito, forse da un breve elenco di storie prive di senso, forse da un figlio mai arrivato. O forse, più semplicemente, era fuggita da se stessa e, per non farsi ancora male, si era sempre rifiutata di cercare il motivo vero.

«Michelle!» Henk, il giovane virologo olandese, l’ultimo arrivato nel team del piccolo ospedale, la stava guardando con i suoi grandi occhi grigi.

«Michelle... Lisimba ha chiesto di te.»

Michelle, sospirò, «Appena possibile vado a trovarlo.»

«Michelle... se ne sta andando.»

La giovane donna serrò i pugni, era il suo modo di scaricare una parte della rabbia che aveva accumulato in mesi di impotente disperazione.

«Va bene andiamo.»

Henk la precedette, lei si perse a guardare il notevole fisico del giovane medico che camminava davanti a lei, il dolore che la circondava le aveva attutito tutti i sensi, arrivò a chiedersi se sarebbe stata ancora in grado di desiderare un uomo.

Arrivarono al letto di Lisimba.

«Dottoressa Michelle...» rantolò l’uomo.

«Ciao vecchio mio!» Michelle sorrise.

«Ti... volevo solo ringraziare...»

Michelle si sentì assalire di nuovo dalla rabbia, «Di cosa?... non ho potuto far nulla per te.»

«Dottoressa Michelle, ti volevo ringraziare per il tuo sorriso... sai, qui in Africa chi guarda quelli come me, non ride mai, le facce sono sempre serie e spaventate, come se guardassero un morto.» Lisimba si voltò verso Henk allungandogli la mano: «Buona fortuna giovane dottore biondo.» Lui prese timidamente la mano dell’uomo fra le sue poi, visto che lui gli sorrideva, la strinse più forte e gli rispose con l’unica parola di Kiswahili che conosceva:

«Jambo , Lisimba!»

«Jambo, dottore biondo!»

Henk resistette solo qualche secondo poi fuggì via.

«Dottoressa Michelle, stai vicino al giovane dottore biondo, ha paura.»

«Lo so, è successo a tutti noi.»

«Dottoressa Michelle, vai a regalare il tuo sorriso a qualcun altro.»

Michelle rimase per i successivi undici minuti a guardare morire Lisimba, quando sentì la mano dell’uomo rilassarsi nella sua, appoggiò due dita sulla giugulare solo per sentire il sangue che si fermava insieme alla vita. Michelle chiuse gli occhi a Lisimba e lo coprì con il lenzuolo.

«Liberate il letto.» disse agli infermieri.

Si allontanò dal letto e uscì dal piccolo ospedale. Sulla porta cercò di respirare a fondo, ma l’aria calda dell’Africa non concedeva mai il senso di liberazione che lei ogni volta si aspettava. Aggirò la costruzione e si rifugiò all’ombra della grande acacia che delimitava l’orto dell’ospedale. Si appoggiò al fusto e aspettò qualche lacrima liberatoria che regolarmente non arrivava mai. La sensazione di aver imboccato un tunnel senza uscita era una costante condizione mentale, ma l’aspetto più allucinante era l’atmosfera di normalità che aleggiava nel villaggio, come se la morte fosse una cosa lontana e sconosciuta.

Michelle avvertì un rumore sulla sua destra. Incuriosita si spostò di qualche passo: sulla rudimentale panchina di pietra al centro dell’orto stava seduto un uomo: stringeva la testa tra le mani e piangeva. Lei si avvicinò e gli si sedette accanto.

«Lo so, all’inizio è sempre così e occorre molto tempo per farci l’abitudine, il nemico peggiore sono le frustrazioni e... l’impotenza.»

Henk si asciugò le lacrime con il dorso della mano: «Scusami, ho fatto la figura dello stupido.»
«Hai fatto bene a venire qui, non bisogna mai mostrare la disperazione di fronte ai malati, non li aiuta.»

Michelle si alzò: «Appena puoi fai un salto in medicheria.» Si pentì subito di essere stata dura con Henk, ma per otto mesi l’Africa lo era stata con lei e la crosta che si era formata intorno al cuore era diventata una corazza. Michelle entrò nella zona dell’ospedale destinata alle abitazioni per il personale medico, raggiunse la sua camera e si buttò sul letto, sapeva che il caldo non le avrebbe permesso di dormire ma, in qualche modo, doveva fa riprendere fiato alla mente.

«Dottoressa Michelle!» neanche dopo un quarto d’ora la faccia rotonda di Ainka fece capolino dalla tenda.

«Cosa c’è?»

«C’è un uomo che cerca te.»

«Chi è?»

«Non ha mai visto prima.» Ainka aveva ventidue anni e si occupava delle pulizie, la sua specialità, nonostante le lezioni di Michelle, era di sbagliare tutti i verbi. Michelle si alzò e si trascinò fuori. Facendosi ombra con il palmo della mano vide Ainka accanto ad un uomo.

