Indice dei racconti

aldocirri@elbasun.com

Indice
dei
Racconti

IL MOSTRO DELLA TORRE

Il 17 novembre 1878, alle ore 14,25, Umberto I, re d’Italia, assieme alla moglie regina Margherita, con la carrozza reale attraversa Napoli quand’ecco un uomo, male in arnese, sottile di persona, brutto di volto, feroce negli occhi, avente la mano avvolta in un panno rosso, si slanciò dalla folla allo sportello della carrozza; saltò sullo scalino del montatorio e cercò con un coltello di colpire il re", così Felice Venosta nella sua biografia di Umberto I di Savoia descrive l’attentato. L’uomo male in arnese, brutto di volto e feroce negli occhi che ha la mano avvolta in un panno rosso (o, dicono altre fonti, coperta da un mazzo di garofani), è Giovanni Passanante, cuoco, di anni 29, nativo di Salvia un paese in provincia di Potenza. Sull’impugnatura del suo coltello sono incise le parole "Viva la Repubblica Internazionale!". Ha con sé una piccola bandiera rossa con la scritta "Viva la Repubblica! Viva Orsini!". Il re fu appena scalfito ad un braccio. Passanante, subito arrestato, fu immediatamente processato e, il 7 marzo 1879, condannato a morte. Il 29 marzo 1879 la Gazzetta Ufficiale annunciò che il re aveva commutato la condanna a morte in quella dei lavori forzati a vita. Nella notte del 30 Passanante fu imbarcato sulla nave "Laguna" e, sotto stretta scorta, lasciò Napoli per essere condotto nel carcere di Portoferraio dove rimase per dieci anni.

Portoferraio, settembre1882

Giovannino aveva nove anni e la sua passione era il mare. Adorava andare in barca con il babbo, ovviamente non lo seguiva nelle lunghe battute di pesca a largo nel cuore del vecchio Tirreno ma, quando nelle calde e tranquille sere d’estate il vento lasciava il posto al silenzio, il babbo lo portava con se.

Alla luce della lampara, seguivano lentamente a remi il profilo della scogliera e, alternandosi alla fiocina, cacciavano tutto quello che si muoveva nel basso fondo. Per Giovannino era uno spettacolo. Non si stancava mai di quelle lunghe serate, e la vita che si muoveva nell’acqua tra gli scogli e la sabbia, era mille volte più avvincente del teatrino dei burattini che, un paio di volte l’anno, veniva montato in piazza durante la fiera del paese.

Stava sempre sul molo ad aspettare il ritorno del babbo e non vedeva l’ora che lui gli dicesse: "Andiamo?" Quello era il segnale, Giovannino afferrava tutti i suoi strumenti di pesca (costruiti dal babbo in proporzione alla sua piccola statura) e si precipitava sulla barca pronto per una nuova avventura.

Giovannino era felice ma, in tutta quella beatitudine cullata dal mare, ci fu una cosa lo turbò profondamente: il mostro della torre! Il babbo di Giovannino teneva ormeggiata la barca nella parte più interna e riparata del porto. Quando uscivano insieme per andare a pescare lungo la scogliera, una volta arrivati all’imboccatura del porto, erano costretti a voltare a sinistra e a rasentare la Torre del Martello: un imponente torrione cinquecentesco che sorgeva dall’acqua e che faceva da sentinella alla rada. Si trattava di una tozza torre a sezione esagonale di granito rosa, costruita all’estremità della Punta della Linguella, una lunga striscia di terra che, ancora oggi, protegge la parte orientale del golfo e forma la rada vera e propria.

In quel tempo, lungo la parte finale della Linguella aveva sede il bagno penale di Portoferraio, un piccolo e tetro carcere all’interno del quale erano rinchiusi ergastolani, detenuti politici e delinquenti comuni, tutti destinati ai lavori forzati.

Il penitenziario ovviamente era di estremo rigore e la Torre del Martello era quello che oggi chiameremmo "il braccio di massima sicurezza", in pratica l’isolamento. Nessuno sapeva quanti prigionieri erano rinchiusi dentro quel cupo baluardo, ma le condizioni dovevano essere terribili e, quando la barca del babbo, uscendo dal porto rasentava la torre, a Giovannino veniva la tremarella.

