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TUTTA COLPA DI RICCIOTTI

Mary Celeste

Il “Mary Celeste” era un brigantino americano di 288 tonnellate, varato nel 1861 nella Nuova Scozia.

Il 5 novembre 1872 partì da New York diretto a Genova, al comando del capitano Benjamin Briggs, con un carico di barili di alcool e con un equipaggio di sette uomini (oltre alla moglie del capitano, Sarah Spooner, e alla figlia Sofia di due anni).

Il Mary Celeste venne avvistato alle ore 13.30 del 5 dicembre, a 700 miglia dalla costa portoghese dal “Dei Gratia”, un altro brigantino al comando del capitano David Morehouse che era partito il 15 novembre da New York diretto a Gibilterra.

Quel giorno il Dei Gratia avvistò, ad una distanza di circa sei miglia, un veliero che navigava verso ponente.

Il mare era mosso, ma il vento da nord, che per tutta la mattina era stato forte, si stava placando ed il barometro saliva verso il bel tempo. Osservando il veliero con il cannocchiale, il capitano Morehouse notò subito alcune stranezze: la nave, completamente intatta e con le vele spiegate, effettuava continui cambiamenti di rotta.

 Il capitano del Dei Gratia ordinò di alzare un segnale di saluto per mezzo di bandiere, come si usava negli incontri in alto mare. Ma il gesto di cortesia rimase senza risposta.

Il capitano Morehouse pensò allora che il comandante del misterioso veliero non avesse ancora imparato le regole del mare, ma subito si pentì perché, osservando meglio il serpeggiare del brigantino, immaginò che potesse aver subito un’avaria al timone o che qualcosa di peggio fosse accaduto a bordo.

Dopo due ore, il Dei Gratia riuscì ad accostare alla Mary Celeste.

La nave fu trovata completamente deserta. A bordo tutto era in perfetto ordine, come se il brigantino fosse stato abbandonato da poco. La nave non presentava alcun segno di violenza o di danni, il carico era in ordine e ben stivato. Il deposito di acqua potabile era quasi pieno ed in cambusa non mancavano i viveri, nessun oggetto mancava, nessuna traccia di violenza fu riscontrata e l’unica scialuppa di salvataggio era al suo posto. Lo scafo e l’alberatura erano in perfette condizioni.

L’ultima data segnata sul giornale di bordo era quella del 24 novembre, a quella data il Mary Celeste navigava con mare calmo a sei miglia dall’isola di Santa Maria delle Azzorre.

Dal 25 novembre, ovvero dal giorno in cui si presume che il Mary Celeste fosse stato abbandonato, fino al 5 dicembre, giorno dell’incontro con il Dei Gratia, aveva navigato per trecentosettantotto miglia e sulla rotta giusta verso Gibilterra e, ciò che è più straordinario, senza anima viva a bordo e col timone in balia del mare. Ogni indagine per spiegare il mistero risultò vana: quello del Mary Celeste è considerato il più grande enigma di ogni tempo della storia della marineria.

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Tanti anni fa Ricciotti aveva un banco nella zona del mercato vecchio di Portoferraio e vendeva muscoli crudi da mangiare al momento con una generosa dose di succo di limone spremuto al momento.

Allora, aprire uno di quegli scrigni e sentire il fresco profumo del mare, era un piacere che rasentava la beatitudine. Oggi, mangiare una cozza cruda vuol dire: anticorpi che entrano in sciopero e bacilli del colera addestrati come dei guerriglieri iracheni.

Ma allora si poteva, e il banco di Ricciotti era sempre affollato di gente del paese che, specialmente nei giorni di mercato, faceva la fila per gustarsi il sapore di quelle meraviglie. Ma non solo per quello.

L’esclusiva dell’azienda, di cui Ricciotti era il solo ed unico concessionario, erano le incredibili storie di mare che raccontava! Ricciotti, in gioventù, era stato un marinaio, aveva girato il mondo, aveva visto paesi lontani e gli piaceva da matti stupire la gente con straordinari racconti che, praticamente, nascevano tutti dalla sua fervida fantasia.

