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IL VENDITORE DI SOGNI

Dedicato ad Ivan Graziani

Firenze lo sai non è servita a cambiarla,
la cosa che ha amato di più è stata l’aria.
Lei ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni,
ma gli occhi di marmo del colosso toscano guardano troppo lontano.

Caro il mio Barbarossa, studente in filosofia,
con il tuo italiano insicuro, certe cose le sapevi dire,
oh lo so, lo so, lo so bene, lo so,
una donna da amare in due, in comune fra te e me,
ma di tempo ce n’è, in questa città,
fottuti di malinconia e di lei.

Per questo canto una canzone triste, triste come me,
e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei,
ancora un po’ di lei.

Ricordo i suoi occhi, strano tipo di donna che era,
quando gettò i suoi disegni, con rabbia giù da Ponte Vecchio,
"Io sono nata da una conchiglia" diceva,
"la mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare".

Caro il mio Barbarossa, compagno di un’avventura,
certo anche se lei se n’è andata, no, non è colpa mia,
oh lo so, lo so, la tua vita non cambierà,
ritornerai in Irlanda, con la tua laurea in filosofia,
ma io che farò in questa città?
Fottuto di malinconia e di lei.

Per questo canto una canzone triste, triste come me,
e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei,
ancora un po’ di lei

"Firenze (canzone triste) - Ivan Graziani"

***********

In quel periodo ero considerato uno dei migliori sognatori professionisti d’Europa. Da quando Morfeo era stato messo a punto e la sua utilizzazione, anche se controllata, era divenuta di pubblico domino, io ero diventato ricco.

Nella sua ultima versione, quella piccola scatola argentea, aveva cambiato la vita di milioni di persone e, le immense possibilità (sia positive che negative) che prometteva, erano saltate subito agli occhi di tutte le autorità mediche mondiali, perciò l’autorizzazione all’uso era concessa con il contagocce a pochissime persone scelte e altamente qualificate.

In realtà la parola Morfeo era una sigla, il suo altisonante significato era: “Modulatore Onirico e Riproduttore di Frequenze Encefaliche Ordinate”.

In parole povere: un registratore di sogni.

In parole ricche: la più piccola macchina fabbrica-soldi del mondo.

Morfeo era uno strumento che permetteva di registrare i sogni e di rivederli, da quando era stato inventato, schiere di sognatori avevano cercato di vendere i propri ma, coloro che di questa attività erano riusciti a farne un’arte, si contavano sulla punta delle dita.

Io ero uno di questi. I miei sogni si vendevano a peso d’oro ed io mi gonfiavo d’orgoglio come un tacchino vantandomi del mio genio artistico, al punto di apparire odioso agli occhi degli altri.

Ogni volta che ricevevo un cliente, provavo un gusto sottile nel metterlo in soggezione.

Già il fatto di scalare la trafila delle mie segretarie, di farli attendere almeno per tre settimane prima di concedere un appuntamento. Di far attendere le vittime per un’ora almeno, nella sagrestia dell’antro del mago dei sogni, contribuiva a fare di me una specie di entità astratta, una sorta di divinità. Tutto questo fino al giorno in cui incontrai Ivano.

Venne da me in un freddo pomeriggio di gennaio, poteva avere poco meno di sessant’anni, la sua aria tranquilla mi colpì. Di solito la maggior parte dei miei clienti era tutta gente nervosa, frustrata, depressa, qualche volta anche triste e disperata. Gente che cercava nei sogni, che io costruivo per loro, una ragione per un’alternativa alla vita, al quotidiano, al grigiore dell’esistenza in cui era relegata.

«Si accomodi Ivano,» mentre leggevo il nome sull’agenda, gratificavo il nuovo venuto con il più falso dei miei sorrisi. Di solito sentirsi chiamare subito per nome senza il ‘Signor’ o la ‘Signora’ davanti, metteva a suo agio il cliente.

«Grazie.»

«Vuole raccontarmi il suo desiderio, o preferisce parlarmi un po’ di lei?»

«Se mi permette, vorrei raccontarle una storia.»

«L’ascolterò molto volentieri.» In realtà mi stavo apprestando, prevedendo una noia mortale, a sentire la parodia di qualche romanzetto rosa, o la versione immaginaria di qualche soap-opera o, addirittura, il desiderio segreto di vivere, da stallone, qualche vicenda da film porno di infima categoria. Fu il modo con cui Ivano iniziò il suo racconto che risvegliò qualcosa dentro di me. Sospirò a fondo, lasciò che lo sguardo si perdesse per un attimo nel vuoto, poi iniziò:

***

La nascita di Venere Sandro Botticelli 1485

Usava il carboncino e la matita, come i grandi artisti del rinascimento.

