Colpa vostra

Il pallone non c’entra nulla. C’entra tutta la cretineria che sta crescendo, con i suoi muscolini da palestra e la sua vanità tutta virile, stupidamente virile. Per un paradosso che fa da simbolo agli anni che stiamo vivendo, proprio lo sport diventa lo strumento per fare il contrario di quello che insegna. A tanti (come me) lo sport ha insegnato ad essere adulto al pari di una mamma, o di un prof. Questi stupidi marmocchietti capibanda di mufloni usano uno degli sport più divertenti per fare i loro sporchi comodi di viziati della società.

C’è da guardarsi negli occhi, e bene, e non con questi ragazzi, e non con i presidenti che vogliono giocare, e non con i ministri che chiudono gli stadi. Si guardino negli occhi, allo specchio, i genitori. Il pallone non c’entra: c’entra l’educazione. Come ho avuto già modo di dire su queste pagine, i ragazzi di oggi non sono educati. Ma non: maleducati. Sono ineducati, non educati, non gli viene insegnato niente. E quando non hai niente da imparare, non vieni neanche a conoscenza della fatica di comprenderlo, non impari a durare fatica, tout court. Questi sono i genitori che quando il figlio prende l’insufficienza vanno a protestare in modo vibrante con l’insegnante e in casa e fuori se ne vantano, “poverino”.

Sono gli stessi genitori che fanno finta di dire no, ma dicono sì.

Sono i genitori che vanno dall’allenatore e gli spiegano, anche con acume tattico certe volte, che loro figlio non merita di stare in panchina e a cui basta poco per cambiare società, e allenatore.

Sono i genitori che se il bimbo non ha voglia di fare i compiti o gli allenamenti, gli danno una pacca sulla spalla e gli suggeriscono di riprovarci il giorno dopo, invece di dire “Va fatto”.

Sono i genitori che pur di far smettere di piangere il pargolo, gli permettono di atteggiarsi come Citah.

Sono i genitori che sacramentano contro i vigili urbani, o contro le tasse, o contro le domeniche a piedi, o contro le code alla posta. Sono quelli del condono, del sorpasso a destra. Sono quelli che vanno in chiesa e poi bestemmiano come invasati. Sono quelli che fanno la ramanzina mentre sorridono, sono quelli che “Sa, mio figlio…”, perché i loro figli fanno sempre la cosa giusta, la cosa migliore.

In quest’ovatta i figli non capiscono più cosa sia morbido e cosa ruvido, non percepiscono più il rumore reale della vita, nell’ovatta ci si addormenta da Dio rimanendo per la vita nel sogno, viaggiando nella nebbia ma imprecando contro la nebbia. Non riconoscono più cos’autorità, tirando le sedie ai professori, deridendo gli allenatori, umiliando i nonni. Si lanciano gli “allarmi bullismo”, quelli che picchiano, quelli che stuprano, quando questi non sanno più dire per favore e grazie, quando il verbo “volere” lo declinano solo al presente e mai al condizionale.

C’era un tempo – dall’inizio del Novecento fino a non troppo tempo fa – in cui i genitori sognavano e tentavano e si sforzavano di essere i migliori possibili, con tutti gli strumenti che avevano.

Ora i genitori pensano già di essere i migliori e magari, chissà, che per il fatto di essere i migliori, il sangue di migliori sia già sceso nelle vene della prole. I ragazzini vanno a dare bastonate ai poliziotti perché non gliene frega nulla, perché gli è stato insegnato a non fregarsi di cosa gli succede intorno, perché sanno di dover impegnarsi e faticare solo se c’è un prodotto certo, un miglioramento (senza dubbio) alla loro condizione.

I ragazzini danno bastonate ai poliziotti perché non sentono la responsabilità dei loro gesti, non sanno cosa vuol dire che qualcosa “è grave”, vivono in una gigantesca borderline in cui tutto è possibile (e anche in fretta) perché lecito, perché non ci sono leggi e regole.

Anzi, le regole sono di impiccio, un fastidio, da scrollarsi di dosso in ogni modo, da aggirare con i trucchetti, come quando i genitori parcheggiano nel posteggio riservato ai disabili. Se qualcosa va male, è sempre colpa degli altri o di altro: c’è sempre una ragione fuori da noi, una causa che non siamo noi, c’è sempre un “ma” da aggiungere, l’arbitro è perennemente cornuto. Di più: l’arbitro rispetta e fa rispettare le regole dunque è un inferiore, un poveraccio, un miserabile, un debole.

I ragazzini danno bastonate ai poliziotti perché non sanno cosa fare dell’esserci, qui e ora, hanno sempre in canna il loro “però”, mentre la coca (l’avete sentito) fa sempre più comparsate nei loro nasi. A riprova: l’impegno maggiore delle Asl è tentate di convincere questi nuovi cocainomani che sono dipendenti proprio come gli altri. Perché, appunto, “io sono meglio degli altri, io ho in pugno tutto, la situazione e il mondo”.

I ragazzini danno bastonate ai poliziotti, perché papà e mamma, tanto, gli troveranno una giustificazione da dare, agli altri, a se stessi e purtroppo anche ai figli.

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Pignolo 16 febbraio 2007 - Diego Pretini

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