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Classe dirigente

“Io dico che gli arabi devono andare fuori dal nostro Paese”. Non è un grezzo bracciante analfabeta che non ha mai visto nulla tranne i pomodori, colui che ha pronunciato queste parole. Non è stato nemmeno un pazzo rinchiuso nell’ospedale psichiatrico criminale di Montelupo Fiorentino. E nemmeno un signorotto alle prese con l’organizzazione di viaggi per il Mediterraneo, viaggi che, ottocento anni or sono (più o meno), non si chiamavano crociere, ma crociate.

Il raffinato ometto che ha proferito quelle esatte parole si chiama Federico Bricolo, ha trentasei anni, ed è un deputato della Camera dei Deputati, anzi, è vice-capogruppo della Lega Nord alla Camera dei Deputati. Vuol dire che, quando non c’è il titolare capogruppo (chi si chiama Cè, per cui manca poco, penso), i discorsi in uno dei rami legislativi del nostro sistema li fa lui, Federico Bricolo.

Bisogna dire che per fortuna non è una frase isolata, quella di Bricolo, campata in aria così, tanto per dire. C’è un proprio una teoria, dietro. “I nemici non si ospitano e non si aiutano, ma si devono combattere”. Tutto per l’avviso (nemmeno tanto corale) della Rand Corporation, che sarebbe un’assemblea di geniacci diplomatici americani (ma che non ha alcun ruolo nella politica di Giorgio Secondo dei Bush). La Rand ha scritto, in pratica, che l’atteggiamento dell’Arabia Saudita non è cristallino per quanto riguarda il terrorismo islamico e bisogna stare vigili sul regno del petrolio, quello che è il Paese che ha un terzo del greggio che circola nel mondo.

Ma Bricolo non è parco di idee: “Di fronte al rischio di attentati in Italia da parte di terroristi islamici, bisogna ridurre al massimo i visti di entrata nel nostro Paese, chiudere tutti quei centri e quelle moschee frequentati da possibili fiancheggiatori del terrorismo, sradicare l’intento di penetrazione araba portato avanti dai sauditi”. Il provvedimento, precisa, Bricolo ricoprirebbe “tutti i cittadini islamici”. Quindi non solo “gli Arabi”. Ma, sapete, il cervello dell’uomo si vede anche da queste quisquilie.

E, allora, scusate, perché non mandare fuori tutti quelli che hanno fatto attentati in questi anni? I mafiosi dove stanno? In Sicilia? Via tutti i siciliani. Le Br dove hanno colpito? Roma? Milano? Bologna? Via tutti i romani, i milanesi e i bolognesi. Chi ha provato a sparare al Papa in Messico? Un bimbo con un fucile ad aria compressa? Via tutti i bambini dall’Italia. Dove stanno i bambini? All’asilo? Ai giardinetti? Chiudiamo gli asili. Fuori dai confini maestri, bidelli e giardinieri comunali. I bambini giocano a pallone? Via allenatori, dirigenti e presidenti di squadre di provincia. Sono possibili fiancheggiatori del terrorismo.

Il problema (serio) è che c’è qualcuno in Italia (e qualcuno ci governa) che ha paura. E non solo del terrorismo. Ha paura di scoprire di essere peggiore di persone con pelle o religione diversa dalla sua. In quel caso gli crollerebbe il mondo addosso, perderebbe tutte le sue sicurezze, straccerebbe quello che ha urlato fino a qualche istante prima.

Una lettera alla Padania, giornale diretto da Umberto Bossi (a proposito: complimenti per l’intera ultima pagina dedicata al compleanno del figlio dodicenne): “Noi padani verremo scavalcati anche nei concorsi pubblici anche dagli immigrati, in nome dell’uguaglianza che tanto piace alla sinistra”. Mi viene a mente una puntata di Sciuscià di quest’inverno, quando pensare diversamente da Berlusconi era ancora possibile. Nella puntata c’era un’intervista ad una classe di quinta superiore. La domanda del giornalista a un ragazzo italiano (di Latina) e un rumeno: “C’è un posto di lavoro disponibile. Chi di voi due potrebbe occupare quel posto, secondo voi?”. Risposta del ciociaro: “A me. Perché so’ italiano e vengo prima”. Risposta del rumeno: “A chi è più bravo a fare quel lavoro”.

Il problema del centro-destra è, come al solito, che uno ha detto quello che tanti pensano. Tanto per vedere l’effetto che fa.

Secondo me fanno la conta. Si ritrovano tutti insieme a casa di Re Sole 24 Ore (chiamato così perché nel prossimo disegno di legge vorrebbe cambiare il corso della natura: sole tutto il giorno). Poi si mettono in cerchio. E fanno la conta: “Passa Berlusconi con l’Italia in bocca, guai a chi lo blocca, l’hai toccato te? A star fuori (legge) tocca a te” oppure “Ambarabà ciccì coccò, tre magistrati sul falò che facevano clamore per la legge salva-culo. Berlusconi s’arrabbiò, e glielo mise nel tottò”. A quello che viene eletto dalla conta, tocca di buttare lì la frase del giorno. Un po’ di tempo fa toccò all’ex-ministro dell’Interno, Claudio Scajola che dette del “rompicoglioni” a Marco Biagi e che per ragioni che mi sfuggono viene rappresentato quasi come un martire dell’opinione pubblica. Poi è toccato a Renato Schifani (nomina sunt substantia rerum), capogruppo dei senatori forzitalioti, che, dopo essere stata approvata la legge sulla legittima suspicione, ha dichiarato all’Ansa le seguenti parole: “Li abbiamo fregati. Si erano illusi di fermarci”. Riferendosi all’opposizione, che, non so se Schifani e soci lo sanno, rappresenta l’esatta metà che non li ha votati. E infine è toccato al gusto dolomitico di Francesco D’Onofrio, ex-democristiano dalla proprietà di linguaggio poco democristiana, durante la dichiarazione di voto della legge sul legittimo sospetto. Anche lui parlava all’Ulivo: “Avete fatto bene a mettervi la rosa nel taschino della giacchetta, perchè vi abbiamo lasciati in mutande”. Enchanté.

E sul giornale di oggi c’è Giulio Tremonti (che, fino a qualche tempo fa, con un’eccellente dose di ironia il centro-destra insisteva a chiamare “superministro dell’Economia”) che ha fallito in tutto e per tutto, che viene criticato dai sindacati come dal governatore della Banca d’Italia, dalla sinistra come dalle piccole e medie imprese, cioè le principali protette dal governo Berlusconi. Non solo Tremonti è uno dei candidati a saltare tra i ministri berlusconiani, ma ieri ha emanato un comunicato stampa uscito dal Ministero in cui il “superministro” (o forse sarebbe meglio dire, in tedesco, Suppeminister) insulta, insinua, con volgarità, con grettezza. Dà tutte le colpe al ministro precedente, addirittura arriva a dire che dà fastidio perfino che parli ora che è all’opposizione.

Il mio guru FdG mi dà sollievo: la storia dà torto o dà ragione. Spero che gli omuncoli bassi (non sto parlando di statura) del centro-destra, quando si riuniscono, non s’imbattano mai nella signora Storia. Altrimenti avrebbero una strana sensazione di disagio. Basterebbe un suo sguardo per farli schiattare di vergogna, per quanto sono piccini e incompetenti.

La Storia, grazie al cielo, non si può votare in Parlamento.

Pignolo 12 agosto 2002 - Diego Pretini

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