La prima volta che la vidi era nel museo degli Uffizi, seduta di fronte alla “Nascita di Venere”. Con un blocco di fogli da disegno in mano, stava ritraendo il capolavoro del Botticelli.

Ero alle sue spalle e, ciò che immediatamente mi colpì, fu il suo modo di disegnare: lo faceva quasi con rabbia, con violenza, come se il foglio nascondesse i tratti del quadro che stava copiando e lei cercasse in tutti i modi di tirarli fuori.

Mi avvicinai da dietro in punta di piedi temendo di disturbarla.

Faceva scorrere la matita sul foglio lentamente, ma ogni segno, ogni sfumatura, ogni gesto non era studiato, anzi la sua mano sembrava guidata da una specie di ansia, una sorta di angoscia il disperato tentativo di vedere al di là della bellezza che il grande artista fiorentino aveva steso sulla tela. Eppure il disegno era stupendo.

Si era concentrata sul corpo nudo di Venere, lasciando fuori Zefiro, Flora e la Primavera , e gli stava instillando tutta la sensualità dimenticata dallo splendore della cultura rinascimentale.

Con discrezione aggirai il basso divano su cui era seduta, feci finta di avvicinarmi al quadro per vederne i particolari poi, sempre con discrezione, mi voltai e la guardai: era bella da far male.

Aveva i capelli nero corvino, nella mia immaginazione mi ricordò una zingara, forse l’Esmeralda del gobbo di Notre Dame, ma la cosa che più mi colpì, quando sollevò lo sguardo per copiare il dipinto, furono le due piccole lacrime che le rigavano il viso.

Non riuscii più a muovermi.

Dal mio angolo continuai a guardarla per non so quanto tempo, con lo sguardo le accarezzai a lungo il viso, probabilmente fu allora che me ne innamorai. La pena che provai nel vedere quelle due lacrime mi annodò lo stomaco. Lei aveva gli occhi incollati sul grande quadro senza rendersi conto di ciò che le accadeva intorno.

Dopo neanche un minuto, una specie di vichingo le si avvicinò e si chinò a baciarle i capelli, lei non si voltò neanche anzi, aggrottò appena la fronte come se ne fosse infastidita. Mi risultò subito antipatico.

Lui le disse qualcosa e lei accennò appena una risposta.

Il vichingo insisté e questa volta lei rispose seccata, lui fece un gesto brusco e se ne andò via. “Così impari!” pensai.

Lei staccò brusca il foglio su cui stava disegnando, lo gettò da una parte e prese a disegnare su uno nuovo. Continuai ad osservarla. Via via che andava avanti, i suoi gesti diventavano quasi disperati finché non si fermò e si prese la testa fra le mani singhiozzando.

L’impulso fu quello di correrle vicino per consolarla ma, ma il timore di invischiarmi in fatti personali altrui, mi avrebbe fatto fare la figura del baccalà. Dovevo trovare una scusa e non dovetti cercarla a lungo poiché l’avevo sotto i piedi: avevo calpestato il primo foglio strappato dal blocco. Lo raccolsi e mi avvicinai.

«Scusami, ti è caduto questo... mi dispiace ci ho messo il piede sopra e ...»

Lei sollevò il viso guardandomi e la voce mi morì in gola: aveva gli occhi pieni di lacrime.

«Hem ... scusa, lo so che non sono fatti miei, ma... posso fare qualcosa?»

Lei guardò me e poi il dipinto indicandolo con la matita: «È bellissima.»

«È vero,» guardai il quadro a mia volta, ma terminai la frase perduto negli occhi di lei, «è... bella da far male...»

Lei fissò di nuovo il dipinto e, concentrata su di esso, ripeté lentamente la mia frase, come se avesse dovuto assorbirne il significato: «... bella da far male...». Poi si rivolse di nuovo a me:

«Credi che la bellezza sia frutto del dolore?»

«No, è il dolore ad essere uno degli effetti della bellezza.»

«Ne sei convinto?»

«Le tue lacrime ne sono la testimonianza.»

Per un attimo parve ritornare sulla terra e si asciugò furtivamente il viso, «Sono solo il frutto della mia rabbia.»

«.... per non riuscire a riprodurla?»

