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Acqua Cheta

Che cos’è “L’acqua Cheta”? Escludendo eventuali isotopi (stabili o instabili) della più illustre combinazione tra i due gas più comuni dall’atmosfera terrestre, i significati del connubio tra queste due parole sono sostanzialmente tre: le prime due estremamente famose, l’ultima molto meno conosciuta.

Ma andiamo per ordine.

Prima definizione: il proverbio.

“L’Acqua Cheta rompe i ponti”. Dovrebbe essere di origine toscana, è una metafora con un significato preciso: “Colui che opera tenacemente in silenzio, apparendo come una persona accondiscendente e remissiva, alla fine ottiene spesso risultati notevoli”. Il proverbio praticamente mette in guardia dai tipi all’apparenza tranquilli, concilianti, malleabili che, dopo aver studiato e pianificato ben bene in silenzio il proprio progetto te lo scaraventano addosso e tu ci resti secco come un onorevole a cui sono arrivati tre chili di avvisi di garanzia tutti insieme.

Seconda definizione: l’operetta.

“L’Acqua Cheta”, messa in scena per la prima volta al Teatro Nazionale di Roma nel novembre del 1920. È una delle più deliziose commedie musicali di Giuseppe Pietri. Per la cronaca: l’operetta è un genere di teatro in musica dove si alternano brani cantati, danze e scene interamente recitate. A questo genere di spettacolo si dedicò appunto il maestro Pietri diventando famoso per le sue diciotto operette, che si richiamavano ai temi bohemien di Puccini, tra cui le più famose: “Addio Giovinezza” e “Acqua Cheta” che s’imposero per la loro freschezza melodica e il loro calore umano tenero e malinconico.

Terza definizione: la Cavalla di Annibale.

E cioè un mammifero (Equus caballus) ungulato, perissodattile appartenente alla famiglia degli equidi. Riguardo al proprietario teniamo a precisare che non si trattava del grande condottiero. Non ci sentiamo certo di escludere che il generale cartaginese fosse possessore di una cavalla (le cronache storiche non ci sono di grande aiuto in merito), ma il quadrupede in oggetto non apparteneva al nemico (per eccellenza) dell’antica Roma, bensì al suo omonimo: tal Annibale Barca di professione vetturino e proprietario, appunto di Acqua Cheta: cavalla maremmana pezzata, color ruggine a macchie chiare, di professione cavallo da tiro.

Acqua Cheta, prima di ritrovarsi addosso il nome della famosa operetta (o del proverbio?), non aveva un nome, questo le fu affibbiato in seguito ad un episodio che la rese famosa. Ma continuiamo ad andare per ordine.

Annibale era di origini toscane e la sua famiglia era una stirpe di vetturini, lui stesso sosteneva che un suo avo era stato il cocchiere preferito di Luigi XVI e che in seguito cadde in disgrazia: prima perdendo (metaforicamente) la testa a causa di una bella cortigiana, poi perdendola (fisicamente) a causa della rivoluzione francese.

Da quattro generazioni i Barca avevano svolto la loro professione a Portoferraio, successivamente la famiglia, per mancanza di lavoro si ritrovò, fin dalla metà degli anni trenta, a prestare la sua opera di vetturini nella capitale. Per questo Annibale, ancora giovanissimo, cominciò a seguire le orme del padre. Seduto fieramente “a cassetta” accanto al genitore con le briglie in mano, imparando a condurre la carrozza per una Roma ancora ignara di cosa avrebbe dovuto sopportare negli anni a venire. Annibale era felice, amava il suo lavoro, per lui nulla lo faceva sentire così importante come il governare un mezzo così nobile e romantico come la carrozza. Vedere il mondo da quella posizione lo faceva sentire un privilegiato e, il trottare allegro del cavallo per Corso Umberto, lo riempiva di orgoglio.

Verso la fine degli anni trenta il padre di Annibale si ritirò dalla professione e cedette l’attività al figlio. Per Annibale fu una gioia, si ritrovò padrone del proprio destino dando inizio alla sua professione con un’incredibile dedizione.

