Viva la Rai/2: Grazie

La televisione può essere riflessiva, pensata, ragionata, rimuginata: semplicemente, lenta. Non è vero che la lentezza annoia. Non se dentro quella lentezza c’è da capire, da muoversi – anche freneticamente – tramite il cervello, che è ben più importante lasciare in preda all’iperattività che non una gamba o un braccio.

La televisione può avere anche un tono normale, quello con cui in una stanza due, quattro, nove persone parlano, a turno, senza accavallare le voci per aver ragione per forza: semplicemente, silenziosa.

Non è vero che non attira. Oggi essere trasgressivi è parlare senza urlare, perché non lo fa più nessuno. Prima urlavano solo i sordi, ora urlano anche i muti.

Questa televisione esiste, perfino in Italia. Basta cercarla, e non accontentarsi, che è la prima resa alla carenza culturale. E’ la televisione di Corrado Augias e l’ultimo esempio è “Enigma”, programma d’approfondimento storico di Rai Tre del “Progetto Storia” (perché il servizio pubblico ancora un po’ esiste).

Augias è un ’30, come mio nonno, ha 75 anni. Ne dimostra almeno dieci di meno e non perché si presta a sostanze, tirate, centri, parrucchieri. Pare più giovane non perché porti i jeans o una shirt (perché – si sa – è giovane ciò che è anglosassone). Semplicemente sa molto del passato, del presente che vive e del futuro che lascerà. E’ questa la ricetta, per rimanere giovani. Grande appassionato – dirà lui -, studioso ed esperto – dico io – di storia e ancor di più di letteratura (tutte le settimane recensisce tre-quattro libri in uscita), nelle sue piccole trasmissioni di 10 minuti di questo inverno, a ridosso dell’una, ha parlato di storie di cronaca, d’amore, di musica (invitò Samuele Bersani), di cinema, di sport, di storia e certamente mi dimentico qualcosa.

Lo stile, lo chiamerà qualcuno. Lo stile: come immagine, Augias sarebbe stato perfetto per la prima metà del Novecento, capigliatura in maniera particolare. Sono le piccolezze che fanno grande un uomo, sia pur silenzioso.

Una piccolezza: la postura eretta, la schiena dritta, la testa sempre alta, i gesti della mano ampi, il frullare lento delle dita quando c’è da cercare una parola, un movimento in avanti con la spalla sinistra quando ha le mani unite dalla cartellina davanti al corpo (le braccia distese) e deve lanciare un filmato. E’ un uomo normale, come tutti noi.

Un’altra piccolezza: chi altro, in televisione, si sogna di leggere su un testo, mentre con i denti apre gli occhiali per inforcarseli, storpiando mezza frase? Cosa direbbero i moderni dirigenti televisivi che mettono in onda vallette a dare con gli occhi spalancati risultati di partite di calcio sbagliando tutto ciò che si può sbagliare?

O un’altra: il suo “Sono duro di orecchi” non è raro, ma il fatto che voglia farsi ripetere la frase persa è qualcosa di siderale, in televisione. Basta che lo spettatore capisca di solito: se il conduttore si perde una parola non è un dramma, si va avanti. E invece no: “Scusi?” fa “Ecco ora ho capito”. Perché gli interessa. Non è lì perché prende soldi, è lì perché gli piace ciò che sta facendo.

Lo stile: la formula per fare la domanda all’esperto non è da interrogatorio, come usa, “Lucio Villari, è vero o no…”. No: “Lucio Villari, ora le faccio una domanda”. Oppure: “La domanda, allora, è questa”. Perché è una domanda che viene fuori dal ragionamento fino a quel momento sviluppato, non scritta su un copione, di modo che – quasi come in un’interrogazione di scuola – colui o colei chiamato in causa sappia essere già in attenzione.

E poi (e è una cosa che mi piace troppo) il “grazie” alla fine di ogni risposta, sia che la trasmissione duri 10 minuti sia che duri – come Enigma – due ore. Poi la curiosità di sapere qual è la vera pronuncia del nome o l’aiuto – in termini di lessico – a chi ha rallentato momentaneamente il ritmo della conversazione per cercare la parola giusta (una volta, mentre leggeva, con gli occhiali, su un libro, un’ospite argentina si fermò perché non sapeva come tradurre una specue di “ofenderse” e allora lui: “Adombrarsi, preoccuparsi, inquietarsi…”).