«No, perché né io, né tu e nemmeno il genere umano sa cos’è!» bruscamente raccolse tutte le sue cose e si allontanò senza dirmi altro.

“Tu è il genere umano forse non sapete cosa sia la bellezza, ma io sì, ed oggi l’ho vista per la prima volta!” pensai guardandola uscire dalla sala.

Dopo quella volta tornai più volte agli Uffizi con la speranza di incontrarla, mi aggiravo per le sale come un fantasma inquieto, imparai quasi a memoria la disposizione delle opere nella galleria ma, con il pensiero di rivederla, mi rendevo conto a malapena di camminare nell’Olimpo dell’arte.

La rividi dopo due settimane, era nella sala cosiddetta “Tribuna” in piedi di fronte al gruppo dei “Lottatori”, stava cercando freneticamente di riprodurre sulla carta, il superbo fascino dei due corpi.

Quella dei “Lottatori” è una scultura che mi ha sempre affascinato e imbarazzato nello stesso tempo: poiché, secondo la prospettiva, invece di un’azione di lotta, può sembrare un accoppiamento tra due uomini. Ma pensieri del genere le erano estranei, la sua ossessione (lo capii poco tempo dopo) era la bellezza.

La bellezza assoluta, quella che va oltre ogni giudizio terreno, quella che solo le anime elette sono in grado di concepire, quella che solo i sommi artisti sono in grado di riprodurre.

La bellezza che trascende le immagini, i suoni, le emozioni, che va oltre ogni realtà concepibile.

Che va oltre la morte e non conosce fine.

Come la prima volta, mi avvicinai da dietro, aveva quasi finito e, nonostante tutto continuava riprendere linee, a correggere sfumature, a marcare contorni. La matita sembrava non conoscere pace.

Mi allontanai girando attorno al gruppo marmoreo mettendomi di fronte a lei. Continuò concentrata a disegnare, era come se non esistessi. In quel momento per me invece non esisteva che lei: m’incantai a guardarle il viso illuminato dalla luce che, entrando dalla grande finestra alle sue spalle, si rifletteva sul foglio da disegno.

Era ancora più bella della prima volta.

Dopo dieci minuti smise di disegnare e mi guardò intensamente: «Questo è dolore?» disse improvvisamente.

Guardai i Lottatori, «Questa è forza... il dolore semmai lo ha provato quel poveraccio del modello.»

Per la prima volta sorrise e la sua bellezza esplose. «Vieni,» mi avvicinai, «che te ne pare?» Tirò fuori un foglio dalla cartella con il disegno della Venere del Botticelli. Era molto bello ma con una differenza: le braccia della dea non coprivano né il seno né il pube, ma stavano aperte come in un abbraccio al mondo, come in un atto di offerta all’umanità di una bellezza prima sconosciuta.

«Perché l’hai disegnata così?»

«Perché nascondere la bellezza?» fu la sua risposta.

«Già... perché nasconderla...» feci meditabondo.

Raccolse tutti i disegni e, come se sapesse già che l’avrei seguita in capo al mondo, disse semplicemente: «Andiamo!» ed io la seguii come la Marinella di De André seguì un re senza corona e senza scorta.

Parlammo a lungo, ci rifugiammo in una pizzeria, poi continuammo a parlare vagando per le strade di una Firenze che scivolava verso la sera. La notte ci sorprese seduti sulla spalletta centrale di Ponte Vecchio. Io non avevo cessato un istante di guardarla.

«Non conosco neanche il tuo nome.»

«Ha importanza?»

«Ora che mi ci fai pensare… forse no »

«Akylina.»

Aggrottai la fronte. «Non è un nome italiano?»

Lei mi regalò un sorriso: «Sono nata a Dakofti una piccola località sulla costa orientale di Kithira.»

«Scusa la mia ignoranza in geografia…»

«Grecia… a sud del Peloponneso»

«Un’isola?»

«Sì…» Akylina lasciò che lo sguardo si perdesse sulle scure acque dell’Arno, «Esiodo racconta che Cronos castrò Urano e gettò i suoi genitali nel mare ad est di Kithira: dai loro resti e dalla spuma dell’Egeo, nacque Afrodite, la dea della bellezza… io sono cresciuta in quel mare.»

“Lo sapevo che sotto, sotto c’era qualcosa!” pensai.

«Ho cercato la bellezza per tutta la Grecia… poi nell’arte qui in Italia… Roma, Firenze, ma è come se mi sfuggisse è come se fosse impossibile afferrarla…»

“Ti basterebbe uno specchio” pensai ancora.

