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In un mondo chiuso tutto tuo,
fatto di figure di cartone,
e di tante bambole di stoffa vivi tu.
Vivi chiusa in quelle quattro mura,
non ricordi chi ti ci ha portato,
e conosci solo chi ora gioca con te.
E nei tuoi sogni parli con gli angeli.
               "Figure di cartone - Le Orme".

Le dita corsero veloci sulla tastiera. L’immagine sul monitor cambiò, apparve l’inizio di una homepage con la pagina iniziale della chat e con la richiesta di inserimento del nick . Le dita batterono quello di sempre: “Lilith”, poi con il mouse andò in alto a sinistra dello schermo, aprì il menù avanzato e creò la stanza. Anche la stanza aveva sempre lo stesso nome: “Il sogno”. Inserì la password di accesso per bloccare l’entrata ad estranei e attese. Non passò neanche un minuto che comparve una scritta:

[server]Anael~MeetIRC@h872-34-n2entra

L’angelo era arrivato

* Lo pseudonimo con il quale si conversa in chat.

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La mano destra si spostò dalla tastiera al mouse. Il puntatore corse sullo schermo fino alla “X” in alto a destra. Una di seguito all’altra si chiusero tutte le finestre, finché non rimase la schermata principale con il logo del dipartimento centrale delle ricerche. Laura chiuse gli occhi, respirò a fondo appoggiandosi alla spalliera della sedia. Rimase così per parecchi minuti lasciando che brividi ed emozioni defluissero dal suo corpo. Dopo due mesi non riusciva ancora a capacitarsi di quello che era successo. In una chat, incontrata per caso in Internet dove ragazzini, repressi e anonimi si scambiavano parole, aveva trovato un qualcosa che trascendeva la realtà, un qualcuno che, dietro il nick di un angelo, le aveva sconvolto la vita.

Quell’appuntamento giornaliero davanti al monitor era diventato una droga. Nella sua vita non si era mai legata a uomini per più di sei mesi, li trovava soffocanti, immersi nei loro ruoli di maschi e culturalmente immobili. Aveva sposato il suo lavoro di ricerca e i risultati erano giunti dopo anni di stress e di delusioni, ma erano arrivati.

Aveva esultato certo, ma non si era sentita appagata, non aveva sentito quell’esaltazione che accompagna i grandi traguardi del genere umano, perché di uno di questi si trattava. E ora che succedeva? Perché un anonimo angelo, dietro uno schermo fluorescente, lontano chissà dove, le aveva regalato sensazioni che le soddisfazioni di una vita di lavoro neanche erano riuscite a sfiorare.

In certi momenti aveva perfino dimenticato il suo lavoro.
In certi momenti i brividi che sentiva dentro il suo corpo l’avevano spaventata.
In certi momenti aveva chiuso gli occhi e si era sentita bagnata

Qualcuno bussò.

«Professoressa!»

Sobbalzò e si riscosse: «...Si?»

«Sono arrivati i risultati.»

«Vengo subito.»

Da fuori della porta il giovane tese le orecchie come per captare qualche suono. Ma dalla stanza non arrivò niente.

«Che fai origli alle porte?» Disse sorridendo la ragazza alle sue spalle.

«Non lo so, mi preoccupa.»

«Perché?»

«Da due mesi, tutte le sere, a quest’ora si chiude nel suo ufficio e ci resta per un paio d’ore.»

«E che c’è di strano?»

«Di strano nulla, di singolare molto.»

«Cosa intendi dire?»

Lui si guardò intorno, prese la ragazza sottobraccio e si allontanò dalla porta dell’ufficio.

«Sai cosa fa la professoressa in quelle due ore?»

«Lavora a qualche progetto riservato?»

«Chatta!»

La ragazza scoppiò a ridere.

«Cosa? La professoressa Laura B. premio Nobel per la biologia, direttore del progetto “Anael”, a sessantacinque anni si è messa a giocare con la chat?»

«Shhh, non farti sentire!»

«Ma con chi diavolo chatta?»

«Non lo so… »

«Avete provato e vedere nei tracciati?»

«No, non è giusto.»

«Ma daiii, che ti frega, voglio vedere con chi spettegola la vecchia!»

«Non ti ci provare neanche!»

«Dai su, ci facciamo quattro risate…»

«Zitta!»

La porta dell’ufficio si aprì. La prima cosa che il giovane notò fu la serenità sul viso di Laura.

«Professoressa, sono arrivati i risultati!» Disse porgendole una grossa busta.

