Capita

Doveva fare qualcosa. Doveva fare qualcosa, diavolo. Doveva fare uno schifo di qualcosa. E allora iniziò a urlare. Così. A squarciagola. Si mise sul ciglio della strada e iniziò a urlare. E come urlava. Urlava in un modo che non aveva mai provato. Gli graffiava tutta la gola, il modo in cui urlava, ma se ne sarebbe accorto solo qualche ora più tardi. Urlava che sembrava un indemoniato. Scuoteva le labbra come i corridori dei cento visti al replay. E saltava. Non che facesse dei salti da astista. Però saltellava e forse era per la forza che metteva nel suo urlo. Ora si stava accorgendo che gli stava uscendo anche un po’ di saliva da un angolo della bocca. Quanto urlava. Come urlava. Ma lo doveva fare. Non sapeva come fare, altrimenti.

Le macchine che passavano, e lo vedevano così imbestialito sul ciglio della strada di una strada di collina affogata tra gli alberi, lo schivavano. Chi lo vedeva aveva un senso di timore perché lui aveva un comportamento che visto da fuori, a pensarci, poteva davvero far paura. Era sul ciglio di una strada spersa fra gli alberi di una collina e lui stava urlando, e stava quasi saltando da quanto urlava, e gli tremava la bocca e gli usciva della saliva da lì. Non era un belvedere di sicurezza, diciamolo.

Ma alla fine qualcuno decise di chiamare chi di dovere. Avvicinarsi a quel pazzo furioso, mai. Però si poteva chiamare la Polizia, per esempio, magari quella forestale.

Le Guardie Ambientali Volontarie (così c’era scritto sulla loro auto) arrivarono dopo poco. Accostarono sullo stesso ciglio sul quale quel folle stava urlando ormai da un quarto d’ora a qualunque essere vivente vedesse passare davanti ai suoi occhi.

“E’ lui” disse la guardia al volante rivolto all’altro a fianco. Lo disse senza voltarsi, rimanendo a fissare quell’ossesso, perché da un momento all’altro poteva saltarti addosso. Perché quei pazzi lì non sai mica mai come gli può prendere. Sì, per ora strepitava e basta, ma metti che gli girassero improvvisamente le scatole e avesse voglia di saltare addosso a qualcuno? Non si sa mica mai, con quei pazzi.

E poi non si capiva nemmeno cosa diceva. Urlava, quella era l’unica cosa certa, ma cosa diavolo dicesse non si capiva proprio. Era una lingua tutta sua.

“Andiamo” disse la guardia al volante all’altro che aveva a fianco. L’altro era rimasto ammutolito a cercare di capire perché mai quel pazzo facesse tutto quel baccano.

Scesero dalla macchina. Si avvicinarono. E mentre stavano per aprire bocca e con voce dolce chiedere “Ehi, bello, che hai fatto?”, si voltarono verso il torrente che accompagnava la strada. E capirono, finalmente.

Giù, sul greto del rio, c’era un altro. Pareva ferito, sicuramente era anziano, probabilmente cieco, perché si muoveva in un modo innaturale. E uno si dimena così solo se sente dolore o se non sa dove andare o se ci sono delle zanzare grosse come antilopi. E di novembre le zanzare-antilope vanno in letargo. O la prima o la seconda. E così i due scesero ad aiutarlo.

Insomma, tutte quelle urla erano servite a qualcosa, porca miseria. Chi la dura la vince, pensò quel pazzo che pazzo non era, girandosi e andandosene, senza salutare neanche nessuno.

Nessuno seppe mai il nome, di quell’angelo bianco.

Del ferito invece si sapeva tutto. Si chiamava Birillo, era davvero ferito e sfinito per quel capitombolo che aveva fatto fino al torrente. Era immobile, ormai, in mezzo al fiume. Il padrone dovette prenderlo per il collo, per portarlo via. Era davvero cieco, ma secondo il suo padrone si dibatteva più per il dolore che per la paura di non saper dove andare. Ormai aveva sedici anni e la cecità era un’abitudine, per lui.

Del cane bianco invece non si seppe più nulla. Andò via, appena le guardie e il padrone di Birillo scesero a prendere il ferito. Iniziò a scodinzolare e si mise in cammino per chissà dove. Gli faceva un po’ male la gola, è vero. Ma gli sarebbe passato, poco dopo, ne era sicuro. Birillo avrebbe voluto ringraziarlo. Ma gli eroi non hanno bisogno di essere ringraziati. Gli eroi sono felici quando hanno finito il loro lavoro.

E il fatto che fosse di colore bianco, quel cane così grosso, aveva fatto pensare quel vecchio di Birillo che, forse, era giunto il momento di farla finita a strascicarsi dietro quella specie di vita. E invece il cane bianco sembrò dirgli No, non ancora. L’angelo custode se ne andò, senza nemmeno una ciotola d’acqua e sparì per quella strada e, chissà, dopo la curva, forse, sparì sul serio, quasi fosse tutto un sogno. "

Pignolo 28 novembre 2002 - Diego Pretini

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