Furono anni ruggenti. Roma fu tutto un via vai di roba nera, Annibale non s’impicciò di politica e, per una sorta di miracolo, la politica lo lasciò stare. Passarono le stagioni e cadde la pioggia, passò la guerra e caddero le bombe, passò di moda il colore nero e cadde anche il regime, ma nel ’43 passò in velocità un’auto di un gerarca in fuga e cadde anche Alcibiade rompendosi una zampa.

Annibale, con la morte nel cuore, dovette farlo abbattere ritrovandosi così con la carrozza priva di apparato propulsore. Il dolore fu grande ma, fortuna volle, che un lontano zio di Annibale morendo senza eredi, lasciasse al nipote la più bella eredità che potesse sperare: un cavallo, anzi, una cavalla nuova di zecca!

Quando Annibale la vide per la prima volta lei aveva quattro anni e lui ventotto ma, nonostante la differenza di età, sbocciò un amore tenero e profondo. Finalmente la carrozza ebbe il suo motore e Annibale il suo ideale di vita. Nessuno dei due chiedeva di più, erano felici al punto che neanche l’aria tetra che, alla fine del ’43 pesava lugubre sul cielo della capitale, riuscì ad adombrare i loro animi. Possiamo affermare con una certa sicurezza che Acqua Cheta, nonostante le sue origini maremmane, non disdegnava il fatto di dover pestare gli zoccoli sui “sampietrini” delle vecchie strade di Roma, ma di una cosa siamo assolutamente certi: che non gradì per niente che altri lo facessero soprattutto se parlavano tedesco e portavano gli stivali, con una sola eccezione.

E qui comincia la nostra storia.

***

Le ristrettezze e la miseria portate dalla guerra avevano costretto molti a cambiare i propri mestieri e, parecchie volte, ad abbandonarli del tutto. Chi possedeva un mezzo di trasporto si arrangiava a trasportare qualsiasi cosa pur di sbarcare il lunario, ma Annibale no. Annibale non poteva neanche lontanamente pensare di relegare Acqua Cheta a semplice cavallo da tiro, Annibale non poteva permettere di offendere la dignità di lei attaccandola alle stanghe di un misero carretto, carico magari di immondizia. Annibale era un vetturino, la sua moralità e il suo orgoglio non gli permettevano di fare altro, avrebbe tirato la cinghia fino alla circonferenza di un cinturino da orologio, ma mai avrebbe rinunciato alla sua carrozza. Certo non era facile trovare chi di quei tempi utilizzasse una carrozza per farsi trasportare, ma Annibale strinse i denti e in qualche modo tirò avanti.

Annibale e Acqua Cheta operavano principalmente tra via Nazionale, via del Tritone, via Cavour e il Corso, insomma per il centro di Roma, lungo quelle strade in cui, insieme all’aria, si respira il profumo della sua lunga storia.

Un giorno di fine febbraio, Annibale stava transitando a passo tranquillo per piazza Esedra. Aveva fatto sgroppare Acqua Cheta fino all’Anagnina per riportare a casa una famiglia di contadini, ed ora si stava riavvicinando al centro, la sua zona preferita.

L’intenzione di Annibale era quella di farle bere qualche sorso d’acqua presso la fontana delle Najadi appunto in piazza Esedra ma, avvicinandosi, notò un manipolo di soldati tedeschi che probabilmente, reduci da qualche esercitazione e momentaneamente privi del loro comandante, si erano seduti sul bordo della fontana a riprendere fiato approfittando della sosta per dissetarsi.

Annibale non voleva guai, perciò fece fare ad Acqua Cheta un ampio giro intorno alla grande fontana in modo da portare la carrozza dalla parte opposta a quella dove si trovavano i soldati, la fece avvicinare all’acqua e aspettò con calma che si dissetasse.

Ad un certo momento uno dei soldati, girando la testa, adocchiò la ditta “Annibale Barca & Cavalla” che faceva rifornimento.

Il soldato parlottò con il compagno vicino, poi si alzò, fece il giro della fontana e si avvicinò alla carrozza.