«Ecco dottoressa Michelle,» disse la ragazza indicandola all’uomo, «io andiamo finire pulizia.»

L’uomo si avvicinò. Era più vecchio di lei, indossava dei pantaloni di tela ed una sahariana coperta di povere. Come rappresentante del sesso forte era piuttosto anonimo, in compenso sfoggiava sorriso che sembrava sincero. Michelle intravide dei caratteri orientali.

«Dottoressa Borrel?

«Sono io.»

«Buongiorno, mi chiamo Parindra Matsendra... Parindra è il nome.» Parlava inglese con uno strano accento.

«Non riesco ad immaginare cosa possa fare per lei signor Parindra.»

«Oh, stia tranquilla non ho intenzione di intralciare il suo lavoro.»

«Dica pure.»

«Dottoressa, io sono uno scrittore, sono qui in Africa per raccogliere appunti per il mio prossimo lavoro.»

A Michelle la cosa dette fastidio e la sua risposta fu tremendamente ironica: «Signor Parindra, qui troverà il miglior campionario di sofferenza esistente sul pianeta, se ha deciso di scrivere un’avventura sul dolore, è nel posto giusto!»

«Sì... lo so, ma il mio scopo non è solo il libro...»

«Lei è indiano?»

Parindra sorrise: «Si, sono nato a Calcutta da padre inglese e madre indiana, ma ho studiato negli Stati Uniti ed in Italia ed ho lavorato in India e in Europa.»

A Michelle fu subito antipatico: «Cosa posso fare per lei?»

«Dottoressa mi trovo nella necessità di... conoscere la realtà dei malati terminali di Aids.»

«Li vuole intervistare?» Michelle fu caustica.

«No... voglio solo capire.»

«Capire come si fa a morire? Bene, possiamo anche iniziare subito, venga con me!» Rispose quasi con rabbia.

Michelle si avviò di scatto verso la periferia del villaggio, precedeva Parindra camminando con passi nervosi. L’uomo per un attimo restò perplesso, poi affrettò il passo per raggiungerla.

«Do... dottoressa Borrel... non era necessario che si disturbasse subito... po... potevamo rimandare a domani... »

È meglio levarsi subito il pensiero.»

Camminarono per dieci minuti sotto un sole che martellava, alla fine Michelle si fermò di fronte alla porta di un’abitazione e, prima di entrare, si rivolse all’uomo: «Non so se le piacerà lo spettacolo, ma in ognuna di queste case troverà un condensato di dolore,» Michelle aprì la porta e si fece da parte invitandolo ad entrare, «benvenuto in Africa signor Parindra.»

Parindra entrò. L’ambiente era in penombra e lui non riuscì a distinguere nulla. La prima cosa che lo colpì fu un odore indescrivibile: un misto di medicinali, sudore e cibo andato a male.

«Venga.» Michelle lo prese per un braccio e lo trascinò in un’altra piccola stanza. Parindra entrò quasi timidamente. Distesa su di una branda c’era una giovane donna di una magrezza allucinante, il bianco degli occhi brillava acquoso al centro di un viso devastato dal male, il respiro rantolante della donna era l’unico rumore esistente nella stanza. La donna come vide Michelle, le disse qualcosa in Kiswahili allungando una mano verso di lei. Michelle le sorrise e le prese una mano fra le sue. Parlarono per qualche minuto, poi si rivolse a Parindra:

«Questo è il dolore dell’Africa...» poi il tono di Michelle si raddolcì un po’, «se vuole può parlare con lei, si chiama Magret e conosce l’inglese.»

Parindra si avvicino: «Ciao Magret... come ti senti?»

«Sono stanca e... sola, tu chi sei?»

«Sono... uno scrittore...»

«Che cosa scrivi?»

«Libri, articoli... e altre cose.»

«Perché sei qui? Qui c’è solo tristezza e solitudine, tutti mi hanno abbandonato, hanno paura... solo Michelle viene a trovarmi... sono stanca di stare sola... ho paura.»

Parindra sorrise e prese la mano alla donna: «Nessuno di noi è solo, nemmeno ora.»

«Perché parli così?»

«Magret non dobbiamo avere paura della morte, essa è una maestra, una compagna che ci segue per tutta la vita. Se ne abbiamo paura, continueremo a morire ogni istante della nostra esistenza, invece di vivere pienamente ogni giorno.»

Michelle stava per saltare al collo di Parindra: come si permetteva! Che diavolo aveva in mente per parlare così ad una moribonda? Tuttavia qualcosa le impedì di farlo. Magret guardò a lungo Parindra negli occhi: «Aiutami,» mormorò, «io non esisto più per nessuno.»

L’uomo sorrise di nuovo: «Ognuno di noi esiste per gli altri, e gli altri esistono per noi. Facciamo parte di un universo, di una realtà inseparabile e se uno di noi se ne va, se ne va anche una piccola briciola di vita per coloro che restano.»

«Di me non si ricorderà nessuno.»

