Alla fine di tutto

Alla fine di tutto, l’interrogativo resta uno. Alla fine di tutto, ma proprio di tutto tutto. Dopo che abbiamo visto proprio di tutto. Dopo che Cuffaro era stato condannato ma era contento come una pasqua (‘zo c’avrà avuto da ridere? E pure il Tg4 – immancabile – lì a spegnere le candeline insieme a lui); dopo che il centrodestra aveva trattato Berlusconi come il peggiore degli appestati e ora lo hanno rimesso sul baldacchino di papa Pacelli (e Casini e Fini a scodinzolare di nuovo, c’è abbondantemente del ridicolo, qui in mezzo); dopo che per anni ce le hanno triturate con il fatto che era la sinistra, i bolscevichi, gli anarcoinsurrezionalisti come Russo Spena, gli eredi di Anna Kuliscioff quelli che non vedevano l’ora di far cadere i governi, irresponsabili; dopo che Mastella (basta con la sciarpa viola, ha rotto) ha fatto cadere tutto il fragilissimo castello di carte semplicemente perché non gli andava più, né più né meno di un piatto di verdure lesse; dopo che Dini ha dimostrato ancora una volta un coraggio da leone (votando la sfiducia solo quando ha visto che lo avrebbe fatto Mastella: vai avanti tu, ché a me viene da ridere. Un mito); dopo la pacata reazione di quelli dell’Udeur alla prova di indipendenza e di coerenza di un loro senatore; dopo che Veltroni – in serie – ha detto che: serve il dialogo con Berlusconi (quando Berlusconi era ormai sepolto sotto 3 metri), il Partito Democratico fa meglio a andare da solo alle elezioni (e ci credono in molti, va detto), serve il governo “di responsabilità” mettendo dentro Schifani, Giovanardi fino a Rifondazione (pure loro, però…); “dopo tutto il casino fatto per averti” (come cantava l’indimenticato), frase evidentemente rivolta al governo del Paese, dopo la sofferenza berlusconiana facemmo una fatica bestia e ora eccoci qui a ricominciare daccapo.
Dopo tutto questo, alla fine di tutto questo, l’interrogativo resta uno.

Dunque.

Che fine farà Bordon?

Sembra cosa da poco, ma lui era comunista. E ora è diventato una specie di monarchico conservatore. Dice: ma pure Bondi. Certo, va bene. Ma già dall’inizio era tutto chiaro, nel percorso di Willer. Per dire, mentre era nel Pci, contemporaneamente era iscritto anche al partito radicale. Ha toccato per qualche istante il Pds. Ma subito se n’è andato a fare Alleanza Democratica, ma durato il tempo di un’idea e soprattutto insieme a gente molto simile a lui (Ferdinando Adornato, per dirne uno, ora groupie di Berlusconi). Ma a Bordon non bastò. E allora cosa mise in piedi? La Ud. Unione Democratica. Cos’era? Boh. Ma lui appoggiò il governi di Prodi (primo), D’Alema (primo e bis) e Amato (bis). E fu rispettivamente sottosegretario, ministro e ministro. Ha fondato Italia dei Valori insieme a Di Pietro e un anno dopo, zac, “I Democratici”. Passano alcuni mesi e, patatrac, finisce nella Margherita, insieme ai democristiani. Va al Senato e è pure capogruppo. Nel 2006 è gasatissimo contro Berlusconi e vince le elezioni, andando al Senato. Ma nel Pd ci sta il tempo di bere un caffè. Insieme a un altro (tale Manzione) prende e fonda, in Senato, l’Ud. Un’altra volta? Si vede che gli è piaciuto il nome. Unione Democratica. E cosa fa? Si allea con Dini (che nel frattempo ha messo insieme tre seggi del Senato con – così si son chiamati – i “liberal democratici”). Ora è caduto il governo Prodi. E a Bordon non dev’essere dispiaciuto troppo, visto che le situazioni che durano troppo tempo non gli sono mai andate a genio. Caduto il governo, uscito dal Pd, in fase di dimissioni da senatore, il vero quesito davvero campale è: chi fine farà Bordon? Va con Storace? Si candida alle primarie contro Obama? Dichiara resistenza al regime birmano? Pilota le navi salvabalene di Greenpeace? Dai, Willer, non mollare.

Pignolo 30 gennaio 2008 - Diego Pretini

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