Annibale, che aveva seguito tutta la manovra con la coda dell’occhio, si senti balzare il cuore in gola, ma cercò di restare più calmo possibile.

Il soldato si fermò ad una decina di passi osservando attentamente Acqua Cheta: “Che se la voglia mangiare?” pensò Annibale.

Il soldato blaterò qualcosa nella lingua madre. Annibale, benché fosse in grado di distinguere le più lievi sfumature nel caleidoscopio dei nitriti, dei soffi e delle pernacchie dei cavalli in genere e di Acqua Cheta in particolare, in fatto di lingue era convinto che il tedesco e il bergamasco fossero la stessa, il problema era che lui non conosceva né l’una né l’altra. Il soldato ripeté la frase indicando Acqua Cheta, Annibale allargò le braccia e indico la cavalla che tranquillamente si abbeverava alla fontana.

Il soldato cominciò ad urlare puntando il mitra contro l’animale.

«Ma perché voi tedeschi siete sempre incazzati?» Gli scappò detto.

Il soldato ovviamente non capì ma, evidentemente, qualcosa nel tono di Annibale lo fece arrabbiare ancora di più, alzò ulteriormente la voce diventando tutto rosso e cominciò a spintonare Acqua Cheta con la canna del mitra.

Annibale non sapeva più che fare, il tedesco continuava ad sbraitare minaccioso, poi, d’un tratto, accadde una cosa incredibile: il soldato, ad un certo momento, si voltò per richiamare l’attenzione dei suoi compagni, dando le spalle alla cavalla. Acqua Cheta, con infinita calma, fece marcia indietro per un metro, si sposò sulla sinistra avvicinandosi lentamente al soldato, gli puntò il muso sulle spalle e, con una spinta decisa, lo mandò bocconi dentro la fontana.

Una sonora risata si levò dal gruppo dei soldati. Solo Annibale non riuscì a ridere, l’enormità del gesto compiuto da Acqua Cheta lo aveva lasciato a bocca aperta come un baccalà. Cosa sarebbe successo ora? I tedeschi non era certo gente che accettava gli scherzi, ma questo una cavalla non lo poteva sapere.

Il soldato si rimise in piedi in mezzo alla fontana con l’acqua che gli arrivava alla vita, ma con due occhi che lanciavano fiamme, i commilitoni continuavano a sganasciarsi dalle risa. Il soldato uscì furente dalla fontana, grondava d’acqua come un sommergibile in piena manovra di emersione. Era furibondo cominciò ad urlare indicando Annibale e Acqua Cheta, poi afferrò un mitra dalla mani di un compagno cercando di strapparglielo, le risate tacquero, il compagno tentò di trattenere l’arma, ma il soldato era fuori di se dalla collera. Alla fine, dopo uno strattone più forte, si ritrovò il mitra fra le mani e, continuando ad urlare, lo puntò contro Acqua Cheta.

«Noooo!» Urlò Annibale sconvolto.

La raffica partì, le pallottole disegnarono una fila di zampilli dentro la grande fontana, solo l’ultima andò a colpire uno dei tritoni del gruppo marmoreo al centro. Una mano fulminea, piovuta forse dal cielo, aveva abbassato la canna del mitra. La mano apparteneva ad un giovane tenente che, comparso all’improvviso, aveva compiuto il miracolo. L’ufficiale urlò una serie di ordini secchi, il soldato sbatté i tacchi e si riunì ai compagni. Ancora ordini e il drappello velocemente si inquadrò e si allineò. Il tenente si voltò verso Annibale che lo guardava tremante, poi si voltò verso Acqua Cheta, si avvicinò alla cavalla, la guardò intensamente, sollevò una mano e le accarezzò il muso, lei gli rispose con un leggero nitrito.

Annibale notò che, per un attimo, sullo sguardo freddo del tenente passò il fantasma di un sorriso, poi l’ufficiale lo guardò e con un gesto brusco gli fece capire di levarsi dai piedi. Annibale sollevò velocemente il berretto in un accenno di saluto, incitò la cavalla e si allontanò verso via Nazionale tirando un sospiro di sollievo.