Una sera, dopo uno spensierato pomeriggio passato a raccogliere granchi sulle rocce nere della scogliera del Grigolo, padre e figlio stavano rientrando tranquillamente in rada. Come sempre il babbo stava ai remi e Giovannino al timone, al momento di doppiare la Punta della Linguella, da sud-est si levò un leggero scirocco che, prendendo di lato la barca, la fece scarrocciare per alcuni metri verso dritta avvicinandola alla torre.

In quel preciso momento dalle viscere del vecchio bastione si levò un lungo, soffocato e lugubre lamento, seguito da un inconfondibile rumore di catene.

Giovannino diventò smorto ma, ciò che lo fece sobbalzare, fu il fatto che quei terribili suoni provenivano da sotto il mare! Giovannino aveva una sua dignità e mai si sarebbe precipitato a cercare conforto tra le braccia del babbo, ma quella volta l’avrebbe fatto volentieri.

Cercò in qualche modo di dominare la paura, anche se non riuscì a fermare il tremore che si era impadronito di lui.

Il babbo se ne accorse e, a suo modo, cercò di calmarlo: "Stai attento, altrimenti il vento ci fa sbattere sulla torre!"

Non sarebbe mai potuto accadere, Giovannino era un timoniere provetto, il babbo lanciò l’avvertimento solo per distrarlo dalla forte emozione che gli aveva attanagliato la gola. Giovannino, in qualche modo, riprese il controllo di se stesso e del timone, così dopo alcuni minuti, attraccarono felicemente alla banchina del vecchio porto.

Ormeggiarono la barca, sistemarono l’attrezzatura da pesca poi, senza scambiare una parola, si avviarono verso casa. Giovannino avrebbe voluto fare mille domande al babbo, ma temeva di fare la figura del fifone, fortunatamente il babbo lo precedette con un’osservazione azzeccata: "Stai attento quando rasenti la torre, in quel punto c’è sempre uno scambio di venti, potresti prendere una folata sul fianco e ritrovarti troppo vicino alle mura con poco spazio per manovrare."

Giovannino resistette finché poté, alla fine la domanda uscì spontanea: "C... cos’erano quei rumori?"

Il babbo sospirò: "Sono i lamenti dei condannati rinchiusi dentro la torre."

"Ma venivano da sott’acqua!"

"Purtroppo ci sono alcune celle che si trovano sotto il livello del mare."

"E i condannati non affogano?"

Il babbo sospirò di nuovo: "Evidentemente no," ma avrebbe voluto proseguire: "magari si riempissero, almeno quei disperati finirebbero di soffrire!"

"E quanti ce ne sono in quelle celle?"

"Ormai credo che ce ne sia rimasto solo uno."

"Chi è?"

"Si chiama Passanante."

"E che cosa ha fatto?" Giovannino non riusciva ad immaginare un crimine tanto orribile, al punto da rinchiudere un uomo in una cella sotto il mare.

"È un anarchico… tentò di uccidere il re."

Giovannino trasalì: "Che cos’è un anarchico?" doveva essere qualcosa di terribile, una specie di mostro, perché il babbo per un attimo si guardò intorno limitandosi a dire: "Te lo spiegherò stasera a casa."

Dopo cena il babbo, come sempre aiutato da Giovannino, si mise a sistemare alcuni palamiti, fu allora che iniziò il suo racconto:

"Cinque anni fa re Umberto, assieme alla regina Margherita, stava attraversando Napoli con la carrozza reale. Ad un certo momento un uomo uscì dalla folla e si slanciò verso la carrozza, cercò di colpire il re con un coltello che teneva nascosto, ma lo ferì leggermente ad un braccio. Il primo ministro Cairoli si gettò in avanti per proteggere il re e fu ferito ad una coscia. Quell’uomo si chiamava…" il babbo si fermò un momento, aveva usato istintivamente il verbo al passato, come se tutti i condannati rinchiusi nella Torre del martello appartenessero già ad un altro mondo, "… si chiama appunto Passanante, pare che facesse il cuoco di mestiere e fosse originario della Lucania… " di nuovo ritornò l’uso del passato, "fu subito condannato a morte, ma il re commutò la pena con i lavori forzati a vita."

