L’uomo ombra

Ero ancora più piccolo di quello che sono, quando vidi per la prima volta Paolo Savoldelli sulla bici, alla tele.

Un amico che di ciclismo ci capisce più di me – e ci vuole molto poco – mi disse che questo in discesa non lo batteva nessuno. Poteva recuperare o staccare uno di trenta secondi solo in discesa. Fu una cosa che mi piacque subito.

Si pensa spesso alla bravura nello sport solo quando c’è da mettere i muscoli allo spasimo, da digrignare i denti, da fare i buoi stupidi con i paraocchi che tirano l’aratro.

Lo sport è anche – anzi, direi soprattutto – questo. E’ sacrificio, è cinque ore al giorno di fatica tutti i giorni (mettiamo fuori gli sport di squadra, un po’ borghesi), cinque ore di sudore, di puzzo, di dolori, di caldo, di grida, di non essere da un’altra parte.

Ma lo sport non è solo questo. Si pensa agli sport che non sono quelli un po’ borghesi, come se fossero praticati da gente che sa solo durare fatica. E poi si parteggia per i Classici, per i nazionalpopolari, per chi gioca bene, per i talentuosi. Mai per gli uomini-ombra, quelli che lo fanno per dieci anni e che poi al decimo anno e sette mesi, mettiamo, sentono che è il giorno giusto e vincono e se ne fregano, se i giornali – e la gente – non son contenti allo stesso modo.

Erano parecchi anni fa, quando vidi per la prima volta Savoldelli.

Mi dissero che magari in salita le prendeva di santa ragione, ma poi in discesa se li rifumava tutti.

Forse anche perché era un po’ più su con il peso, ma impossibile – mi dissi – che sia solo un fatto di mera obesità. Soprattutto pensai che lui aveva il suo modo e i suoi motivi per vincere in discesa, con il manubrio riversato tutto in avanti, a fare da sostegno e non più per aggrapparcisi, come prima, in salita (perché prima di una discesa c’è sempre una salita).

Uno se lo immagina, allora, tutto questo tempo di Savoldelli. Ci sarà stato un giorno, magari, in cui lui si prese pure la briga di inventarsela, questa cosa della discesa. Ci saranno state decine di rivincite su chi lo lasciava a succhiare ruote, giù in fondo alla salita, e se lo ritrovava tra i piedi alla fine della discesa, scoprendo che tutta quella fatica, tutto quel dolore e tutta quella sicurezza d’essere davanti non erano servite a nulla e che lui, senza muovere troppo i pedali – una volta scollinati – li aveva mangiati e bevuti come un pranzo in mensa, nel tempo di un’idea. Infilandosi in una gamma di corridori un po’ folcloristici, da una tantum, considerati un po’ figli di un dio minore.

Ci sono quelli che vincono le tappe con la tattica del gruppo e scattano negli ultimi 50 metri – i velocisti – e ci sono quelli che le vincono da soli, in salita, arrampicandosi sulle montagne con la bici invece che con la piccozza – gli scalatori. Bene – avrà detto un giorno Savoldelli – io voglio vincere in discesa.

Qualcosa che pare molto la scoperta dell’acqua calda, a vederlo da fuori, somiglia l’invenzione del buco della conca, come si dice dalle mie parti. In discesa, in fondo, ci sanno andare tutti. C’è la gravità che soffia giù. “E’ bravo in discesa”: e grazie, son bravi tutti in discesa. Anche mia nonna, sarebbe la risposta. Basta mettersi lì, seduti, e aspettare. Il vento non c’è ma in bici tira. Il brusio della catena, dei rapporti e della corona centrale si fa insistente, quasi irritante, basta prendere bene le curve, non addrizzarle, e aspettare. Un po’ ingobbiti, a testa bassa, ma per il resto basta tenere il manubrio, buttarsi giù, e aspettare.

Invece no. Hai voglia di provare e riprovare. Quel Savoldelli lì va veloce il doppio, in discesa. Lui non aspetta una mazza. Non c’è niente da aspettare sul sellino. Si pedala anche in discesa, ci si butta giù, ma per bene, con stile, con aerodinamicità, non come un fesso che deve evitare un ramo di pino un po’ più basso.

C’è da scappare giù come antilopi, non ci si può attaccare ad un semplice inchino di una decina di minuti in attesa che arrivi il momento di ricominciare. Non si deve restar fermi a non far nulla, ad aspettare che passi il momento, ad aspettare con i piedi in mano.

Ci si butta giù, con il sellino davanti alle balle (proprio così), come se la bici avesse accelerato da sola e come Willy il Coyote a cavalcioni su un siluro si è finiti in coda, con il culo a farsi solleticare dalla ruota posteriore. In discesa non si deve essere comodi, proprio come non lo si è in salita. Cos’è questa disparità? Perché salita e discesa non pari sono?

E giù a pedalare anche a testa in giù sui muri, dove la ragione direbbe: qui mi riposo. Con i pedali che vanno quasi a vuoto, il rapporto che non basta per essere duro e i piedi che girano a mulinello eppure fanno scappare la bici, il doppio rispetto agli altri. E attenti alle curve che vanno prese preferibilmente entro breve e senza frenare troppo, che non è bene.

Un atteggiamento che sa di filosofia di vita, questo, dove non si aspetta cosa passa il convento, ma c’è da lavorar di pedali per voler quello che si vuole. Buttarsi giù e lavorare di gambe e di cuore e di coraggio. Dove non ci sono solo due strade per stare al mondo (i velocisti e gli scalatori), ma ce ne può essere una terza, una quarta e pure una quinta.

Dove non ci si deve accontentare di quello che la vita ci propone, ma dove siamo noi che dobbiamo far aspettare la vita. E’ la vita che deve stare al nostro gioco, e non viceversa. Pedalando, silenziosi, tu e il brusio della catena, anche nei momenti in cui pare che sia inutile.

Paolo Savoldelli, dopo questi dieci anni, s’è sentito in forma, ha imparato un po’ anche ad andare in salita e tenere palla, ridimensionare i danni. E ora, dopo 15 tappe dell’88° Giro, è maglia rosa, con 25” di vantaggio su Di Luca, idolo della gente e dei giornali, che hanno già perso Basso e vogliono un talentuoso, un nazionalpopolare, un Classico da leggere.
Vai, uomo-ombra, buttati giù, e non aspettare la fine della discesa, e la vita.

Pignolo 25 maggio 2005 - Diego Pretini

179


Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE

Copyright © ElbaSun

(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dell’autore)