***

Il nuovo venuto nella nostra storia, si chiamava Helmuth Kessler, tenente di fanteria, assegnato al contingente territoriale di Roma. In quei tempi difficili, il rispetto per la vita umana era scarso, figuriamoci per un animale, ma lei capì la tenerezza del gesto e non lo dimenticò. Non sappiamo se l’ufficiale tedesco avesse qualche relazione di parentela con le due prosperose gemellone che, vent’anni dopo, avrebbero turbato i sogni dell’Italia del miracolo economico (le cronache storiche, questa volta, ce l’hanno decisamente con noi), ma sicuramente anche lui, come loro, fu affascinato dal nostro paese nella stessa misura.

Passò del tempo. Ormai l’episodio aveva fatto il giro di tutte le osterie di Roma (almeno quelle frequentate da Annibale), fu in una di quelle occasioni che qualcuno, parlando della cavalla, fece riferimento al famoso proverbio (o all’operetta?) e, da quella volta, il nomignolo “Acqua Cheta” si attaccò indissolubilmente alla coda di lei e non la lasciò più.

Annibale continuò tranquillamente a prestare servizio per le vie del centro, questa volta con una punta di orgoglio in più: dopo l’episodio della fontana delle Najadi gli sembrava di aver dato una lezione personale all’occupazione nazista a Roma.

Nei primi mesi del ’44 l’aria della capitale si era fatta ancora più cupa, le azioni partigiane si erano fatte più pesanti e non era raro sentire spari perfino nel centro della città, tuttavia nessuna catastrofe avrebbe mai fatto desistere Annibale a svolgere il suo servizio di vetturino e ad Acqua Cheta la sua funzione di apparato propulsore della ditta.

L’episodio che segnò la vita di Acqua Cheta accadde verso la fine del mese di marzo, erano circa le tre del pomeriggio, Annibale transitava per via degli Avignonesi, proveniva da via del Corso e voleva raggiungere la stazione dove c’erano maggiori possibilità di fare qualche servizio, aveva evitato di proposito ti transitare per via del Tritone, la grande strada parallela, proprio per evitare di incontrare truppe tedesche. Acqua Cheta zampettava sonnolenta, la primavera era alle porte (quella romana poi è un trionfo di luce e di fiori), forse anche lei risentiva del cambiamento di stagione.

Erano quasi arrivati all’altezza dell’incrocio con via del Boccaccio quando Annibale intravide in lontananza un drappello di soldati tedeschi che si stavano avvicinando dalla direzione opposta: proprio quello che voleva evitare. Annibale aguzzò la vista cercando di capire chi fossero, ma senza far deviare o rallentare Acqua Cheta che continuò la sua andatura tranquilla finché, arrivata proprio all’angolo con via del Boccaccio e senza aver ricevuto nessun comando, compì una manovra che lasciò di esterrefatto perfino Annibale che la conosceva come le sue tasche: con molta calma si spostò verso l’imboccatura della traversa e là si fermò bloccandone il passaggio. Fischi, pernacchie, urli, preghiere, fu tutto inutile non ne voleva sapere di muoversi.

«Guarda che stanno arrivando i tedeschi, non ti può andar sempre bene come l’altra volta.»

Le spiegò in tono di supplica.

«Sono affari miei, lo decido io quando è il momento di muoversi!» Rispose a modo suo Acqua Cheta.

Annibale non sapeva più che fare. Vedeva avvicinarsi il gruppo dei soldati a passo di marcia. Scese dalla carrozza e si avvicinò al muso dell’animale, prese le briglie e cercò di convincerla, sussurrandole nell’orecchio sinistro:

«Guarda che stanno arrivando, sei un cavallo, se volevi fare dispetto ai tedeschi dovevi arruolarti fra i partigiani, non bloccare la strada!»