"Perché voleva ammazzare il re?" Giovannino pendeva dalle labbra del babbo.

"Perché Passanante è un anarchico."

Ancora quella parola.

"Che cos’è un anarchico… un assassino?"

Il babbo parve soprappensiero, sembrava che volesse fargli dispetto non rispondendo per la seconda volta alla domanda.

"Dopo l’attentato, quando a Passanante sequestrarono il coltello, sul manico c’erano incise le parole: Viva la Repubblica Internazionale!

"Che cos’è una repubblica?" se questa volta il babbo non rispondeva si sarebbe infuriato, ma il babbo rispose: "Una repubblica è un posto dove pochi uomini saggi e istruiti, nominati da tutto il popolo, guidano e governano il popolo stesso."

"Senza un re?"

"Senza un re."

"E com’è possibile?"

Il babbo guardò Giovannino dritto negli occhi. "Dimmi una cosa. Secondo te un uomo solo può governare un bastimento?"

"No."

"E perché?"

"Perché ci vogliono quelli che stanno alle vele, quello che sta al timone e…"

"Bene, e tutti questi uomini insieme potrebbero navigare senza un capitano?"

"No… come farebbero?"

"E un capitano potrebbe guidare la sua nave da terra?"

Giovannino era allibito: "Ma che è matto?"

"Ecco, un re fa proprio questo: guida una nazione, un regno, ma non vive mai in mezzo alla gente, non sa come si fa a lavorare duro per guadagnarsi il pane. Mentre in una repubblica gli uomini che guidano il popolo, vengono dal popolo e conoscono i problemi e la vita della gente…" il babbo abbassò la voce come se qualcuno lo potesse sentire, "… Passanante era uno del popolo che non voleva essere governato da un re, ma da uomini come lui." Come discorso politico non era un gran che, ma contribuì a chiarire alcuni concetti a Giovannino.

"Allora un anarchico è uno che non vuole essere governato da un re?"

"Un anarchico è uno che vuole essere un uomo, non un suddito."

"E per questo che gli anarchici ammazzano i re?"

"Se i marinai del bastimento scoprono che il capitano non capisce niente, che fanno?"

Giovannino ci pensò su, poi rispose a modo suo: "Gli dicono, "mettiti da parte che al bastimento ci pensiamo noi, altrimenti tu ci fai andare a sbattere contro gli scogli!""

"Ecco, questo i sudditi di un re non possono farlo."

"Ma non possono ammazzarlo!"

Il babbo esitò: "No… certo, ma spesso nella storia di un popolo occorre qualcuno che dia l’esempio, che faccia capire agli altri che è necessario fare gesti grandi per ottenere piccoli cambiamenti e che sacrifichi se stesso per questo scopo." Ci fu un lungo silenzio durante il quale ognuno dovette fare i conti con i propri pensieri e le proprie riflessioni. Poi il babbo se ne uscì con una raccomandazione: "Non parlare mai di queste cose, né a scuola, né con gli amici, se mai un giorno vivremo da uomini a non da sudditi sarà proprio per merito di gente come Passanante."

Quella notte Giovannino non chiuse occhio. Lavorò parecchio di fantasia, immaginò orde di anarchici armati fino ai denti con gli occhi iniettati di sangue che, con la bava alla bocca, si gettavano come belve fameliche addosso a schiere di sovrani inermi. Non riusciva a capire come un uomo con dei pensieri delle idee, un uomo con un lavoro decoroso, potesse accoltellare un re, il simbolo stesso della nazione (come gli avevano insegnato a scuola), l’incaricato da Dio a vegliare sul regno d’Italia! Alla fine di una serie interminabile di ragionamenti, Giovannino si addormentò con un chiodo fisso in testa: "Ma come diavolo sarà fatto un anarchico?".

Con la stessa domanda si risvegliò la mattina dopo.

*****************

Il pomeriggio Giovannino andò a giocare con gli amici e, senza fare menzione delle considerazioni del babbo sulla monarchia, raccontò la storia di Passanante. Neanche a farlo apposta alla fine del racconto uno dei ragazzi domandò: "Che cos’è un anarchico?"

"Io lo so," fece un altro, "è uno che va in giro ad ammazzare la gente con le pistole e le bombe!"

