Volti

Fanno ridere e anche schifo quelli che, trascinati per l’omero da poliziotti o carabinieri, si coprono il volto con le mani giunte (per forza, visto lo stretto tintinnio delle manette) o tenendo davanti una giacca, il più delle volte di pelle (e non ci sono motivi particolari che vengono in mente, su questo).

È un pensiero che è nato vedendo, recentemente, le immagini dei gloriosi ingressi e uscite da procure e uffici giudiziari del buon Mario Alessi, accusato insieme ai compari coniugi Raimondi (genitori di un ragazzino alle elementari), dell’assassinio di Tommaso Onofri, brutale nella forma, ma soprattutto nella sostanza.

Non si capisce cosa ci sia da nascondere, visto che Alessi, additato qualche settimana prima del suo arresto, era andato a fare il mammalucco da Cucuzza in una professionale intervista del professionale programma della professionale Rai Uno. A prescindere dalla faccia tosta di dire Faccio un appello ai rapitori eccetera: cosa diavolo c’è da nascondere dopo mezzora di intervista televisiva?

È il caso più recente e più comico, evidentemente. È come se il presidente del Consiglio fosse accusato di qualche reato commesso quando ancora non lo era e rilascia dichiarazioni nel procedimento nascosto dalla tendina dei pentiti. E’ un esempio assurdo, è ovvio, non succederà mai in un Paese maturo.

Ma lo fanno anche i mafiosi, i Mammasantissima, gli assassini, gli stupratori, gli uxoricidi, gli strozzini, i preti pedofili.

E anche se tutti costoro non hanno mai fatto interviste o non sono mai stati fotografati: i loro nomi sono giustamente resi pubblici. A cosa serve nascondere la faccia? La faccia la si perde non scendendo quelle scale o passando quella soglia fino allo sportello della volante. La faccia – e la dignità e il rispetto degli altri – la si perdono, temporaneamente, nel momento stesso in cui si commette l’immoralità, l’indecenza di fronte all’umanità, l’atto che costituisce l’essenza della ripugnanza dell’uomo (o della donna).

E’ bene mettersi dalla parte del recupero, nel tempo, del colpevole, è giusto far riacquisire al reo la possibilità di reinserirsi nel mondo sociale. Anche chi, come chi scrive, non ha nessun attecchimento alle dottrine religiose, deve perseguire e percorrere la strada del perdono. Ma la punizione non può essere solo l’isolamento in cella. La punizione deve arrivare a far capire quanto poco vale qualcuno che si lascia andare agli istinti bestiali. La punizione deve iniziare con la vergogna. Quelle mani sul viso non sono la vergogna. Sono la paura di avere vergogna, di scoprire cosa hanno, in ogni caso, capito di essere. È bene che si meritino, per iniziare, che mettano il loro bel viso di fronte al mondo che li giudica. Bisognerebbe, per cambiare strada in questo Paese, cominciare da qui: imparare a riuscire a provar vergogna.

Pignolo 24 maggio 2006 - Diego Pretini

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