Un italiano non forbito (per motivi televisivi), ma corretto, apparentemente forbito, solo perché si è abituati ad Enrico Papi.

Infine l’ironia. Sono innamorato perso, lo sapete, dell’ironia. Quando una persona è ironica, riesce a essere anche più obiettiva. Non si parla di risate da spogliatoio, si parla di humour. Ad un certo momento Augias stava simulando l’azione di non so che assassino, estraendo una pistola dai pantaloni (“Mi faccia capire – chiese all’esperto di balistica – L’assassino fece questo movimento, in sostanza”), in maniera piuttosto goffa e una signora del pubblico sogghignò: “Signora, non rida, è un gesto drammatico, non crede?”, accompagnandola nel sorriso.

Oppure, parlando di Peròn e leggendo da una biografia: “Aveva un sorriso che si accendeva automaticamente, quasi con un interruttore, con l’unico scopo di sedurre subito le persone”. Si ferma un attimo: “Sapete, questa cosa del sorriso ce l’hanno molte persone che comandano i Paesi. E’ una cosa comune a molti”. L’ospite argentina: “Voi lo conoscete bene in Italia”. Risposta: “Lascio scivolare”.

O ancora, si parlava della principessa Soraya e il tema era se, al momento del matrimonio con lo Scià, fosse o meno vergine. Un amico poi biografo: “Soraya, al momento del matrimonio, era vergine…”. Augias: “Scusi, ma come fa a saperlo così con certezza?”. Il biografo: “Glielo chiesi”. Augias: “Glielo chiese? Cioè lei le fece: Principessa Soraya, lei era vergine al momento del matrimonio?”. Il biografo: “No, ma io le davo del tu”.

Le esclamazioni sono perbacco o per carità. Senza poi vergognarsi di dire “tettone”, quando il termine serve per il tema (la donna vista ideale negli anni ’50). Le parolacce, le cose per cui offendersi, in televisione, sono altre.

A volte è sfacciatamente antitelevisivo: si muove per lo studio come nel suo salotto, annuisce fuori camera ai tecnici, li invita a passare davanti alla camera quando c’è bisogno di portare qualcosa. Non si sa se lo faccia apposta (una specie di “metateatro”) per alleggerire la tensione di un programma che parla di cose serie. Questa cosa mi ricorda il mio burbero professore di storia e filosofia del liceo che rendeva silenziosissima la classe e il piacere di sorridere aumentava, quando si riusciva a spaccare il ghiaccio.

E in fondo è anche lui, Augias, un professore, involontariamente, un insegnante – direi – di comportamento, di stile di vita, di stare al mondo, di rapportarsi agli altri, di sfruttare la vita. L’anti-Briatore, che vince senza neanche mettersi a giocare e so quanto si possa sentire ferito, qualcuno, a sentirsi affiancato (sia pur per fare l’esempio dell’esatto opposto) a un essere del genere.

Lui, Augias, lui sì che è una figura, una sagoma.

E’ televisione lenta, pensata, sottovoce, uno alla volta, di domanda cortese e di risposta cordiale. E’ televisione fine. E’ televisione che fa cultura. Per merito di tutto il gruppo di autori, certo, ma rappresentato dall’icona del presentatore, che pensa, riflette, parla sottovoce domanda cortesemente, chiosa cordialmente e finemente, dando un senso ragionevole – non di parte, ci sono anche le persone oneste – alla realtà. Che ha cultura e ha voglia di averne ancora, faticando perché usare il cervello è molto più faticoso del resto. Si diverte a studiare e a non riporre mai la curiosità sul mondo, l’uomo e ciò che l’uomo pensa.

Corrado Augias riesce a rendere lieve il più pesante dei temi, a tentare di dar qualche ordine logico al più intricato dei discorsi e dei ragionamenti. Dà leggerezza ai concetti.

A vederlo muoversi – e a immaginarlo a casa, su una poltrona, a leggere un libro sotto una luce ad abat-jour e a fianco di una televisione spenta – nasce qualche paura, che quasi è già rimpianto: non riuscire a diventare, un giorno, come lui.

Pignolo 31 agosto 2005 - Diego Pretini

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