Felice anno nuovo

Ho smesso di credere alla Coop con due momenti, principalmente.
Prima quando la piccola Coop di Salviano, periferia contadina e paesana della mia città, diventò Conad. Non ci fu più, da allora, l’equivoco su verso quale delle due Coop bazzicate solitamente venivo trascinato: se in questa (dove si compravano le uova fresche, il pane caldo, il mascarpone Fiorello: chissà se esiste ancora) o in quella più grande della città, che si chiamava – con un termine infantile e tenero – “Coppona”.

Il secondo momento arrivò quando già ero grandicello. Non più Coop, ma Ipercoop. La megalomania, il gigantismo, l’invadenza – anche se sul piano architettonico – è probabilmente la percezione che subito, già da piccoli, si sente come un carattere di destra o comunque non di sinistra.

Il fatto fu molto più a pelle di quel che sembra: mentre a Salviano, in quella che per mia nonna rimase Coop anche dopo, mi sentivo come se entrassi in una stanza un po’ lontana della casa dei nonni. Era un tinello in più. All’Ipercoop era tutto tanto, grande e tutto. Non uova fresche, pane caldo e Fiorello.

Dunque: che le coop non abbiano più il significato che avevano trenta o quarant’anni fa va da sé. Sono rimasti dei giapponesi con il fucile in mano dietro a una palma, coloro che vanno alla Coop perché è di sinistra. Non c’entra evidentemente più un fico secco. Ma il fatto – e arrivo bruscamente al punto – che Fassino al telefono dica a Consorte (presidente Unipol, altra appendice fu di sinistra) “Allora la Bnl è nostra” non vuol dire sostanzialmente nulla. Il “nostra” lo usano tutti per tutto. Il suo “nostra” era quasi per dire di famiglia. L’avrei detto probabilmente anch’io, anche se non sono segretario di un partito.

Ma non voglio ripetere qui la banalità del bue dalla faccia tosta che dice quelle cose all’asino. Parla abbastanza da sé la faccia di bronzo di uno che fa la morale dall’alto della sua volontà (e diretta esecuzione) di accorciamento ulteriore delle pene e della prescrizione per il falso in bilancio (ai limiti della depenalizzazione), proprio dopo un periodo in cui l’Italia ha avuto due enormi vulnus negli impasti Cirio e Parmalat. Per dirne una.

C’è invece un duro discorso che i Ds si devono fare, da qui in avanti, per tutti noi che votiamo a sinistra, non solo per chi vota per loro. (E questo perché il più grande minimo comun denominatore di tutti gli elettori di sinistra è la convinzione che innanzitutto si vota una persona per bene, che ha dei privilegi, ma un pochino a noi pensa).

Il discorso, l’analisi critica, di coscienza deve prevedere la fine dei piagnistei: la storia del complotto, della demonizzazione e tutto il resto della fuffa ce l’ha tirata avanti il palazzinaro per anni e ne abbiamo abbastanza le tasche piene. Chi ha le mani in pasta per davvero non è Fassino né un altro qualunque del centrosinistra: bensì Grillo (Forza Italia) e Brancher (Lega Nord). Dunque, non è questo il discorso da fare, ma un altro.

Lo diceva Berselli su Repubblica di qualche giorno fa: basta dire che Sì, abbiamo fatto il tifo, ma tutte le redini ce le aveva in mano Consorte e tutti gli errori (anche delinquenziali, se vi sono stati) sono partiti da lui. Basta prendere le distanze, ora, che non è troppo tardi (non è mai troppo tardi, in politica) e mettersi di buzzo buono per essere chiari il più possibile. Non aver paura di affrontare il proprio elettorato: dirgli tutta la verità, anzi.

Soprattutto per una cosa: la cosa che più dà fastidio è il venire a patti con una destra che non se lo merita e non ha nulla a che fare con la ragionevolezza. Se ogni tanto qualche barlume ha alzato la cresta (tra gli ex-democristiani, prevalentemente) è stato subito richiamato nelle file, o fatto fuori. Dunque: nessun indugio, nessuna ambiguità, come nel caso del giudizio su Fazio, balbettante perché di mezzo c’era l’offerta d’acquisto di Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro.

Massima durezza, in ogni scelta. Fino in fondo e, ora sì, ideologicamente. Radicalità non nel contenuto delle idee, ma nel modo in cui difenderle, che dev’essere davvero di sinistra, senza contiguità. Si vuol vedere la parte meno morbida. Lasciando le nefandezze, e denunciandole, a chi va di farle. Portare avanti il proprio pensiero, senza preoccuparsi di quello che può dire la destra abbaiante, e neppure del futuro del partito, ma preoccupandosi di quello di questo Paese.

In tutte le gare, in tutte le competizioni, chi guarda avanti, va come deve andare, chi inizia a guardarsi a destra e a sinistra, rischia che sia da destra che da sinistra lo sorpassino.

E’, questo, quello che un elettore di sinistra chiede alla sinistra. Guardare sempre avanti.

Pignolo 9 gennaio 2006 - Diego Pretini

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