Niente da fare, Acqua Cheta non cadde nel tranello. Nel frattempo il drappello dei soldati era arrivato all’altezza di via del Boccaccio e, guarda caso, doveva imboccare proprio via del Boccaccio. Un sergente cominciò ad urlare “Ecco un altro incazzato!” Pensò Annibale.

«Non si vuole muovere.» Disse allargando le braccia.

Il sergente ricominciò ad urlare, quando un urlo più forte lo fece tacere.

Era il tenente Kessler che, come per incanto era apparso da dietro il drappello. Kessler si avvicinò. Annibale si tolse il cappello per salutarlo. L’ufficiale si guardò intorno studiando il da farsi. Poi si avvicinò ad Acqua Cheta, prese le briglie dalle mani di Annibale e avvicinò il viso ad un palmo dal muso di lei. La guardò intensamente. Ne osservò gli occhi. Lei a sua volta ricambiò lo sguardo. Passò lentamente la mano sul corto pelo come se ascoltasse delle parole silenziose che Acqua Cheta gli stava dicendo poi, improvvisamente, Kessler si fermò, sgranò gli occhi, si guardò intorno allarmato, abbandonò le briglie e urlò una serie di ordini al drappello dei soldati facendoli retrocedere nella via poi, rivolgendosi ad Annibale, sempre urlando e gesticolando lo fece arretrare con Acqua Cheta e tutta la carrozza lungo la via in modo da lasciare libera l’imboccatura di via del Boccaccio.

Né Annibale né i soldati riuscivano a capire che cosa stava succedendo, confusi e sbalorditi obbedirono alle intimazioni dell’ufficiale. Alcuni secondi dopo scoppiò l’inferno. Un boato terrificante lacerò l’aria. L’onda d’urto prodotta dall’esplosione insieme allo spavento, lasciarono senz’aria cinquantatré paia di polmoni, parecchi vetri andarono in frantumi, polvere e fumo uscirono dall’imboccatura di via del Boccaccio come da una fornace.

Annibale si guardò intorno in stato di semi-shock, passarono circa dieci secondi, il fumo si diradò un po’ e la prima cosa che lo colpì fu la paura, impressa sui visi dei soldati, che aveva reso i loro occhi simili a sfere di nebbia. Oltre il fumo si sentirono ancora delle esplosioni, ma meno forti della prima. Ancora una manciata di secondi e poi solo il silenzio interrotto qua e là dai lamenti dei feriti. Kessler si alzò, guardò Acqua Cheta, guardò su verso la strada in salita, poi scrutò ancora gli occhi dell’animale come per leggervi una conferma e finalmente si decise.

Gridò una serie di ordini agli uomini e, come un fantasma, sparì nel fumo e nella polvere seguito da altri cinquanta fantasmi. Annibale girò la carrozza, scese fino a via del Tritone e si allontanò velocemente dalla zona dell’esplosione.

Passarono alcuni giorni, la vicenda dell’attentato fece il giro di Roma, si diceva che i tedeschi, per vendetta, avessero fucilato più di cento civili, fu solo dopo alcuni anni che Annibale seppe di essere stato testimone di uno degli episodi più atroci della guerra.

Via del Boccaccio finiva perpendicolare ad una strada, una stretta e anonima strada, una delle tante strade di Roma, ma che avrebbe avuto un lugubre posto nella triste storia di quegli anni: via Rasella.

Se Dio volle la guerra finì.

Dopo la guerra scoppiò la pace. Ci fu il dopoguerra (anni duri).

Ci furono gli anni della ricostruzione (ancora anni duri).

Verso la fine degli anni ’50, Annibale decise di ritornare all’Elba, nella terra dei suoi avi, il motivo non lo conosciamo (le cronache storiche non ci sono di aiuto neanche questa volte e l’autore, a questo punto, decide di mandarle a quel paese) così, finalmente ritroviamo la Ditta “ Annibale Barca & cavalla” a trotterellare sul lungomare di Portoferraio e in giro per i paesi dell’isola.

Arrivò il miracolo economico, gli anni ’60, ed una nuova invasione di tedeschi in Italia, questa volta armati di macchine fotografiche e di voglia di mare, ma con essi cominciarono anche i problemi.

