Giustizia

Un Paese civile si misura anche dalla quantità e dalla forma dei limiti che si dà.

Mettiamola così: il nostro, in questo momento, se ne sta dando raramente e quasi sempre di ridicoli.

L’indulto peggiore che si potesse fare – che libera o sconta a Ricucci, Tanzi, Cragnotti, la “Uno bianca” e chi scambia voti con la mafia – e la barzelletta del calcio – dove responsabilità enormi hanno provocato punizioni lassative per non far dispetto al tifoso bue – sono solo i simboli giganteschi di un Paese sempre alle prese con un’eterna voglia di non rispettare le regole.

Anzi, se qualcuno che può, si mette a far rispettare la regola, scatta la sindrome dell’arbitro cornuto: non importa se abbia ragione da vendere, l’arbitro fischia perché lo fa apposta, ce l’ha con te, che si faccia i cazzi suoi.

Per dire: l’ultimo decreto Bersani obbliga a pagare le tasse non in contanti, ma con assegni o carta di credito. Avrà duemila difetti, questa roba, tra i quali l’evidente difficoltà degli anziani che tengono i soldini sotto il materasso, ma è evidente che, in questo modo, prende per i capelli i furbetti che quasi non dichiarano di essere al mondo.

Ovviamente è su questo che l’ex-presidente del consiglio ha concentrato le sue critiche, non su altro. Ha parlato di “stato di polizia tributaria”. Cioè: pagare le tasse per lui non vuol dire portare il proprio contributo, ma fare un regalo a chissà chi. Con le tasse ci si pagano i servizi sanitari, le scuole, gli uffici pubblici, le polizie. E perché mai ci dovrebbe essere qualcuno che tutto questo lo usa a sbafo, per altro qualcuno che guadagna il quintuplo, il decuplo di quelli che invece pagano tutto per davvero?

E’, certo, anche questione di abitudine, dopo che il governo di qualche tempo fa aveva fatto del condono la stella polare. Quella che oggi gli ex-membri del governo chiamano “vendetta sociale”, in realtà è semplicemente giustizia sociale: tutti pagano ciò che devono pagare.

E qui si entra nella strategia di cui si parlava, allora: non solo si ha torto, ma si vuole pure le scuse. A Moggi, per dire, “hanno ucciso l’anima, mi è stata tolta”, come disse alla fine del campionato, all’inizio dello scandalo finito in pagliacciata. Lui, il maggior responsabile di quello schifo, si duoleva perché lo accusavano di cose vere. E la colpa automaticamente ricadeva sui giornalisti pillacchere, sui giudici vendicativi, su Di Pietro.

(Tanto, ormai, destra o sinistra, quando c’è da dare la colpa, la si dà a Di Pietro. In consiglio dei Ministri: “Chi l’ha mollata?”, “Indovina” e tutti a girarsi verso di lui. Poi lui non si sa difendere, non si sa spiegare, peggiora la situazione: “No, ma io non sono stato a… insomma. Nella stanza no, essendoci la finestra spalancata, potessi andare di sotto a dare una sguardata per tutte le persone che convivono nelle strutture, non è che con i signori riuscissi a spiegare, spiegherei…”. “Sì, sì, Di Pietro, abbiamo capito, abbiamo capito” e sguardi di intesa).

Dunque, ora funziona così. Per esempio:

in autobus, se qualcuno vi pesta, sarà lui a pretendere le scuse, alzando pure la voce (“Ma che modi sono questi, ma possibile che il piede lo trovo sempre al suo?” e cose del genere);

in caso di incidente, chi passa con il rosso, in motorino senza casco, con tre bambini a bordo (senza casco), guidando a zigzag con il solo piede destro, urlando “Fottiti” a un vigile di passaggio e scippando una vecchietta (prendendola brevemente a pedate), avrà ragione. Al poliziotto che gli contesterà qualche cosetta, risponderà: “Ma possibile che voi siete sempre a rompere a chi ha fretta? Andate piuttosto a trovare tutti quei terroristi che infestano le strade. Pensa a noi, questo qua, quando il Paese è in mano agli arabi, ai cinesi, agli slavi”;

a un processo per assassinio, l’imputato chiederà la parola.
- Signor giudice, ma insomma, mi meraviglio di lei. Come può celebrare un procedimento in cui ad essere accusato, per tutto il tempo, è solo l’imputato? Questa è una corte di giustizialisti, ecco cos’è. Non sono mica un terrorista, via. Guardi con che livore mi guarda la mamma della vittima. Ma insomma, non vedete che questo processo è esagerato? Ve la prendete tanto, quando la vittima in realtà sono io. Devo rimanere in galera per tutto il tempo del processo, schiaffato sui giornali con tutta la camicia insanguinata. E’ il modo di fare giustizia, questo? Vi dovreste vergognare. Ecco la verità: vergognare. Incredibile. Sono disgustato”.

Tutto questo finirà, quando si ricomincerà – dopo tempo – a essere forte anche con i forti.

Pignolo 5 agosto 2006 - Diego Pretini

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