«Questo non è l’Egeo,» disse indicando l’Arno, «Firenze è uno scrigno d’arte, ma l’unica cosa veramente impregnata di bellezza è l’aria!»

Akylina si strinse le spalle con un brivido, io dovetti fare uno sforzo per calmare l’onda di emozioni che mi aveva invaso l’anima, in qualche modo ce la feci e le misi un braccio sulle spalle avvicinandola a me. «Hai freddo?»

«No, ma non voglio stare sola questa notte.»

Quella notte non facemmo l’amore. Lei si addormentò ed io, non so per quante ore, rimasi a contemplare il suo viso alla luce ambrata di una vecchia abat-jour, poi mi addormentai.

La mattina dopo, quando mi svegliai, lei era già andata via. Non aveva lasciato né un biglietto e neanche il numero di un telefono. Mi dispiacque, ma qualcosa dentro di me mi disse che Akylina era lo spirito più libero che mai avessi conosciuto e nulla lo avrebbe potuto trattenere su questa terra, ma volevo rivederla.

Un pomeriggio tornai agli Uffizi sperando di incontrarla di nuovo ma, attraversando Piazza della Signoria, la intravidi seduta sulle scale della Loggia dei Lanzi, con la cartella sulle ginocchia, stava disegnando con la sua solita foga.

Mi avvicinai: «Akylina!» per diversi secondi parve non mi avesse sentito, poi mi guardò come se mi vedesse per la prima volta, feci per avvicinarmi, ma una mano grande come il volante di una panda, mi artigliò la spalla. Era il vichingo: «Ehi viso pallido! Sicuro di non sbagliare strada?»

«Sicurissimo.» Mi stava diventava sempre più antipatico.

«Ethan falla finita!» Akylina si era avvicinata.

«Stavo spiegando al signore la strada per buttarsi in Arno.» fece il vichingo.

«Io la conosco, magari potrei rinfrescare a te la memoria.» ribattei io.

Il vichingo mi prese per il bavero e mi appiccicò al piedistallo del Perseo, era alto almeno trenta centimetri più di me e mi avrebbe stesso con uno starnuto: «Lascia stare la mia ragazza, non mi va di sporcare di sangue la Loggia dei...» improvvisamente il vichingo tacque e spalancò gli occhi.

Dietro le sue spalle sentii la voce di Akylina: «Fai un’altra mossa e spingo in su!» Il vichingo allentò la presa e, con mio stupore, mi accorsi che la ragazza gli aveva calato calzoni e mutande e gli stava puntando la matita all’ingresso del sedere. Rosso come un peperone, mi lasciò andare e si occupò delle sue mutande, dei suoi calzoni e del suo ano. La gente intorno aveva fatto capannello e stava sghignazzando. «Sparisci!» Il vichingo obbedì, tirandosi affannosamente su i calzoni, sparì verso la piazza del museo. «Mi dispiace.» disse lei.

«È il tuo ragazzo?»

«No, ci siamo visti qualche volta e si è messo in testa che io sia di sua proprietà.»

«Comunque ha ragione, non voglio e non posso invadere la tua vita.»

Akylina mi guardò, mi accarezzo il viso e si avvicino dandomi un bacio, «Vieni.» mi prese per mano e ci allontanammo verso il fiume. Parlammo a lungo fino a sera, appoggiati al muro del lungarno, rimase accoccolata a lungo tra le mie braccia.

Quella notte facemmo l’amore e alla luce della stessa vecchia abat-jour, restai a lungo a guardare il suo corpo nudo: il Botticelli non sarebbe mai riuscito a dipingere un miracolo simile. La mattina, come al solito, mi ritrovai solo, quella volta però trovai un biglietto sul tavolo: “Ti aspetto a Ponte Vecchio”. Mi vestii a tempo di record e uscii. La trovai seduta sul muretto sotto la loggia al centro del ponte, aveva con se tutti i suoi disegni e lo sguardo perso lungo il fiume.

«Akylina!»

si voltò aveva gli occhi pieni di lacrime: « Non c’è bellezza, ma solo desiderio.»

«Non capisco.»

«Mi hai avuta anche tu, ma non hai visto cosa c’era oltre, siete tutti maledettamente ciechi!» con un gesto rabbioso prese i disegni e li scaraventò nel fiume, poi si avvicinò mi accarezzò il viso e mi sfiorò le labbra con un bacio: «Mi dispiace, addio.»