«Finalmente!» disse strappandogliela dalle mani.

«Venite in ufficio.»Entrate

Entrarono e si sedettero sulle uniche tre poltroncine presenti nella stanza. Laura con frenesia lacerò la busta e tirò fuori un fascio di dossier rilegati in plastica, li osservò cercando di frenare l’impazienza.

«Per prima cosa dobbiamo dividere i soggetti trattati con il farmaco e quelli con il placebo, verificare l’esattezza dei protocolli seguiti ed infine verbalizzare i risultati, cominciamo»

Erano un gruppo affiatato ed il lavoro non fu lungo. Dopo due ore Laura si appoggiò sospirando alla spalliera della poltroncina.

«Niente» in quella parola era racchiuso un oceano di frustrazioni.

«Forse abbiamo saltato qualche verifica… » disse la ragazza.

«Oppure il protocollo non era completo» proseguì il giovane.

Laura parlò a se stessa: «Dove ho sbagliato? Forse i dosaggi erano troppo alti… o forse troppo bassi?»

«Professoressa, sette soggetti sono stati trattati con il farmaco e sette con il placebo, in nessuna dei quattordici casi si sono avute reazioni, ma ciò non vuol dire che dipenda dal farmaco, è possibile che la sua azione debba essere determinata da un catalizzatore o da qualche altro fattore che ci è sfuggito.»

«No… ormai non è più il caso di continuare… sono stanca.»

Laura aveva lo sguardo perso nel vuoto.

«“Anael”, è il nome che avrebbe dovuto avere la nuova proteina… è il nome di un angelo… vi prego lasciatemi sola.»

I due giovani si guardarono allarmati.

Laura chiuse gli occhi. I due giovani si alzarono.

«Professoressa, si riposi, ricontrolliamo noi di nuovo tutte le procedure.»

Laura non rispose, i due raccolsero i dossier ed uscirono.

«Cristo, che colpo per la professoressa!» Disse la ragazza mentre uscivano dallo studio.

«Eppure… sono convinto che la soluzione sia molto più vicina di quanto immaginiamo»

I due entrarono in un altro ufficio e si misero a controllare di nuovo i dossier.

«Continuo ad avere la sensazione che qualcosa ci sta sfuggendo sotto il naso.»

«Ma è mai stata fatta una simulazione di come avrebbe dovuto interagire la proteina?»

«Sì ma solo al computer e solo chimicamente, in realtà il meccanismo non è ancora chiaro e la probabilità di riuscita è ancora al 56%, troppo bassa per avere certezza, troppo alta per essere solo casualità.»

«Ma nei primi casi in cui si ebbero dei risultati, le condizioni ambientali erano le stesse per tutti?»

Il giovane sospirò: «Non siamo ancora in grado di capire il meccanismo chimico della proteina, figurati se dovessimo tener conto di tutti i fattori ambientali e soggettivi!»

«Aspetta: una proteina in grado di agire su soggetti colpiti da schizofrenia grave, Alzhaimer, Parkinson e tutta un’altra serie di patologie psico-fisiche compresa la sindrome di Down, non può non tener conto anche dell’eventuale influenza di fattori ambientali contingenti.

«Sì, ma non è questa la sede per prenderli in considerazione!»

«Ma la proteina, in simulazione, agirebbe anche sul recupero fisico oltre a quello mentale?»

Il giovane parlò sommessamente: «Sì, nei primi esperimenti, i soggetti trattati con Anael non solo hanno recuperato tutte le facoltà mentali, ma quelli colpiti dalla sindrome di Down, hanno riacquistato perfino il normale aspetto fisico… anche se poi hanno dovuto comunque subire una certa rieducazione ma, a quanto pare, nei pochi casi risolti, i soggetti hanno sviluppato un Q.I. più elevato della media.»

«Incredibile!»

«Sì, sarebbe una benedizione divina se trovassimo la maniera di far funzionare Anael,» tacque un istante «non è giusto che una vita dedicata alla ricerca di un miracolo debba perdersi così… dobbiamo aiutare la professoressa!»

La ragazza aggrottò le sopracciglia: «Aspetta un attimo, complessivamente le dosi di Anael e di placebo erano quattordici.»

«Sì, e allora?»

La ragazza aprì il cassetto di uno schedario e si mise a rovistare, poi alla fine tirò fuori un foglio.

«Qui dice che i campioni della proteina spediti ai laboratori per gli esperimenti erano quindici e non quattordici!»

«Come quindici? Non è possibile, fai vedere!»

«Vedi?»

