La voce del cuore
Dice: la musica italiana. I giovani diranno:
sì, Ligabue, Jovanotti, Eros Ramazzotti. C’è
chi dirà addirittura gli Articolo 31. Penso a Ivano Fossati, penso a Lucio Dalla, a Pino Daniele. Penso soprattutto a Francesco De Gregori. Forse perché l’italiano, lui, De Gregori, lo usa talmente bene che la musica sembra solo un pretesto. Leggi il testo e dici che potrebbe essere benissimo poesia. Ma poi senti le canzoni e allora capisci perché serve la musica nell’opera di De Gregori. Non so se l’avete mai ascoltato (perché De Gregori non si sente: si ascolta). Ascolti solo la musica de La storia siamo noi e ti vedi davanti tutte le folle del mondo a protestare sotto il palazzo, a combattere per quello che spetta loro. Ascolti solo la musica di Generale e ti vedi il treno “mezzo pieno” di soldati di ritorno dalla guerra che taglia i campi gialli della campagna italiana. Ascolti solo la musica di Spad VII (che racconta di piloti d’aerei di guerra) e ti ritrovi a volare tra le nuvole, un muro che puoi abbattere con il semplice movimento dell’andare avanti.
Ascolti I muscoli del capitano e ti
ritrovi sul Titanic, a galleggiare a fianco di
un iceberg, con il capitano tronfio, pieno di
sé che al mozzo, che timidamente gli fa notare
di aver visto una cosa bianca (enorme) in
lontananza, risponde “E’ solo nebbia, signor
mozzo, andiamo avanti tranquillamente”.
Ascolti La leva calcistica del ’68 e vedi il ragazzino con la maglia più larga di due taglie con un immenso numero sette sulla schiena che tira nel polverone onnipresente sui campetti da gioco delle squadre giovanili e senti l’odore dell’erba. Ascolti solo la musica de La donna cannone e ti vedi lei e il suo amato che volano nel cielo, liberi “senza fame e senza sete e senza ali e senza rete”, perché si bastano a vicenda, non importa tutto il resto. Ascolti De Gregori e vedi. Con Pino Daniele, per esempio, non vedi. Ma non pensi nemmeno.
La sua voce (in questi casi lo si dice sempre) è la chitarra, ma la banalità di questa frase non deve valere in questo caso. Lui una canzone la può fare in mille modi diversi in mille momenti della giornata, secondo l’umore, secondo quanto ha piovuto, secondo quante decine di minuti ha dedicato il Tg 4 al presidente del consiglio. Lui inizia ad accarezzare le corde della chitarra e prende sempre note che con quell’accordo lì, te, non c’avresti mai messo, ma che, porca miseria, ci stanno bene. E’ il suo mestiere, si dirà. Sì, ma anche Alex Britti suona la chitarra, tanto per dire.
Ron, invece, è un vero show-man e mi
meraviglio che non sia andato ancora su Rai
Uno (ha fatto solo due puntatine su Rai Due),
visto che ormai la televisione di varietà ha
poche risorse: Fiorello e i cantanti italiani.
Ron fa alzare le mani, fa ballare, fa
applaudire, fa battere i piedi per terra, fa
urlare. Prende.
Fiorella Mannoia ha l’atteggiamento da interprete. D’altra parte è questo, la Mannoia. Tante canzoni di successo che ha cantato gliel’hanno scritte altri. Lei ha avuto il merito di forgiare le canzoni in modo tale da renderle forti, emozionanti, belle. Quando canta si aiuta con la mano. Se la mette davanti alla pancia e segue le note alte o basse alzando o abbassando la mano, girandola a seconda del cambio di tono. Quando canta, si sforza, ma la sua voce non sembra finire mai, sembra fatta apposta per cantare. Il concerto che hanno fatto tutti e quattro insieme a Lucca, qualche giorno fa, ha avuto un unico immenso, abnorme merito: non ha limitato nessuno dei quattro. Non c’è stato uno che ha prevalso sugli altri o uno che è rimasto più in ombra degli altri. Sembravano un gruppo vero, di quelli che suonano da decenni. Ron sembrava il mastice, quello che unisce tutti, che media. E’ quello che racconta le barzellette, che fa i complimenti a tutti, che lascia il palco a tutti. Ce n’è sempre uno così nel gruppo.
