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IL SONNO DEI MARI

La strada impazzì. Non riuscì a percepirne l’istante esatto e nemmeno a capire il senso e la dinamica del moto. L’auto si sollevò dalla strada nello stesso momento in cui sfiorò un autobus che procedeva in senso inverso.

Si alzò come un deltaplano dal lato del guidatore e, per una frazione di secondo, il finestrino laterale si trovò alla stessa altezza di uno di quelli dell’autobus.

Lei ebbe appena il tempo di vedere da vicino il viso di un uomo che la guardava con gli occhi sbarrati. Poi l’auto proseguì il suo moto verso l’alto. La visione dell’uomo sparì in un turbine di grigio e di azzurro e l’intero universo divenne una trottola colorata.

Nell’abitacolo la ragazza osservava tutto con stupore, quasi con distacco. Il tempo rallentò. La realtà assunse toni lontani e soffusi, i suoni si fecero ovattati.

Dopo un tempo infinito l’auto sbatté al suolo. La consapevole violenza del terrore bruciò tutti i suoi pensieri ed un dolore senza nome violentò ogni fibra, ogni muscolo del giovane corpo. Ma non finì lì.

L’auto proseguì la sua danza rotolando su se stessa e sbattendo più volte sull’asfalto, ad ognuno di quei colpi un chiodo arroventato penetrava nelle carni, vuotando i polmoni della poca aria che riuscivano ad assorbire. L’ultimo colpo fu il meno violento, ma il più devastante.

L’auto cadde rovesciandosi con tutto il suo peso sul tettino dell’abitacolo schiacciandolo.

Una sezione di metallo si piegò a taglio formando una rudimentale lama che le si abbatté sulla testa. Il metallo aprì un solco nel cuoio capelluto e vi penetrò per quattro millimetri, attraversò la pelle e poi l’osso fermandosi alla distanza di un atomo dalla materia grigia.

Molte sinapsi del cervello cessarono di funzionare, altre ne presero il posto, ma alcune zone rimasero danneggiate.

Il buio e l’oblio arrivarono quasi come una benedizione.

Passò ancora del tempo, lei non avrebbe saputo dire quanto ma, soprattutto, non avrebbe saputo dire “quale”. Che tempo era? La vita, la morte, l’eternità, il paradiso, l’inferno? Non sentiva dolore.

La nebbia color fango che le fluttuava intorno lasciava solo interrogativi. La ragazza si svegliò. Ma era veglia? No. Si guardò intorno: non vide se stessa sul lettino d’ospedale, come aveva letto in qualche libro sulle esperienze post-mortem e nemmeno vedeva quel lungo tunnel che, nelle stesse esperienze, e secondo alcune teorie psicanalitiche, faceva rivivere il ricordo ancestrale dell’uscita dall’utero materno. Non c’erano nemmeno i coloratissimi paesaggi del mondo di “Al di là dei sogni” e nemmeno l’antica oscurità di un limbo dantesco.

Quello che aveva davanti a se era un normalissimo mare e lei era seduta su di una normalissima spiaggia di sabbia. Si alzò e si guardò intorno. La spiaggia era deserta. Dietro di lei, oltre le dune, una fitta boscaglia chiudeva ogni visuale. L’acqua era appena increspata ed il sole alto nel cielo.

Le sembrò un posto conosciuto, rovistò nella sua memoria, ma non riuscì a dargli un nome.

Osservò ancora il luogo. Lentamente la leggera sensazione che aveva provato all’inizio cominciò ad farsi spazio tra i suoi sensi, c’era qualcosa di strano in quell’acqua era come se bollisse, come se brulicasse di vita, ma non era lo sfrigolio di un branco di pesci che saltava, piuttosto una sorta di luccichio, una specie di frastagliarsi in un’infinità di microscopiche macchie di colore, come se quel mare volesse comunicare qualcosa all’universo.

La ragazza non aveva mai visto nulla del genere e a nulla riusciva a paragonare quella visione. Si avvicinò all’acqua, vi immerse la mano e sentì la vita! Non caldo, freddo, bagnato, ma la vita! Sapeva che era vita quella che sentiva, ma non sapeva perché e come le fosse potuto venire in mente.

«Bello eh?» la voce alle sue spalle la fece sobbalzare. Si voltò, ad alcuni passi un bambino la guardava sorridendo.

Poteva avere circa sei anni, indossava una maglietta, aveva i calzoni arrotolati al ginocchio ed era a piedi scalzi.

«Che... posto è questo?»

Il bambino si guardò intorno, poi scrollo le spalle senza dire nulla.

«Tu abiti qui?»

«Non lo so.»

«Tu non sai se abiti qui?»

Il bambino scosse la testa.

«Come ti chiami?»

Il bambino scosse di nuovo la testa. Lei si sentì sempre più confusa, poi le venne un’idea: «Che cos’è quello?» domandò indicando il mare.