"Non è vero, gli anarchici ammazzano solo i nobili e i padroni."

"Ho sentito dire che stanno sempre nascosti a preparare polvere da sparo e pallottole!"

"… e che girano di notte e si nascondono nelle strade buie e aspettano i passanti."

"Ma no! Quelli sono i briganti!"

"E che differenza c’è?"

"Gli anarchici non rubano, ammazzano per la libertà."

"Per la libertà?"

"Il mio babbo ha letto che Passanante è uno brutto, deforme, e con gli occhi feroci!"

"Mamma mia, sarà un mostro!"

La paura cominciò a dilagare nel gruppetto, ma insieme ad essa crebbe anche la curiosità.

"Mio zio, che fa la guardia nel carcere, una volta disse che è rinchiuso in una cella buia e stretta, e che è tutto bianco e gonfio e che ruggisce e puzza come un caprone!" disse Antonio.

"Che schifo!"

"Ma gli anarchici saranno tutti così?"

La discussione continuò a lungo. Alla fine, nella fantasia dei ragazzini, Passanante diventò una specie di vampiro, un demonio, un essere orribile racchiuso dalla giustizia nelle viscere della torre affinché non potesse uscire sulla terra a seminare terrore e morte. Solo Giovannino continuò a chiedersi se un uomo, anche se si trattava di un criminale assassino, poteva essere condannato a finire i suoi giorni in un modo così orribile.

Il giorno dopo tutti i ragazzini della banda del quartiere conoscevano la storia di Passanante. Nel pomeriggio il gruppo si riunì di nuovo per parlare ancora del prigioniero della torre. Com’era da prevedere, se il giorno prima i racconti si erano limitati alle cronache, quella volta cominciarono ad essere infarciti di leggende e di invenzioni, al punto che qualcuno arrivò a dire che l’anarchico (parola che nel frattempo aveva assunto il significato di ‘mostro’) usciva nottetempo dalla torre e andava nei cimiteri a scoperchiare le tombe e a divorare i cadaveri. Alla fine qualcuno pronunciò una frase che stese un velo di silenzio su tutto il gruppo: "Io so come si fa ad avvicinarsi alla torre senza essere visti dalle guardie."

"E come?"

"Basta seguire le mura fuori del porto, le guardie non si affacciano mai da quella parte, alla base del muraglione c’è il cornicione."

"Mica possiamo camminare sopra il cornicione ci vedrebbero lo stesso dal mare!" senza che nessuno se ne fosse accorto, avevano già deciso di tentare l’avventura.

"Non occorre, sotto il cornicione il mare ha scavato la roccia, con la bassa mare c’è spazio per camminarci." Praticamente il piano per raggiungere la torre era pronto, i ragazzi si guardarono fra loro in silenzio come se aspettassero la decisione del capo, ma un capo non c’era.

"Va bene," disse alla fine Giovannino, "dopodomani tenteremo di avvicinarci alla torre." da quel momento il gruppo ebbe un capo.

*****************

Avevano percorso, per tutta la sua lunghezza, quella specie di lungo anfratto scavato dal mare sotto il cornicione del muraglione. Non sapevano cosa avrebbero trovato alla fine, il cornicione terminava praticamente contro le pareti della torre, l’intenzione dei ragazzi era solo quella di ascoltare da vicino il lugubre lamento del mostro e la sola eccitazione dell’avventura, li aveva già ripagati abbondantemente, ma le emozioni forti dovevano ancora arrivare. Arrivati alla fine del percorso ebbero una sorpresa: il mare, oltre ad aver formato l’anfratto, si era incuneato nel punto in cui il muraglione Mediceo toccava la torre, formando un cunicolo che ne seguiva il perimetro e spariva verso il basso perdendosi nelle viscere di quelle antiche mura.

"Cavolo e questo dove va?" disse qualcuno.

I ragazzi cercarono di sbirciare in quel budello che si perdeva nel buio, l’unico suono che proveniva dal buio del fondo era lo sciabordio dell’acqua.

"E ora che facciamo?"

"Ci vorrebbe una lanterna."