De Gregori, invece, è il musone.
Pino Daniele è quello che vuole sempre bene a
tutti. A cui vengono sempre tante idee, ma non
le sa dire normalmente, ma in un modo
particolare.
Fiorella Mannoia è la tipica femmina del gruppo. Abbraccia, dà baci, balla. Piange. Come durante La storia siamo noi che ha cantato insieme a De Gregori. Perché la sapevano praticamente tutti, quella canzone, e ha un testo splendido, quella canzone. Imagine sarà, forse, anche una delle più belle canzoni mai scritte, cara la mia sinistra. Ma le canzoni di sinistra sono altre, è questa, per esempio. Pino Daniele canta parecchie canzoni recenti e sarà per questo che cantiamo in pochi, solo quelli veramente fissati. Io, la ragazza che avevo accanto e pochi altri. Quando ha cantato Che Dio ti benedica, invece, è stata tutta un’altra cosa, tutti a muoversi e a battere le mani. Chissà se l’ha capito, Pino, che sta diventando un po’ troppo moscio per i suoi.
Francesco De Gregori è l’unico che non canta canzoni degli altri. Pino Daniele canta e suona con Ron, la Mannoia e De Gregori. Ron lo stesso. La Mannoia idem. De Gregori no. Fischia in un paio di canzoni. Suona la chitarra in un paio di canzoni. Muove una pepiera in un paio di canzoni. D’altra parte non ha voce e quasi parla quando canta le sue canzoni. Sembra che canti controvoglia, a bocca chiusa. E invece cantando così dà emozioni che la voce impostata, curata e barocca di Claudio Baglioni, Giorgia, Laura Pausini non darebbero. De Gregori è De Gregori e per capire un suo concerto va visto. Passeggia suonando la chitarra. Fuma sul palco. Parla e fa le battute nell’orecchio di Ron. Ad un certo punto Pino Daniele era ripartito con il suo chitarrino su Buffalo Bill (di De Gregori) Fiorella Mannoia si è zittita. Ron e De Gregori per l’ennesima volta si sono dati uno sguardo d’intesa e hanno sorriso insieme come per dire “E chi lo ferma più, ora?”, quasi a prenderlo in giro, ma come fanno gli amici, bonariamente.
Hanno fermato le loro chitarre e poi, con
l’ennesimo sguardo d’intesa, sono ripartiti
con un accordo che ripetevano insieme ogni
due-tre secondi in sottofondo allo
sbizzarrimento di Pino Daniele.
Il punto più emozionante del concerto, lasciate spazio al mio cuore, è stato il momento de La donna cannone, che io reputo la più grande canzone d’amore scritta da un italiano. Hanno cantato tutti. Tutti. Sottovoce. Una messa. L’accompagnamento era del solo pianoforte (per altro suonato da un ragazzo giovanissimo: Alessandro Arianti, si chiama) e sembrava davvero qualcosa anni-luce lontano dalla musica leggera. Tanta è la magia di questo istante che De Gregori sbaglia un paio di versi. Dice prima “senza ali e senza rete” e poi “senza fame e senza sete”. Lui sorride. Anche perché la cosa più bella è che tutti lo seguono perfettamente nell’errore e nessuno si mette a ridere o a parlare. I brividi corrono per tutto il corpo.
La parola amore, se qualcuno la vorrà spiegare
ai figli, alle fidanzate, ai mariti, è tutta
nel ritornello della Donna cannone. Mi
dà un fastidio assurdo chiamarlo ritornello.
Il ritornello è “e la vita è tutta un quiz” o
“domani smetto”. Non questo: Non c’è bisogno di nulla. Non avremo fame, perché saremo insieme. Non avremo sete, perché saremo insieme. Voleremo senza ali, perché non avremo bisogno nemmeno di quelle. E nemmeno della rete cinque metri sopra il suolo. Perché saremo insieme e questo basta. Poi il pianoforte. E il volo ha inizio in un tremito senza fine. Qualcuno è nato apposta per dire quello che molti sentono, ma non riescono a far sentire agli altri. E questo, secondo me, è bellissimo. Pignolo 30 luglio 2002 - Diego Pretini 60
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