Proprio così, la maggior parte delle sue storie, erano più che altro ignobili bufale, ma Ricciotti le raccontava con tanta foga, tanta passione e così poco ritegno, che tutti l’ascoltavano a bocca aperta, facendosi anche una risata finale. Senza contare che, in ogni caso, qualche abituale avventore del banco di Ricciotti, di professione citrullo, alla fine ci credeva.

E così la fama del cantastorie di mare, venditore di muscoli si allargava sempre di più.

Ricciotti, tra l’altro, aveva un modo di parlare a denti stretti talmente particolare, che nelle sue narrazioni sembrava impiegasse una forza e un impegno straordinari. Tanto per fare un esempio le storie di Ricciotti cominciavano più o meno così:

«Madonna... (il resto dell’esclamazione è irripetibile, ma il nostro cantastorie non lo faceva per bestemmiare, ma semplicemente per dare più enfasi ed incisività al racconto)... una volta eravamo in pieno Atlantico. Ad un certo momento si leva un mare del diavolo, onde alte trenta metri! Ogni onda era un chilo di bianchetti che arrivava a bordo! Rischiavamo di affondare. All’improvviso il capitano dà l’ordine: “Carico a mare!” Quella volta la nave imbarcava citrato. Dopo aver vuotato le stive il mare, diventò bianco come il latte e tutto intorno alla nave c’era tanta di quella schiuma, che le acciughe mettevano la testa fuori dall’acqua e mollavano certi rutti che spettinavano tutta la ciurma!»

Con l’andar degli anni le storie si facevano sempre più incredibili e Ricciotti ce la metteva tutta per inventarsene di nuove.

Un giorno, non si sa dove ne come, Ricciotti venne a conoscenza della misteriosa vicenda del brigantino “Mary Celeste” e l’incredibile scomparsa del suo equipaggio in pieno Atlantico.

Era impossibile resistere alla tentazione! Ricciotti aspettò il primo giorno di mercato, quando la piazza era più affollata del solito poi, quando verso le dieci, il suo banco era al massimo della clientela, raccontò la sua storia più incredibile, senza tener conto che, per averla vissuta, si sarebbe dovuto imbarcare l’anno della breccia di Porta Pia, ma questo non aveva importanza, l’importante era raccontare storie.

«Madonna... (vd. Sopra) eravamo fermi da una settimana sull’isola di Santa Maria delle Azzorre, dovevamo imbarcare un carico di scimmie ma non trovavamo abbastanza banane per convincerle a salire a bordo. Un giorno ero di riposo e, dopo aver colto una cesta di limoni, avevo preso una delle scialuppe della nave e me n’ero andato fino alla scogliera per fare un bel carico di muscoli freschi.

Stavo per tornare all’isola quando ti vedo un brigantino che navigava adagio a poche braccia dalla mia barca. Leggo il nome: “Mary Celeste”.

Mi sbraccio per salutare e dalla nave mi rispondono.

Poi qualcuno mi urla:

«Hei, che cosa fai qui marinaio?», ed io: «Raccolgo muscoli!», «Ce li faresti assaggiare?», «Come no! Venite!».

La nave si avvicina e, come la mia barca arrivò sotto la murata, cominciai ad aprire muscoli, a spremerci sopra il limone e ad offrirli all’equipaggio del brigantino.

Dal capitano fino all’ultimo mozzo, si buttarono all’arrembaggio di quelle bontà. Alla fine, rimasero talmente entusiasti dei miei muscoli che, senza pensarci, salirono tutti a bordo alla barca perché ne volevano mangiare ancora.

Ricominciarono ad abbuffarsi, ma si dimenticarono della nave che, senza nessuno a bordo, prese il mare e sparì all’orizzonte.

Il capitano e l’equipaggio erano disperati così, per non fare brutta figura, decisero di non ritornare mai più in America e rimasero sull’isola pregandomi di non raccontare a nessuno di ciò che era successo.

Loro sono ancora laggiù. Il Mary Celeste fu ritrovata intatta e senza equipaggio e così nacque la leggenda della nave fantasma, ma nessuno sa che furono i miei muscoli a far nascere la leggenda!»

Per un minuto buono, tutti gli ascoltatori rimasero a bocca aperta, poi qualcuno azzardò un dubbio:

«Ma sei sicuro? Tu ci prendi in giro!», Ricciotti fece l’offeso: «Come non sono sicuro! L’equipaggio rimase là! Si mangiarono tanti di quei muscoli che, con la cacarella che venne dopo a tutti, ci concimarono tutta l’isola!».

