Uno su mille

Se qualcuno chiedesse perché si dovrebbe ancora pagare i cento e passa euro del canone per l’abbonamento alla Rai, avrei una risposta con qualche buona prova pesante.

Acquisire i diritti sportivi, di per sé, non vuol dire granché. Non è di offerta nuda e cruda, ciò di cui si parla. Bensì di qualità dell’offerta. Non dell’evento in sé, ma di come quell’evento è raccontato.

Non sento di esagerare affatto, se penso che il modo in cui la Rai ha curato (termine esemplare) il Mondiale di atletica leggera sia stato una scuola di giornalismo in diretta, per una settimana. C’è da precisare subito che il merito particolare è del gruppo che ha lavorato lì, visto che anche dentro a RaiSport ci sono balbuzienti e incompetenti da immediato tasto rosso (specie quando c’è di mezzo il pallone).

Tre quarti del piacere nel seguire la disciplina regina dello sport è del telecronista, Franco Bragagna, un passato infilato dentro questo sport che ora racconta, che ha qualcosa a che fare con il Veneto e il Trentino a leggere in giro per il web ed è per questo forse, per essere nato o cresciuto – chissà – vicino alla terra di frontiera, che le pronunce di tutti i nomi – tutti – sono perfette. Inglese, spagnolo, tedesco, francese, arabo, addirittura russo, con il vezzo di leggere con la pronuncia di laggiù i nomi che provengono dall’America Latina e Meridionale, che è lievemente diversa dallo spagnolo castigliano. Ci sono molti che questa cosa della pronuncia non la capiscono.

E’ ridondante, dicono, non serve a nulla, è vanità, è un modo per rincitrullire la gente.

Di certo preferiranno altri colleghi di Bragagna (specie quelli del pallone) che magari quando entrano nel tunnel dei nomi russi ne escono dopo anni, che non mettono neanche un pezzettino di lingua quando c’è da dire Smith (che diventa Smit o anche Schmit se non Smitte), che se c’è un nome di spagnolo diventa romanesco (Martinezze, Garzìa, Gimenezze, Arellano), che si suicidano davanti a un nome arabo (e invece come va Bragagna, tra h palatali e accenti sulla penultima).

Franco Bragagna riesce a parlare per mezz’ora filata anche se nello stadio non succede nulla e questo grazie, magari, a un’immagine di un ex-atleta in tribuna, su cui potrà spicciolare record, titoli e due o tre aneddoti. Dice: ma legge su un monitor.

Ma parla così in fretta che è impossibile che il computer gli dia così di seguito tutte le informazioni. Il discorso è questo, in fondo: parla per mezz’ora, non annoiando, anzi, riuscendo spesso a metter dentro espressioni ironiche che non solo alleggeriscono il duro lavoro di fruitore dello spettatore del Duemila (abituato a un lessico che gira intorno alle 100-150 parole al massimo, più o meno il lessico di una cocorita). Successe alle Olimpiadi di Atene che due che fecero al fianco i 100 incitandosi a vicenda e disse: “Guarda: ora prendono un mazzo di carte e iniziano a giocare”.

Certe volte facendo ironia su se stesso: per tre edizioni è stata la prima voce della cerimonia di apertura delle Olimpiadi (per altro sapendo di tutti i Paesi la situazione socio-politica, anche di molti del centro dell’Africa, che ci dimentichiamo sempre tutti che esistono) e a Sydney ad un certo punto, dopo aver aperto e chiuso l’ennesima parentesi (vizio che sa di avere): “E dicevo – se riesco a vincere la battaglia contro me stesso – che…”. Lessico appropriato, specifico, certe volte gergale, da setta misto a registri colloquiali o espressioni ironiche, al limite della satira (3000 siepi: “La russa rimane impantanata nella riviera, affoga”). Bragagna fa scoprire (o riscoprire) il gusto, il fine sapore di saper parlar bene.

Con lui si capisce perché e a che cosa serve riuscire a parlare non forbito, ma parlare la propria lingua bene.

Si sente strumento dello spettatore (tanto che si zittisce – semplicemente – quando c’è la pubblicità), fornendolo di tutte le informazioni che è in grado di offrire: sarà poi lo spettatore che selezionerà quanto e cosa vuole. La cosa più importante, nella televisione di oggi, è che studia per fare il suo lavoro: e a chi viene in mente un nome di giornalista sportivo che studia per fare la cronaca di un Mondiale, qualsiasi sia la disciplina?

Non bastano le grida e non basta esser lì a dire i nomi quando compaiono in grafica, dice Bragagna, senza volerlo.

Riuscendo anche a dare qualche pillola di sport vero, che non sono le banalità dei pallonari (“grinta, determinazione”, robe così), ma cose come: “Dimostrazione che studio e sport vanno di pari passo”, cioè uno dei temi più sentiti dagli sportivi e degli atleti anche e soprattutto in età preadolescenziale.

Oppure frasi non ambigue contro il doping, affatto banali. Tutto questo con dizione spesso perfetta, non romanesca o dialettale come molti. Fa solo l’atletica? No: fa sci di fondo, baseball, softball, badminton. Con la stessa efficacia.

Bragagna, per il Mondiale, è aiutato dalla fedele spalla, Attilio Monetti, uomo d’atletica e dunque uomo di sport, che è l’esatto opposto di Bragagna, infilando (a fatica, apparentemente, ma spesso volontariamente l’inserimento è spicciolato) le sue frasi in maniera meno ricciolosa, più lineare, con frasi brevi.

E poi Elisabetta Caporale, alle interviste, che passa dall’inglese al francese e allo spagnolo, riuscendo a pescare quasi sempre le medaglie d’oro di tutte le discipline (e anche questa è bravura). In televisione non è vero che bastano le immagini, è stupido dirlo. E’ come dire che basta la carta per fare un giornale.

E’ stata vera scuola di giornalismo televisivo.

Un mondiale raccontato in tre di una disciplina certo spettacolare, aiutata ad essere più spettacolare e viva e divertente - dal lavoro – e insisto sulla parola “lavoro”, di questi tempi di tutto e subito al costo di nulla – di queste persone.

La Rai deve esserne orgogliosa, anche se so che quelle che avranno il palcoscenico saranno altre persone.

E i colleghi – anche e soprattutto non sportivi – dovrebbero prendere appunti.

Una volta al posto, ci vuole passione, trasporto, non bisogna rimanere a scaldare la sedia. Studiate, gente, anche una volta che non serve più per il lavoro.

Probabilmente questo sarà stato uno dei Pignoli più noiosi, per i lettori, ma mi perdoneranno: è la passione.

Pignolo 22 agosto 2005 - Diego Pretini

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