...di Mare

 

Levateglielo dalla testa

Tyler è un quattordicenne in gamba sul serio. Vive ad Edimburgh, media cittadina del ventricolo sinistro d’America, l’Indiana. Nell’Edimburgo a stelle e strisce, Tyler studia perché vuole che un giorno Money non sia solo il suo cognome, ma anche qualcosa che metterà nel suo portafogli di pelle nera. Un portafogli da grandi. Studia e fa sport, Tyler.

A quest’età i ragazzi non aspettano altro che finire i compiti per casa e uscire ad infangarsi per motivi futili tipo un goal, una meta, un Guardie e ladri o dieci minuti di nascondino. L’importante non è il gioco. L’importante è rotolarsi ben bene per terra. Se poi c’è l’erba, meglio.

Penso che le strisciate di verde Spermatofite, che rimangono da Dio sui pantaloni delle tute da ginnastica (grigie perlopiù), siano le nemiche più terribili delle massaie.

Una giovane donna di Padova si è avvelenata bevendo dello smacchiatore. Nel biglietto d’addio, lasciato sopra ad un paio di jeans, ha lasciato scritto: “Perlomeno serve a qualcosa”. Si riferiva allo smacchiatore. Sollevando il biglietto si potevano notare due centimetri di verde vegetale. Sui jeans.

Tyler Money, dunque, studia e fa sport. Il suo amore, la sua passione, che arriva prima di tutto, anche prima della biondina di quarta, è il football. Non il football degli inglesi, quello che in italiano traducono con lo strumento del gioco (“pallone”) o il movimento del giocatore (“calcio”).

E’ il football degli americani, questo. Come il rugby, ma diverso. Chi se n’intende, ci dia una mano.

La differenza più rilevante tra il nostro rugby e il loro football è che nel rugby si gioca in maglietta e calzoncini e nel football ci si mette le armature che farebbero grande e grosso anche me, nonostante i miei sessantasette chilogrammi (bagnato).

Nel football ci si tinge le guance con strisce nere o marroni, ci si mette il casco con la visiera retata di ferro, ci si mette le spalline che sarebbe bene chiamare spallone, ci si mette le ginocchiere e le gomitiere che sarebbe bene chiamare insalatiere vista la mole e dei giocatori e dei loro completini (che sarebbe bene chiamare completoni).

A Tyler questo sport piace. Lo fa da quando era piccolo così. Non si perde una partita in televisione. Vuole imparare a farla bene, quella finta con le anche che vede fare ai suoi miti sportivi, in tivvù. Appena può, allora, via nel fango o nella polvere del campo vicino casa a provare, riprovare, riprovare, finché mamma non ti urla dalla finestra che è pronto e, se non ti muovi, si fredda. E’ così innamorato di quello sport, Tyler, che pian piano impara tutti i trucchi, tutti i movimenti che si devono fare, per far andare nella polvere la faccia di quello scellerato che vuole la palla, la tua palla.

E alla fine per Tyler ecco la convocazione nella squadra della scuola. Difenderà il nome della sua scuola ai campionati scolastici dell’Indiana, che negli Stati Uniti si avvicinano molto ai campionati nazionali.

I primi allenamenti sono di preparazione puramente atletica e si lavora senza uovo, cioè senza palla, che per Tyler è un po’ come bere con un colapasta. Poi un giorno l’allenatore vuole provare qualche tattica e divide il gruppo in due. Uno fa la difesa, l’altro l’attacco. C’è lo scontro, oggi. Tyler lo sa bene ed è già emozionato all’idea.

Negli spogliatoi si respira uno splendido odore di euforia oltre a quello dei piedi di Landville, quel biondo nell’angolo, vicino alla porta del bagno. Tutti non vedono l’ora di scendere in campo e fare un placcaggio che si ricorderanno tutta la vita, questi altri, così vedranno chi è conta qui dentro. Si preparano tutti. I calzettoni, i pantaloni pesissimi (nel senso di stoffa doppia, perché di peso ci sono già le cosce del padrone dei calzoni), le scarpette (che sembrano infinitesimali in confronto al resto), il guscio da testuggine che racchiude il torace. Poi il casco. Se prendi una di quelle lordate che si danno i giocatori di football americano, capisci perché è indispensabile, il casco. Tutti si mettono il casco e sanno bene perché.

Anche adesso, nello spogliatoio della Ediburgh High School, tutti si mettono il casco.

Landville (che se ne potrebbe mettere due anche ai piedi, tanto per fare spessore) e gli altri (che se ne vorrebbero mettere due alla rovescia, tanto per fare spessore). Tyler ghermisce il casco con tutt’e due le mani. Alza la visiera. Alza il casco sopra la testa. Alza gli occhi per prendere bene la mira. Abbassa contemporaneamente occhi, casco e visiera. Cavolo, non mi entra. Allora rialza la visiera. Idem, non gli entra. E’ evidente. Da fuori si sente urlare Andiamo, Money, le yards dello spogliatoio non sono più di nove, non ci divertiamo, là dentro.

Money, devo chiamarti mammina, per vestirti? Strepita un altro, più acido. Tyler è sudatissimo. Perché è agosto. Perché addosso ha un’armatura da Lancillotto. E perché in nessuna maniera quel fottutissimo casco gli vuole entrare.

I trentadue centimetri di circonferenza della testa di Tyler Money non faranno mai indossare il casco d’ordinanza al povero ragazzo. Magari si allenerà senza, ma le partite le deve giocare con il casco, lo dice il regolamento e lo dice la mamma. La ditta che fornisce l’attrezzatura sportiva all’Indiana Edimburgh High School dice che Spiacenti, la misura più grande che abbiamo è quella.

Non si fanno le battute su quelli che hanno la testa grossa. Ma abbi coraggio, Tyler. E tieni la testa sulle spalle, finché puoi.

Pignolo 5 settembre 2002 - Diego Pretini

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