«Forse le persone dimenticheranno, ma dentro ognuno di noi c’è una fetta di eternità, una piccola porzione dell’Essere supremo, lui non dimentica e la presenza di Magret resterà, come resterà quella di tutti noi.»

«Ma io non ho più nulla da portare dall’altra parte della vita… nemmeno il sorriso dei miei figli.»
«Non esiste un’altra parte della vita, è la nostra mente che crea divisioni che si inventa differenze. Il nostro spirito è eterno.»

«Perché dici questo?»

«Secondo te, nell’attimo in cui noi lasciamo questa vita il nostro corpo diminuisce di peso?»

Magret lo guardò perplessa. Michelle che, alle spalle di Parindra aveva seguito tutta la conversazione, aggrottò la fronte.

«N… no.» rispose Magret dimenticando per un attimo la sua condizione.

«E allora vuol dire che il tuo spirito, la tua anima… in poche parole la tua vita, non ha peso, è eterna e non può morire. Tu porterai con te tutto il tuo mondo e tutto l’amore che hai dato e che hai ricevuto.»

In quel momento accadde un miracolo: Magret sorrise.

«Grazie, che Dio ti benedica!»

Parindra sorrise a sua volta e baciò la mano di Magret poi, senza dire altro, uscì dalla stanza e dalla casa seguito da Michelle. I due si fermarono all’ombra di un vecchio baobab.

«Non facciamo mai abbastanza per coloro che se ne vanno.» disse Parindra.

Michelle lo guardò a lungo negli occhi: «Chi è lei?»

«Uno scrittore.»

«Non me la racconta giusta.»

«Ha ragione, sono uno scrittore di scarso successo.»

«Per quale motivo è venuto a fare in Africa?»

Parindra lasciò vagare lo sguardo oltre la polvere della strada, lungo le colline che fissavano il confine della savana: «Per amore.»

«… non capisco.»

«Capirà dottoressa, ma dovrà farlo con il suo muscolo cardiaco non con i suoi neuroni.»

Michelle continuò a guardarlo stupita. Parindra allungò una mano che lei strinse perplessa: «Arrivederci Michelle, abbia cura di lei.»

Senza dire altro l’uomo si allontanò e dopo qualche minuto sparì nella polvere che il vento stava alzando in quel momento. Un attimo dopo spuntò, correndo verso di lei Henk con un foglio in mano.

«Michelle, è arrivato questo!»

«Che cos’è?»

«Un fax… devi assolutamente leggerlo.»

Michelle aprì il foglio era di Jean, il suo professore lesse:

Dottoressa Michelle Borrel
Karlobanghi – Nairobi

Cara Michelle,

so quanto sei impegnata, ma devo chiederti un favore che, per altro, non ti porterà via molto tempo. Tra qualche giorno arriverà a Karlobanghi un mio carissimo amico: il dottor Parindra Matsendra, a lui non piace molto farsi passare per quello che è, infatti usa sempre la versione indiana del suo nome indiano, in realtà quello vero è Peter Kimber…

Michelle guardò esterrefatta Hank: «Cristo, lo scopritore del vaccino!»

… Peter è un tipo singolare, te ne accorgerai ma, come sai, è uno dei massimi virologi mondiali ed è l’unico ad essere ad un passo alla sintesi della proteina antivirus. Come saprai ha avuto tutta la famiglia sterminata dal virus, per questo ha deciso di dedicare la sua vita alla ricerca della cura, al punto che, siccome l’organizzazione mondiale della sanità gli ritardava l’autorizzazione alla sperimentazione del vaccino sull’uomo, ha preso una decisione: si è autoinfettato ed ora sta sperimentando su di se la proteina. Ma, indipendentemente dalle sue enormi qualità di ricercatore, è un uomo con una carica spirituale enorme, una persona con un altissimo livello di autocoscienza. Continua a ripetere che alla proteina serve un catalizzatore per stimolare l’effetto e che questo catalizzatore è l’amore che tutti noi possiamo dare a chi è colpito dalla malattia. Peter se ne sta andando in giro per l’Africa a sperimentare il suo catalizzatore. Ti prego solo di una cosa, ti verrà la tentazione di prenderlo per matto, ma se lo ascolterai per un istante c’è il rischio che qualcosa nella tua vita cambi.

Un abbraccio, Jean

Michelle alzò gli occhi dal foglio, guardò nella polvere alzata dal vento dentro la quale era sparito Parindra e mormorò fra se: «Lo ha già fatto.»

«Michelle,» la voce di Hank la riscosse, «sul tavolo dell’infermeria ho trovato questa.» disse porgendole una scatola, «credo che l’abbia lasciata l’indiano.»

Michelle l’aprì, dentro c’erano una ventina di fiale e un foglio con le specifiche chimiche della proteina.

«Che roba è? Che c’è dentro le fiale?»

Michelle, sollevò di nuovo lo sguardo verso la polvere e, sorridendo, rispose con una sola parola: «Amore.».

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