Viaggio con papà

Gli dissi: "Voglio venire con te
- era appena ritornato dalla guerra
e il pomeriggio estivo annunciava
una tiepida notte serena - .
Mi prese per le ascelle e m'issò
sulla canna della vecchia bicicletta.
Come pedalava senza ansare
Non guardavo la strada volevo imprimere
quel volto nella mente - visto
per tredici anni in fotografia -. Il suo cuore
cantava a squarciagola insieme al mio:
era contento di stare con me com'io con lui.

Pedalava e parlava di case bianche e assolate
di gente che odiava gli spari e donava se stesso
per un pezzo di pane duro.

Tormentoso ricordo la campagna d'Africa
più che la prigionia.

Parlò per quarantotto chilometri
denudando l'anima e l'amore
per una donna che gli aveva dato
una figlia: suo immenso dolore adesso.
Non disse oltre ché nell'ombra lunga
della prima sera le case apparvero
come manieri oscuri e misteriosi.

L'arcata della porta affumicata
era il contrassegno della casa
dove giungemmo quando il sole
era andato via da un po'.
Contro i muri della casa a protezione
del burrone, strisciavano ombre stanche
che la confusa oscurità ingigantiva,
appiattiva, ingrossava mettendomi
dentro ansia e tremore.

Bussai alla porta,
una voce robusta ma chiara tuonò;
risposi ciò che mi veniva suggerito.
La porta rimase chiusa
passai la notte sotto un pruno
ed ero affamato.

Al sorgere del sole mille gocce
dorate pendevano sulla testa:
mangiai prugne anche per la sera precedente.
Ritornai alla casa dall'arcata affumicata
sulla porta un cartello annunciava: "Vendo tutto!"
Il nonno materno con una sella in mano
uscendo dalla porta borbottò:
"si dorme male all'aperto e a stomaco vuoto?"
Sospirai e lui riprese: "Così impari ad essere te stesso!"

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Reno Bromuro
Roma 18/9/1989

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