"Vuol dire che… " Giovannino non finì la frase, un lungo, agghiacciante e lugubre lamento si levò dalle viscere della torre come dal fondo dell’inferno. Non si sa come ma, dopo soli dieci minuti, i ragazzi si ritrovarono ansimanti, tremanti e terrorizzati, sugli scogli del Grigolo, a trecento metri di distanza dalla torre, senza sapere come ci fossero arrivati.

"Io lì non ci vengo più!" disse uno impaurito.

Per una settimana nessuno né parlò più. Solo quando la curiosità riprese il porto della paura, il gruppetto ricominciò a parlare di una seconda spedizione.

*****************

Giovannino, Antonio e Roberto, i soli superstiti della prima spedizione (decimata dalla paura), si ritrovarono per la seconda volta alla fine del cunicolo di fronte alle mura della torre.

"E ora che facciamo?"

"Accendi la lanterna."

Dopo qualche secondo la luce azzurrognola dell’acetilene illuminò una stretta grotta che finiva a circa sei metri da loro seguendo il perimetro del torrione. Il fondo di quel budello spariva due metri sotto di loro e si perdeva nelle tenebre di un’acqua buia che sapeva di morte. Giovannino, tenendosi rasente il muro, cominciò ad avanzare lentamente su di uno stretto scalino formato dalla roccia del muro.

"Dove vai?

"Voglio vedere dove finisce."

"Torna indietro!"

Dopo alcuni metri Giovannino si fermò. Davanti a lui, proprio all’altezza del suo viso, si apriva un buco. Non era molto grande, a malapena ci sarebbe passata una testa, ma fu proprio quel buco a rianimare la curiosità del ragazzino.

"Che c’è?"

"Un buco."

"Che si vede?"

Giovannino alzò la lanterna, ma la fioca luce non riuscì ad andare oltre il bordo del pertugio, poi accadde qualcosa che sarebbe rimasto nei suoi ricordi per tutta la vita. Improvvisamente una specie di spaventosa maschera bianca spuntò dal buio. Il panico lo travolse come una furia. Urlò terrorizzato, Roberto e Antonio, urlando a loro volta, fuggirono come lepri. Giovannino perse l’equilibrio e precipitò verso il fondo di quell’abisso. Ma c’è un Dio anche per i ragazzini curiosi ed è proprio nelle situazioni più strane ed assurde che accadono cose altrettanto paradossali. Qualcosa gli afferrò il braccio e, per un attimo, Giovannino rimase a penzolare sopra l’acqua nera.

"Tutto bene?" una voce tossicchiante e catarrosa uscì dal buio, "Dammi, l’altra mano."

Solo in quel momento Giovannino si accorse che un braccio era uscito dal buco e lo aveva afferrato salvandolo da un’orrenda caduta. Bastò solo un secondo per riprendersi dallo stordimento, allungò l’altro braccio e la mano destra del misterioso salvatore lo tirò su. Giovannino si appoggiò ansimante al muraglione della torre, solo in quel momento si accorse che, per un miracolo, la lanterna non era finita in acqua e si era fermata sul ciglio del gradino. La raccolse e tornò ad illuminare il buco: due braccia di un bianco gessoso uscivano dal buco. Per un attimo rischiò di essere travolto di nuovo dal terrore, ma guardando meglio si accorse che avevano due profonde ferite sanguinanti al centro dell’avambraccio, evidentemente l’uomo si era ferito nel momento in cui l’aveva afferrato. Giovannino si fece coraggio e si avvicinò nuovamente al buco, quello che vide lo fece vacillare: un viso che di umano non aveva più nulla, lo stava osservando dall’altra parte, era di un molliccio biancore cadaverico, non aveva più capelli ed era gonfio all’inverosimile, tanto che le palpebre si erano rivoltate all’insù, gli occhi sporgevano all’infuori e dai lati colava un muco giallastro, dall’interno della cella proveniva un odore nauseabondo.

"Ch...chi sei?" balbettò Giovannino facendo un notevole sforzo per non fuggire.

"Mi chiamo Giovanni... Giovanni Passanante," fece la maschera, "e tu chi sei?" la voce era rauca, ma tranquilla e gentile.

"Gio... Giovannino Ma... Mazzei."

La maschera sorrise: "Abbiamo lo stesso nome."