Il bambino sorrise: «Quello sei tu!»

«Co.. come?»

«Sì, è la tua rinascita.»

«La mia rinascita? Non capisco.»

Il bambino si sedette e guardò il mare. «Tu sei qui perché ti è accaduta una cosa rarissima,» le parve che la voce del bambino avesse assunto una diversa tonalità, «vedi, nella vita reale le persone vedono la realtà modificata, distorta dalle paure, dal modo sbagliato di sentire la vita....» lei si rese conto che il bambino cresceva a vista d’occhio «dal ripetersi di eventi dolorosi che girano su se stessi come una vite senza fine, con rarissime possibilità di interrompersi, di spezzarsi...» ora aveva circa la sua età, «una realtà che l’uomo ha allontanato da se stesso, abbandonando quel briciolo di consapevolezza che l’avrebbe portato alla libertà dell’anima.» Ora era un uomo adulto. La ragazza si sentì frastornata, ma avvertì che qualcosa, il barlume di una luce si stava facendo strada dentro di lei. L’uomo ora era di fronte a lei con i piedi dentro quello strano mare e, come il ribollire di una luce liquida, le acque sembravano prendere vita quando toccavano le sue gambe.

«Ma... io che c’entro?»

L’uomo sorrise: «Gli uomini per conseguire questa consapevolezza, devono compiere un lungo percorso, pulire la mente, prendere coscienza del proprio corpo, affinare i propri sensi, liberarsi di un’infinità di errori. Un cammino pieno di difficoltà e di delusioni. Trasformare la propria mente per raggiungere la consapevolezza è un viaggio che può durare molte vite.»

Lei era ancora perplessa: «Che cosa mi è accaduto?»

Sul viso dell’uomo cominciarono a disegnarsi le prime rughe: «Tu rientri in uno di quei rarissimi casi in cui tutto questo processo avviene per un evento straordinario.»

«Non capisco.»

«L’incidente che hai subito ti ha provocato un trauma alla testa innescando un meccanismo...» l’uomo cominciava ad invecchiare, «che ha tolto dai tuoi occhi e dalla tua mente, tutti i limiti, tutte le paure e tutti i condizionamenti che ti impedivano di vedere la realtà in piena consapevolezza, senza dover percorrere una lunga strada di discipline mentali e di meditazione.»

«Cosa significa?»

L’uomo era ormai vecchio: «Che tu hai espanso la tua anima, hai raggiunto la piena consapevolezza ed ora sei piena del flusso eterno che scorre nell’universo.»

«Ma io mi sento sempre la stessa!»

Il vecchio sorrise: «Vedi, gli uomini sono come dei mari, pieni di vita di movimento, di flussi, di maree, di nascite di morti, solo che pochissimi di loro lo sanno. La loro coscienza è ferma, immobile, un sasso gettato dentro forma solo dei semplici cerchi che si disperdono. Questi mari hanno bisogno di capire che sono vivi, hanno bisogni di risvegliarsi e di comprendere che un sasso, una piccola onda possono rimuovere tonnellate d’acqua, e far risvegliare la vita che hanno dentro. Tutto questo è avvenuto in te in una frazione di secondo, grazie a quattro millimetri di metallo!»

L’uomo era vecchissimo e si stava piegando su se stesso.

«Ma tu...?»

«Io ho finito il mio compito.»

«Ma... tu chi sei...?»

«Io sono il tuo vecchio “io” che muore e che con la sua morte va a risvegliare il tuo mare.»

«Ma io cosa debbo fare?» chiese lei con apprensione.

Il vecchio sorrise: «Stai tranquilla, lo saprai.» Si piegò all’indietro, come se volesse sedersi, senza fare rumore affondò nel mare. Le acque si animarono immediatamente e lo sfrigolio di luce liquida, che prima brulicava intorno alle gambe dell’uomo, si sparse a velocità iperbolica e in un attimo raggiunse l’orizzonte. Improvvisamente lei capì e sorrise, cominciò a camminare nell’acqua, quando anche la testa fu immersa nel liquido, l’universo esplose in un fantasmagorico fuoco di artificio e lei si risvegliò.

Era distesa sul lettino di ospedale e chino su di lei stava un uomo in camice con gli occhi sbarrati: «Mio Dio, è impossibile!»

Un altro medico si avvicino e spalancò la bocca: «M... ma c’era fuoriuscita di materia grigia, il coma era profondo!»

Lei li guardò, allungò una mano verso il medico più vicino e gli posò le dita sulle labbra. Per un attimo l’uomo si irrigidì, poi il viso si distese e le sorrise, sorrise anche lei e in un attimo capì quale sarebbe stato il suo compito futuro: avrebbe insegnato ai suoi simili ad essere se stessi, avrebbe insegnato loro che cos’era la consapevolezza, avrebbe insegnato loro il sentiero per la felicità.

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