«È vero… ricontrolliamo tutto, magari sarà un errore, ma dobbiamo essere sicuri di non tralasciare niente, tu ricontrolla minuziosamente tutte le spedizioni, il percorso seguito, le distanze e se le ditte incaricate del trasporto non hanno seguito le procedure imposte dai contratti o hanno subito smarrimenti o furti…»

«Subito!»

«Io telefono a tutti i laboratori per avere le riconferme degli esperimenti fatti, ci rivediamo qui fra un’ora, avverti anche la professoressa!»

«Ok!»

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Le dita si sollevarono lentamente dalla tastiera e, sempre lentamente, si appoggiarono sulle gambe. Rimase così: immobile sulla sedia con lo sguardo fisso sullo schermo del computer, senza emettere un suono, senza muovere un muscolo. Sembrava ricaduto nella consueta profonda catatonia che lo aveva accompagnato per quasi tutta la sua giovane vita.

Dietro di lui il medico anziano guardò stupefatto quello giovane.

«È assurdo! Inconcepibile! Ma siete sicuri che non sta simulando?

«Professore, il soggetto è affetto da una forma gravissima e acuta di schizofrenia.»

«Per Dio, dovrebbe essere privo di qualsiasi relazione con la realtà! Com’è possibile che riesca a battere i tasti di un computer?»

«Non riusciamo a capirlo, sembra che tutto ciò che fa sia stato assorbito passivamente ed ora, per un’incredibile causa a noi completamente ignota, salti fuori come un fiore che sboccia.»

«Quanti anni ha?»

«Diciassette.»

«Da quanto tempo è in questo stato?»

«Dall’età di otto anni.»

Il professore cercò di mettere un po’ di ordine nelle sue idee.

«Il soggetto ha assunto qualche medicinale ultimamente?»

«Oltre ai soliti farmaci giornalieri, nessun altro… quello che non riusciamo a capire è la proprietà di linguaggio che esprime, sembra quasi che il computer abbia fatto da catalizzatore ad una reazione, una sorta di recupero delle facoltà superiori, ma non parla e non si muove… a parte il fatto di scrivere sulla tastiera, per il resto mantiene una catatonia completa.»

«Avete un’idea di come e dove abbia imparato la coordinazione motoria necessaria?»

«È la cosa che ci ha sconvolto di più, non c’è nessun motivo razionale né logico.»

Il Professore si avvicinò al soggetto guardandolo con attenzione: dimostrava ancora meno della sua giovane età, l’espressione del viso era rilassata e serena, gli occhi non avevano niente della vacua fissità di un malato di mente, ma non si muovevano e rimanevano fissi. Il ragazzo vestiva il camicione bianco indossato da tutti i pazienti dell’ospedale psichiatrico, la luce dello schermo del computer vi rimbalzava sopra e andava ad illuminare il suo viso, il Professore non poté far a meno di notare che, con quella luce, il viso assumeva una dolcezza eterea. Poi osservò il monitor fermo sulla home-page della chat.

«Chi è questa Lilith? Avete provato a seguire il tracciato del collegamento Internet per vedere chi sta dall’altra parte?»

Il giovane medico sospirò: «Inizialmente avevamo pensato di farlo poi, visti i risultati sul soggetto e le reazioni, beh… abbiamo ritenuto opportuno che gli eventi seguissero il proprio corso, soprattutto per non influire sui risultati finali… professore, vogliamo veder che cosa succede senza metterci il naso.»

«Saggia decisione, sono d’accordo, se il miracolo c’è stato lasciamo che segua la sua strada.»

Qualcuno bussò alla porta.

«Avanti.»

Era l’assistente del professore.

«Mi scusi professore.»

«Sì?»

«Hanno chiamato dal dipartimento centrale delle ricerche.»

«Che cosa?»

«Sì, ci chiedono di effettuare una verifica.»

«Che genere di verifica?»

«Sembra che abbiano spedito ad una catena di laboratori un nuovo farmaco per la sperimentazione.»

«Quale farmaco?»

«Una proteina sintetica.»

«Con quali proprietà?»

«Non ce l’hanno detto, ci hanno solo chiesto di controllare se, per errore, un campione è arrivato al nostro laboratorio e se è stato sperimentato su qualche paziente.

«Come si chiama questo farmaco?»

L’assistente consultò un appunto preso in fretta su di un foglio:

«Anael!»

Il giovane medico e il professore si guardarono esterrefatti, solo in quel momento ebbero la certezza di aver assistito ad un miracolo.

 

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