"Tu... sei... quello che ha tentato di ammazzare il re?"

"Sì." rispose con calma Passanante.

Ci fu un attimo di silenzio, poi Passanante emise un gemito.

"Che hai?"

"Le reni... la catena mi opprime le reni..."

"Ti danno da mangiare?"

"Sì, ma la carne puzza... e non riesco a tenerla nello stomaco... dopo poco vomito."

Improvvisamente dall’imbocco del cunicolo riapparvero Antonio e Roberto.

"Giovannino!"

"Sono qui!"

"Oddio che spavento! Ma... non sei caduto?"

"No, mi ha salv...," esitò un attimo, "mi sono salvato aggrappandomi al bordo del buco."

"Meno male... ma che c’è lì dentro?"

Giovannino guardò Passanante negli occhi "Niente, non c’è niente."

"Torniamo indietro." fece Antonio.

"Va bene, andate avanti, vi raggiungo subito e... cercate di non farvi vedere dalle guardie!"

"Ti aspettiamo al Grigolo."

I due ragazzi se ne andarono, felici di allontanarsi da quella specie di anticamera dell’inferno.

"Io devo andare."

Ci fu una pausa in cui si guardarono a lungo negli occhi.

"Tornerò a trovarti."

"Grazie." rispose il prigioniero.

Passanante non gli aveva chiesto né aiuto, né cibo, né il conforto della compagnia, ma di questo Giovannino, se ne rese conto molto tempo dopo.

"Arrivederci."

"Aspetta, dimmi una cosa."

"Sì?"

"Hai notizie di Garibaldi?"

"È morto quest’estate."

Passanante, tacque. Quando Giovannino uscì dall’anfratto gli parve sentir mormorare alcune parole dell’orazione per i defunti, provenire dal buio della cella.

*****************

Per oltre due settimane, la storia dell’esplorazione del cunicolo, fu l’argomento principale dei discorsi dei ragazzini. L’unico che tentò in ogni modo di far dimenticare la vicenda fu proprio Giovannino, ed alla fine ci riuscì. Il suo scopo era quello di tornare da solo indisturbato a parlare con il prigioniero della torre. Ci riuscì solo tre settimane dopo. Ormai la pena per quel disperato, aveva sostituito la paura del buio e del "mostro", Giovannino avrebbe voluto far qualcosa per quell’uomo, ma non sapeva cosa, così il giorno in cui si decise a ritornare nelle viscere della fortezza portò con se un grappolo d’uva.

"Ti ho portato questo."

"Grazie... qui la frutta non la danno mai... sono anni che non la mangio." la mano tremò nell’afferrare il grappolo. Giovannino si era aspettato di vedere il detenuto gettarsi sull’uva e divorarla. Passanante invece si mise a piluccarla gustandosela lentamente. D’un tratto si fermò e fece una smorfia.

"Che ti succede?"

"I... denti... mi fanno male..." poi riprese a mangiare masticando più lentamente. Giovannino lo guardava.

"Ma la tua cella è sempre al buio?"

"Sì... e non posso vedere nessuno."

"Non vedi nemmeno il carceriere?"

"Tu sei il primo che vedo da tanto tempo."

"Quanto?"

"Non lo so... credo che siano passati quattro anni."

Giovannino trasalì. Sicuramente Passanante si sbagliava, non era possibile che un essere umano vivesse in quelle condizioni e in quella specie di fogna. Non sapeva che dirgli, qualsiasi parola sembrava inutile. Ma c’era una domanda che gli premeva fare e la fece.

"Perché hai tentato di ammazzare il re?"

"Perché qualcuno doveva farlo."

"Ma... un re non si ammazza!"

"Infatti i re non si ammazzano, si ammazza ciò che rappresentano."

"Ma un re è sempre un re, il simbolo della patria" Giovannino non capiva e snocciolò le parole che gli insegnavano a scuola.

"Quale patria? Quella dove degli uomini si devono chinare di fronte ad un altro uomo?"

"Ma ci si inchina sempre di fronte ad un re!"

"E perché?"

"Perché è Dio che l’ha messo a capo della patria." di nuovo le parole della scuola.

"E perché proprio lui e non un altro?"