***

Il primo episodio accadde un giorno d’estate lungo la banchina del paese: Acqua Cheta, nonostante gli anni, trotterellava sempre allegramente guidata dall’orgoglio di Annibale, tirandosi dietro la carrozza carica di una mezza dozzina di turisti francesi. D’un tratto dalla banchina si sentirono degli urli. Niente di particolare, si trattava solo di un turista tedesco che, nel tentativo di assicurare l’attracco del suo piccolo yacht, berciava alla volta di un ragazzo che, a bordo dell’imbarcazione, con una serie di manovre sbagliate, rischiava di far sbattere la poppa contro la banchina.

Acqua Cheta, sentendo quegli urli si fermò con le orecchie ritte. Per poco gli occupanti della carrozza, per la spinta, non si riversarono tutti a cassetta da Annibale. Acqua Cheta mosse la testa e individuò la provenienza degli urli, con molta tranquillità si avvicinò all’uomo, gli puntò il muso sulla schiena e lo spinse in mare.

Ci fu un’esplosione di risate. Tutta la banchina si stava sbudellando dal ridere. I francesi addirittura erano spalmati sulla carrozza e si reggevano la pancia, arrivarono perfino a dare una cospicua mancia ad Annibale per lo spettacolo fuori programma, ricoprendo Acqua Cheta di carezze. Fortunatamente la guerra era lontana e il turista tedesco si limitò ad urlare così, questa volta, anche Annibale potette permettersi una sonora risata.

La voce si sparse. Tutta la fauna turistica voleva viaggiare sulla carrozza di Annibale per vedere Acqua Cheta che, a colpi di muso, buttava i tedeschi in acqua.

Il povero Annibale cercava di controllarla, ma ci riusciva a fatica: un tedesco urlante attirava Acqua Cheta più di una balla di fieno fresco. La cosa andò avanti per un paio di stagioni, fortunatamente furono poche le volte durante le quali Annibale non riuscì a fermarla, per cui i tedeschi che finirono nelle braccia del Tirreno non furono molti.

Ma Acqua Cheta un giorno smise, e l’episodio che la condusse a questa scelta fu incredibile e allo stesso tempo struggente.

Un sonnolento pomeriggio di luglio la ditta transitava tranquillamente per la calata Italia, d’un tratto un’auto si accodò alla carrozza, il guidatore, trovandosi la strada bloccata, si mise a strombazzare come un forsennato.

Acqua Cheta, come sappiamo, non sopportava gli agitati, perciò si fermò e, sempre con molta calma, indietreggiò di un metro facendo sbattere una delle sospensioni della carrozza contro il muso dell’auto sfasciando parte della griglia del radiatore e frantumando vetro di un faro.

Dopo una frazione di secondo dall’auto schizzò fuori un giovane, guarda caso: tedesco e incavolato, le due cose che Acqua Cheta più non sopportava negli esseri umani. Il giovane era rosso dalla rabbia, urlava come un tenore a cui hanno pestato un piede, e gesticolava indicando l’auto, il danno, la carrozza e la cavalla. Annibale neanche lo sentiva tanto era indaffarato a trattenere Acqua Cheta che, sicuramente, era intenzionata a far fare al giovane un bagno fuori programma.

Ad un certo momento il giovane, fuori di se, si avventò su di lei, ma fu secco urlo alle sue spalle bloccò il tentativo.

Dall’auto era uscito un signore di mezz’età.

Il nuovo venuto guardò l’auto, la carrozza ed infine Acqua Cheta, fece il giro in modo da averla di fronte, i due si guardarono, una mano si sollevò e accarezzò il muso di lei.

Fu quella carezza che consentì all’ex tenente Helmuth Kessler di ringraziare colei che, sedici anni prima, gli aveva salvato la vita, ma nessuno, nemmeno Annibale si accorse di quello che stava accadendo.

Solo Acqua Cheta vide la piccola lacrima chiara che, scivolando lungo una ruga sul viso dell’uomo, lasciò una minuscola scia d’argento.

 

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