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Giocattoli

La voglia è quella di fregarsene della farsa sul rinvio dell’inizio del campionato di calcio (si parte il 15 e non l’11 come sembrava) e parlare del fatto che non sentiremo più nelle dirette televisive delle partite della Nazionale “tutto molto bello”, “la sventola”, “lo stacco imperioso”, “va di gran carriera” e “vai, Varriale”. Perché Bruno Pizzul va in pensione. Sembra sia stata una parentesi lunga trentatré anni, la sua carriera da telecronista. Stava tranquillo nel suo Friuli a giocare a briscola e a tressette e per caso andò a fare un concorso per Radio Trieste. Poi la Rai e dopo un misero anno via subito a fare i Mondiali messicani e siamo nel 1970. Da lì di partite se n’è fatte parecchie e l’ultima che ha seguito (una scialba Italia-Slovenia con invasioni di campo e oggetti in campo) non gli dev’essere proprio piaciuta.

Pizzul l’ho sempre visto come un uomo fuori del tempo. Era rimasto l’unico che commentava la partita per quello che era. Non scendeva mai nei particolari tecnico-tattici. Diceva solo se era “rilevante l’azione” di un particolare giocatore. Non ho mai sentito una sola statistica dalla bocca di Pizzul. I telecronisti di adesso, invece, sono tutto numeri, ma voglio vedere a quanti frega che Inzaghi abbia fatto 22 gol nel 1999 anziché 12. Chi lo sostituirà, nelle telecronache della “nazionale italiana di calcio” (come solo lui dice al mondo), sono due tutto numeri e matematica: Gianni Cerqueti o Stefano Bizzotto. Uno addormenta la partita, l’altro ha una voce robotica. E invece la bonarietà, lo stile, la semplicità, la normalità con cui parla Pizzul andava bene per la Nazionale. Era come essere tutti uniti in famiglia, in città e nel Paese sotto la sua voce, anche se molti lo hanno preso in giro e altri ancora non lo sopportano.

La pensione di Pizzul è arrivata nel momento più giusto. Se ne va il calcio di stile, il calcio in bianco e nero, il calcio elegante. Arriva un calcio griffato, un calcio con la gelatina, un calcio con il gomito fuori dal finestrino. Il calcio sta affondando nella vergogna. Addirittura è uscita la barzelletta delle società per voce del presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani: “Stato di crisi per le società”. Come le alluvioni, come i terremoti, come gli incendi.

Il primo pensiero che corre è alle federazioni sportive che per poco non partecipano alle manifestazioni internazionali per mancanza di soldi. Se gli atleti di queste discipline guadagnano qualcosa grazie allo sport è perché sono entrati in un Corpo di Stato (Fiamme Gialle della Guardia di Finanza, Fiamme Oro della Polizia, Corpo Forestale, Marina Militare).

Il secondo pensiero è per il mio Protagonista. Il Protagonista rappresenta il Milan e il perché lo sappiamo. Rappresenta l’assemblea delle società tramite Adriano Galliani. Rappresenta le pay per view tramite il suo socio Rupert Murdoch. Rappresenta Mediaset tramite il figlio. Rappresenta il Governo che dovrebbe dare gli aiuti. Mi chiedo una cosa, allora. Se tutte queste parti (più la Rai, che in fin dei conti è sempre lì a portata di mano) si dovessero mettere tutte a sedere in cerchio e iniziare a parlare, si vedrebbe lui in mezzo ad una stanza deserta che parla da solo?

Il terzo pensiero è per noi, appassionati e sportivi. Già iniziano a metterci i Mondiali e gli Europei sui canali satellitari (perché le trasmissioni in chiaro dei continentali di nuoto e atletica leggera sembrano essere state tanto due ultimi contentini). Ora ci sparisce anche 90° minuto e la Domenica Sportiva. Sento quel calcio (quello) sempre più lontano dalla realtà, ho perso fiducia in quel tipo di calcio, non mi esalto più per una partita di pallone. Ho cercato di resistere a questo lento aumento di indifferenza nei confronti del mondo del pallone. Ma non ci sono riuscito.

Il quarto pensiero è che questa storia della crisi del calcio è diventata la prima notizia dei giornali e dei telegiornali.

Non si sono accorti, per esempio, che Giorgio Secondo dei Bush sta affiggendo per le strade americane dei cartelli gialli limone con scritto “Cercasi favorevoli alla guerra a Saddam”, anche se poi alla fine è lui che decide e a lui questa guerra in Iraq gli scappa sul serio.

Non si sono accorti che in Asia stanno morendo affogate migliaia di persone e milioni (milioni) sono senza casa.
Non si sono accorti che i quattro marocchini più il padovano che sono entrati nella Basilica di San Petronio a Bologna, l’hanno filmata, hanno guardato le opere d’arte raffiguranti Gesù Cristo, hanno fatto “bum” con la bocca, apostrofandolo come farebbe un Calderoli qualunque con un musulmano, sono stati liberati. Liberati dalla stessa Procura che ventiquattro ore prima li aveva considerati cinque dei più biechi terroristi in Italia in questo momento.

I giornali, e di più (molto di più) i telegiornali, si accorgono solo di quello che interessa, di quello che tira. Sappiamo più nulla della nube gigantesca di sporcizie ossigenate che sovrasta l’Asia e che ci hanno presentato come la peste del duemila per due giorni di fila? No, sembra sparita, volatilizzata, disintegrata. E’ in Asia, cosa vuoi che sia. Con i venti giusti in sette giorni è sopra i nostri capi, ma cosa importa.

E certe volte è forte l’impressione di poter perdere tutto in un momento per la maledetta ostinazione di interessarsi di cose che con il mondo c’entrano poco. L’ostinazione di perdere tutto, annegando in un bicchier d’acqua.

Pignolo 26 agosto 2002 - Diego Pretini

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