...di Mare

 

Isola a statuto speciale

Correggo subito due errori di battitura nell’ultimo pezzo, così mi tolgo il dente. Il primo è al nono paragrafo quando scrivo “trovo compassione”. Ovviamente il verbo giusto è “provare” e non “trovare”, perché, ve lo confesso, non sono ancora riuscito a trovare per strada una fettina di compassione. Il secondo è al tredicesimo paragrado quando scrivo “uno può farci anche il visto di Filo Sganga su quel foglio di bilancio…”. Era “viso” e non “visto”, perché non credo che Filo Sganga fosse carabiniere in Puglia e potesse dare i visti di soggiorno ai disgraziati che vengono dal mare. Scusatemi ancora. A volte non rileggo i miei prodotti. E si vede.

Sono, quelli che racconta il cronista, i paradossi della terza isola d’Italia, della nostra isola, della mia seconda casa. E’ intanto notorio che d’estate l’isola d’Elba è il diciassettesimo Land tedesco. Mi sono preso una settimana di vacanza da oziere (sono autodidatta, ma sono formidabile, credetemi) e sono andato sulla mia isola in campeggio, che dopo mangiare il pollo arrosto e parlare spagnolo è una delle cose che farei per tutta la vita.

Superare la sbarra del campeggio (facciamo pubblicità: Ville degli Ulivi a Marina di Campo) era come travalicare il Brennero e mi sono sorpreso quando, all’altezza del primo blocco di bagni, non ho visto nessun cartello di direzione con scritto Innsbruck – Salzburg.

Accanto alla mia piazzola, per la verità, c’erano da una parte una famiglia danese, dall’altra a turno una famiglia romana, una coppia genovese e per finire due galletti di non so dove. Il resto, invece, a parte dei mini-eserciti di bergamaschi e liguri, era dominio teutonico. Era inutile pensare di salutare qualcuno con uno stupidissimo “buongiorno”. O Guten Morgen o un movimento del braccio con sorriso annesso. Altrimenti zitti e mosca. Ma di russi nemmeno l’ombra.

Sulla stessa spiaggia del campeggio a pochi passi dai nostri asciugamani ci sono due coppie di tedeschi, per altro poco più giovani di me, ad occhio e croce. Ora: per piantare l’ombrellone il metodo più efficace è far roteare la base cosicché pian piano la punta trapani ben bene in fondo la sabbia. Mirco, però, inizia ad infilare l’ombrellone in maniera svogliata, con un movimento inutile, avanti e dietro, come mettere dalla terza alla quarta. Si avvicina con un sorriso sarcastico, un ragazzo dei quattro tedeschi che vi ho già presentato. Corpo rivolto parallelamente alla battigia, testa girata di novanta gradi per guardare Mirco che stava piantando l’ombrellone. Lo fissa per qualche istante, sempre sorridendo come dire “guarda questo come è fesso”. Poi Mirco inizia la roteazione come Dio comanda e il tedesco, tronfio, se ne va dicendo “Ja, genau”. “Sì, esatto”.

No, vedo che non avete afferrato: un tedesco che dice a un livornese, sorridendo a mo’ di razza superiore, come si pianta un ombrellone. Per fortuna che si è allontanato, perché di tedeschi che si credevano superiori ce ne sono già stati abbastanza e hanno fatto tutti una finaccia, segno che ogni tanto il nostro Signore, se c’è, si sveglia.

Sempre le due solite coppie di tedeschi. Si alza una ragazza. Viene verso di me. Mi chiede in italiano con accento inevitabilmente incerto “Ke ora zono?”. Il mio sguardo scatta come un furetto verso il regalo di mio padre per l’ultimo compleanno, un Tribe. L’ora me la urla, l’orologio. Ma io la devo pronunciare.

E, lì, nel caldo afoso di Marina, con una tedesca davanti (tranquilli: durante la settimana ho visto una sola tedesca bella e non è certo lei) e io che devo rispondere il più presto possibile, cosa mi viene da dire? “Fünf und fünf und zwanzig”. “Cinque e venticinque“, sì. Ma l’ho detto in tedesco.

Lei che è tedesca mi ha chiesto l’ora in italiano e io che sono italiano le ho risposto in tedesco. Lei è andata via sorridendo, come il suo fidanzatino poco prima. Mi devo essere un po’ legato con la pronuncia. Provateci voi a dire “funf und funf und zwanzig”. Sembra come quando eravamo piccoli e facevamo gli effetti sonori con la bocca, quando imitavamo gli schiaffi e le pedate dei film d’azione.

Per la prima volta ho guidato all’isola d’Elba. Se c’andate da vergini (cioè è la prima volta che guidate lì, sul “mangia e bevi” elbano, come dice mio nonno Renato, che vuol dire saliscendi), ve lo dico con tutto il cuore: scordatevi la quarta. E forse è anche per questo che la mia isola è così ancora bella. Speriamo che qualche manciata di cretini non rovinino anche lei.

L’Elba è come un amore estivo, che poi diventa fidanzata, che poi diventa moglie, che poi diventa compagna di vita, ma non cambia mai, in niente. E io, ve lo confesso, mi sono innamorato.

Pignolo 4 agosto 2002 - Diego Pretini

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