Il gruppo degli avventori scoppiò in una risata. «E che fine fece la nave?», «Sembra che si sia incagliata su una scogliera nell’isola di Cuba , ma…» e qui fece la voce cupa e cavernosa, «…il suo fantasma naviga ancora senza pace per i mari, in cerca del suo equipaggio!»

Un brivido gelido percorse tutto il gruppetto degli avventori. Ricciotti, dentro di sé, sghignazzava come un matto. In seguito, accortosi che la storia del Mary Celeste stava diventando un successone e, visto che praticamente tutto il mondo passava davanti al suo banco, cominciò a raccontare la storia a destra e a manca finché, in capo ad una settimana, tutto il paese conosceva la leggenda del brigantino fantasma.

Il successo della storia durò a lungo ma, dopo un mese, Ricciotti aveva già inventato altre avventure e quella del Mary Celeste andò a finire nel dimenticatoio insieme a tante altre.

Ma c’era qualcosa di misterioso in mare che lo aspettava al varco.

Un mese dopo, in una tranquilla sera di autunno, Ricciotti se ne tornava in porto con la sua barca. Aveva calato i suoi duecento metri di tramaglio , proponendosi di recuperarlo la mattina dopo di buon ora.

Già da mezzora remava tranquillo, la costa era ancora lontana mezzo miglio, ma la serata era calma e senza vento e Ricciotti si godeva la traversata. Ormai faceva buio presto e la barca viaggiava con la lampara accesa.

Ad un certo momento, senza nessun preavviso, la barca si infilò in un banco di nebbia. Ricciotti non si preoccupò, la costa era ancora lontana, ma rallentò la voga, non voleva andare a sbattere contro qualche altra imbarcazione.

Dopo venti minuti cominciò ad innervosirsi, quel maledetto banco non finiva più!

Per di più aveva perso l’orientamento e non era sicuro di remare ancora nella direzione giusta.

Passò un altro quarto d’ora, la nebbia sembrò diradarsi, ma la sagoma scura che gli si parò davanti non era la costa, ma una nave! Ricciotti sobbalzò: «E questa da dove salta fuori?» Era un’imbarcazione di legno, sembrava un peschereccio, «Chi sono questi deficienti che navigano a luci spente?»

In realtà la mancanza delle luci di navigazione non era la sola cosa strana di quella nave e Ricciotti se ne accorse subito: tutto era immobile e nessun suono proveniva dal ponte.

«Hei! C’è nessuno?»

Niente. «Ma che cavolo sta succedendo?»

Ricciotti si fece coraggio e si avvicinò, legò la barca alla murata di dritta e salì a bordo. Il ponte era deserto. Ricciotti provò ancora a chiamare. Niente! Si fece coraggio e scese sotto coperta. Dopo mezz’ora l’aveva setacciata tutta ritrovandosi al punto di partenza: aveva trovato la nave intatta, ma a bordo non aveva incontrato neanche il fantasma di un topo!

Era ancora lì che rimuginava quando lo sguardo gli cadde su di una targa di ottone fissata sul perno del timone, sollevò la lampada ad acetilene e lesse il nome della nave: “Mary Celeste”!

Ricciotti spalancò bocca e occhi, se avesse avuto qualcos’altro da spalancare lo avrebbe fatto.

Il terrore gli balzò addosso come una tigre, cominciò ad indietreggiare ma, fatti alcuni passi sentì qualcosa scricchiolare sotto i piedi, abbassò la lanterna e quello che vide gli trasformò il terrore in panico: il ponte era pieno di gusci vuoti di muscoli!

Come se qualcuno dopo averne fatto una scorpacciata, avesse lasciato i gusci sparsi per il ponte.

Ricciotti non seppe mai come fece, ma in venticinque secondi: saltò dalla nave, slegò la barca, si attaccò ai remi e uscì dal banco di nebbia. Solo dopo duecento metri ebbe il coraggio di voltarsi: il banco di nebbia era sparito, il mare era calmo e la serata limpida e tranquilla.

Fu da quella volta che Ricciotti smise di raccontare le sue incredibili storie di mare ma, soprattutto, di andare a calare il tramaglio di sera.

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