Giovannino tacque, non avrebbe mai potuto rispondere a quella domanda.

Passanante incalzò: "Dimmi una cosa, tu conosci gente povera?"

"Sì, in paese ce ne sono tanti."

"Secondo te perché Dio avrebbe deciso che un uomo solo debba fare il re e tutti gli altri debbano fare i poveri? Non sarebbe meglio che invece di re e poveri ci fossero solo uomini liberi?"

Giovannino si ricordò le parole del babbo: "Come in una repubblica?"

Nonostante l’aspetto grottesco e sfinito, nonostante il dolore che lo tormentava, nonostante la prospettiva di un futuro senza speranze, Passanante sorrise: "Si, una repubblica, dove uomini liberi, guidano e governano uomini liberi!"

Anche Giovannino si illuminò in viso: "Le stesse parole del babbo!" pensò.

Restarono qualche secondo in silenzio.

"Io devo andare... torno a trovarti."

"Grazie."

"Ti porterò ancora uva."

"Grazie... puoi farmi un favore?"

"Sì."

"Se ci riesci, potresti portarmi uno specchietto?"

Giovannino credette di aver capito male, che ci doveva fare Passanante con uno specchio? Se solo avesse provato a guardarsi sarebbe svenuto, e poi nel buio della cella che cosa mai poteva vedere?

"U... uno specchio? Grande quanto?"

"Che possa passare da questo buco."

"Questo è matto" pensò Giovannino: "Ma che ci devi fare?"

"Se tengo uno specchio in mano fuori del buco, forse riesco a vederlo in fondo al cunicolo, da qui riesco solo a intravedere un po’ luce e a sentire il rumore."

"Ma che cosa vuoi vedere?"

"Il mare, è tanto tempo che non lo vedo."

Giovannino non disse più nulla e se ne andò con l’anima colma di smarrimento e malinconia.

Quando, qualche giorno dopo riuscì a procurarsi lo specchietto, le speranze di riuscire a portarlo a Passanante crollarono tutte. Ernesto, quello che aveva lo zio guardiano del carcere, lo informò sulle novità: "Sembra che un deputato del parlamento si sia interessato a Passanante e sia riuscito a farlo trasferire in una cella al piano superiore!"

"Sai in quale?"

"No."

Giovannino fu preso dallo sconforto: Passanante non avrebbe più rivisto il mare.

Una settimana dopo Giovannino e il babbo rientravano con la barca in porto, era primo pomeriggio e il sole era alto e, guardando la Torre del Martello pensò all’amico chiuso tra quelle mura con il desiderio struggente di vedere il mare. L’idea fu improvvisa: aveva ancora con se lo specchietto, lo tirò fuori, lo puntò sul sole e ne rifletté la luce sulla torre illuminando a turno tutte le feritoie che si affacciavano sull’esterno.

"Che fai?" domandò incuriosito il babbo.

"Se ci sono dei prigionieri che stanno al buio, almeno per un istante potranno avere un po’ di luce."

Il babbo non disse niente e rispettò la decisione di Giovannino, anzi, da quella volta il babbo rallentò la vogata in modo che il sole potesse restare più a lungo nelle celle della torre.

*****************

Manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, febbraio 1910

Da quanto tempo lo avete in cura dottore?"

"Da cinque anni, praticamente da quando sono qui."

"E ha mai dato in escandescenze?"

Il medico sorrise: "Non ho mai conosciuto una persona più dolce e tranquilla."

La giornalista sollevo gli occhi dagli appunti che stava scrivendo e lo guardò: "Ma sta scherzando?"

"Non oserei mai di fronte ad una signora."

"Lei mi dice che non... "

"Non si è mai lamentato, non ha mai manifestato né intolleranza né impazienza nei confronti della sua condizione, non ha mai imprecato contro nulla e nessuno, e molte volte l’ho sentito pregare."

"Ora non mi dirà che è un santo!"

"Signora Mozzoni, è facile pensare che Dio sia molto lontano da luoghi come questo, ma è proprio per questa sua lontananza che, molti di quelli che vivono qui, lo rincorrono e cercano di avvicinarsi a lui. Quanti, di quelli che vivono una vita normale fuori da queste mura lo fanno?"