Se n’andò lasciandomi lì come un deficiente, la guardai allontanarsi senza riuscire a muovere un muscolo. Quando stava per sparire alla vista, sentii arrivare il vichingo trafelato.

«Se n’è andata.» dissi.

«L’ho sempre saputo che l’avrebbe fatto, uno spirito libero come lei non sarebbe mai riuscito a fermarsi» fece lui.

«La rivedremo?»

«Difficile dirlo.»

Mi voltai sospirando e tesi la mano al vichingo: «Mi chiamo Ivano.»

«Ethan.» la stretta era forte e il vichingo sorrise.

«Di dove sei?»

«Galway, Irlanda.»

«Che ci fai a Firenze?»

«Il mese prossimo mi laureo in filosofia.»

«Te ne ritornerai su?»

«Già, e tu?»

“Io resterò qui a morire di malinconia” pensai, ma risposi: «Rimarrò qui, questa è la mia città.»

Ci stringemmo di nuovo la mano e anche lui uscì dalla mia vita.

Akylina restò un chiodo fisso nella mente ed io non feci niente per dimenticarla. Ma, per molto tempo, mi chiesi da dove venisse quella sua ossessione per la bellezza e che cosa veramente cercasse con tanta disperata ostinazione.

***

Ivano terminò il suo racconto. Per me fu quasi una delusione, non era certo una storia spettacolare, neanche da tirarci fuori un’idea originale per confezionare sogni per altri clienti, ma c’era qualcosa che non riuscivo ad afferrare, qualcosa che mi affascinava. La mia deontologia professionale m’impediva di andare oltre, non ero uno psicologo e non feci altre domande specifiche sulla vicenda.

«Bene, Ivano,» dissi con calma, «vuoi che ti costruisca un sogno inerente alla tua storia.» Ivano sollevò lo sguardo, vidi i suoi occhi luccicare, mi accorsi dell’emozione che lo aveva sommerso, accadeva spesso ai miei clienti. Mi rispose annuendo senza riuscire a parlare. «Bene, se mi permetti vorrei capire come sviluppare la storia.»

«Sviluppare?» mi guardò stupito.

«Sì, dobbiamo stabilire le modalità del sogno.»

«Non capisco.»

Mi armai di pazienza: «Ovviamente vorrai che la storia abbia un altro finale, che Akylina non se ne vada e che resti con te. Magari possiamo modificare anche la struttura del luogo, cambiare luci e situazioni, a tal proposito ho una vasta gamma di varianti, posso perfino inserire sensazioni tattili, odori, caldo e freddo, nonché effetti speciali e…» abbassai la voce in tono da cospiratore, «…per quanto riguarda il sesso…»

«No, no…»

«… Non c’è problemi… niente sesso.»

«Non mi ha capito, io vorrei la storia esattamente come l’ho vissuta, con le stesse sensazioni, con le stesse e mozioni… insomma come l’ho raccontata.»

Questa volta mi stupii davvero: «Come?»

«Sì, niente di più.»

«Perdonami, ma se vuoi rivivere la storia come l’hai vissuta, perché sei venuto da me.»

Ivano sorrise: «La storia non è per me.»

«No?»

«È per la mia compagna,» fece una pausa, «Sì… Akylina, sono ventitré anni viviamo insieme. Dopo alcuni mesi, tornò a Firenze, forse era l’unico posto dove aveva trovato un po’ di serenità per la sua ossessione.

In tutti questi anni ho sempre cercato di farle capire quanto l’averla vicina ogni giorno, ha fatto di me un uomo felice, quanto sarebbe stata piena di malinconia la mia vita senza di lei.» fece una pausa commossa, «e neanche sono mai riuscito a spiegare ai miei figli, quanto ho amato loro madre, ma io non sono bravo ad esprimermi con le parole e allora voglio che vivano le emozioni che ho vissuto io tanti anni fa lungo le sponde di un fiume e nelle sale di un museo.»

Rimasi a guardarlo per dieci minuti buoni. Le emozioni si accavallavano in me, tutta la mia prosopopea professionale si dissolse nell’aria, in tre secondi mi resi conto che, fino ad allora, avevo confezionato solo storie da romanzetti rosa senza suggestioni, senza tenerezze, senza commozioni. Storie senza un’anima.

Sorrisi ad Ivano: «Stai tranquillo, sarà la mia più bella storia!»

E così fu.

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