La giornalista tacque quasi imbarazzata, poi domandò: "Dottore, lei ne aveva sentito parlare prima di venire qui?"

Il medico sorrise: "Oh, sì lo conosco da sempre."

"Come...?"

Improvvisamente si aprì la porta dello studio e un’infermiera si affacciò: "Dottor Mazzei... ci siamo."

Il medico si alzò di scatto e si avviò per uscire dalla stanza.

"Dottore, ma che succede?"

"Il suo anarchico pazzoide se ne sta andando." poi uscì di corsa, percorse rapidamente due o tre corridoi finché non entrò dentro una stanza. Su di un letto era disteso un vecchio, estremamente magro, con occhi acquosi e respiro affaticato. Il medico si avvicinò e si sedette sul bordo del letto. L’uomo voltò lentamente la testa verso di lui, tirò fuori una mano scheletrica da sotto le coperte, accarezzò il viso del medico e sorrise.

"Come stai Giovanni?" chiese il medico.

"Bene." la voce era flebile e catarrosa.

Dalla finestra entrava un fiotto di luce che andava a distendersi sopra la coperta.

"Hai troppa luce? Vuoi che accosti un po’ le persiane?"

Passanante sorrise di nuovo: "No, ho visto tanto buio in quegli anni... me ne voglio andare con il sole sul viso... "

"Mi dispiace… di non essere riuscito a portarti lo specchio quella volta."

"Me l’hai detto tante volte... non preoccuparti... ti sei rifatto dopo, anche con i riflessi sulla finestra della cella."

Sì, gliel’aveva detto tante volte, ma a Giovannino si apriva il cuore ogni volta che Passanante ne parlava.

Il vecchio tossì alcune volte e si accasciò sfinito poi, sempre sorridendo, si voltò di nuovo verso Giovannino: "Dammi la mano."

Il medico strinse fra le sue quella del vecchio.

"È l’ora… vado a dire due parole a quel vecchio bacucco del re… questa volta mi sentirà…

Giovannino sorrise. Passanante si voltò verso la finestra e se ne andò con il sole che rifletteva sui suoi occhi ancora aperti. Giovannino infilò una mano in tasca, tirò fuori lo specchietto e lo mise tra le mani di Passanante.

"Non ti servirà per vedere il mare, ma solo per ricordarti di me." mormorò tra se.

*****************

Nel 1889 Giovanni Passanante, dichiarato insano di mente, fu trasferito nel manicomio criminale di Montelupo, presso Pisa. Poco dopo esplose lo scandalo: Francesco Saverio Merlino ricordò che, al confronto dei supplizi inflitti al Passanante, il regime carcerario borbonico ci guadagnava parecchio. Affermò inoltre che la pazzia del Passanante era una conseguenza diretta ed esclusiva del trattamento spaventoso che gli era stato inflitto nel penitenziario di Portoferraio, trattamento che nessun regolamento avrebbe mai permesso. Anna Maria Mozzoni, su "Critica sociale", scrisse che il medico del penitenziario le raccontò dell’indole dolce del prigioniero che, tenuto da anni, con tanti rigori, non si era mai lasciato sfuggire una parola di impazienza. Disse che volgeva all’ascetismo, ed aggiunse testualmente: "È un San Luigi". Giovanni Passanante morirà a Montelupo il 14 febbraio 1910. Sul suo cadavere inveirono gli scienziati dell’epoca che, a scopo scientifico, staccarono la testa e la conservarono presso il Museo di Criminologia di Roma. Nel 1999 due parlamentari scoprirono la testa del Passanante nel Museo e ne chiesero al Ministro di Grazia e Giustizia il seppellimento.

*******

Note: Agostino Bertani Medico chirurgo, di idee mazziniane. Contribuì attivamente all'organizzazione delle Cinque giornate di Milano e delle imprese di Garibaldi. Compilò il Codice Sanitario italiano. Dopo l'Unità, eletto deputato, promosse un'inchiesta sulla situazione igienico-sanitaria del neonato Regno. Fu tra i sostenitori del suffragio universale.

Anna Maria Mozzoni, giornalista 1837 – 1920

Ritorna all'indice dei racconti

Web Graphics created by Evita

Home Page

www.elbasun.com - il sito del SOLE