“Volemose bene”

A me piace immaginarlo sereno. Quasi sorridente, ammorbidito tra i guanciali, mentre ascolta distrattamente quelli che gli passano intorno e li segue con le pupille e lo sguardo storpiato dal male e i capelli leggermente spettinati.

A me piace immaginarlo lì, nel letto, che combatte, ma che ormai si sente pronto, si sente ormai a posto, capisce d’aver fatto tanto, forse tutto, dopo 85 anni, di cui quasi 27 a benedire, a unificare, ad accarezzare, a predicare la pace.

Hanno gufato per tre giorni dicono alcuni, Chi se ne frega dicono altri, Non se ne può più dicono altri ancora.

Non è gufare: è un fatto storico e Karol Wojtyla era in punto di morte, lo hanno detto i medici soprattutto, e lo hanno detto per 36 ore filate almeno dieci-quindici cardinali che hanno continuato a dire “E’ in punto di morte”, “Vede il Signore”, “Sta morendo”, invece d’andarsene a spigare in qualche campo di grano, chè ce n’è tanti. La colpa non è dei giornalisti, bensì di qualche porporato che aveva fretta. Il vicario, cardinale Camillo Ruini, d’altronde, ha detto che bisogna essere pronti alla morte e nel senso comune cattolico (e religioso in generale, spesso) la morte è il punto d’incontro con il Signore. A gufare non erano i mass media.

Non ce ne può non importare: anche se non si è cattolici, cristiani, religiosi, anche se si è atei o agnostici, il Papa è una figura istituzionale che trascina gli stati d’animo di un miliardo di cattolici e quando un Papa, come Karol Wojtyla, predica per 27 anni la pace e il dialogo tra civiltà che sembrano essere sempre sul filo di uno scontro finale, è meglio averlo in vita e in salute e non sepolto.

Non si può averne abbastanza: per lo stesso motivo. E’ storia, per una volta che la televisione non s’annoia su un argomento, prendiamola com’è, perché sulla guerra ci si concentra dieci giorni poi che palle, sulle tragedie come i maremoti o i terremoti ci si concentra dieci giorni poi che palle. Per una volta che la televisione non ci dice che Bondi e Cicchitto dicono che Prodi batte sul viale, dicendo successivamente che il centrosinistra è ispirata dall’odio, per una volta che non ci fanno vedere i buffoni di Domenica In e Buona Domenica, per una volta che non è la sindrome della Lecciso che impera, non se ne può avere abbastanza. Qui, ora, si parla di cose serie, di un uomo che aveva il sogno e voleva cambiare il mondo e in parte c’è riuscito, da così in alto, aiutando gente con sogni affini, così in basso.

Come i miei lettori assidui, se ce ne sono, sanno alla perfezione, non sono cristiano, non sono musulmano, non sono ebreo. Non credo. E, essendo giovane io e lasciando la vita molto tardi lui, ho conosciuto un solo pontefice.
Ci sono cattolici fortemente antiecclesiastici, a volte antipapisti. Io sono un non credente, non fortemente papista, ma fortemente wojtylista.

Equilibrio politico, dialogo tra nord e sud del mondo, lo zoom sui Paesi poveri del mondo, dialogo tra Occidente e Islam e più in generale con tutte le altre religioni monoteiste, la forza trasmessa alle opposizioni anticomuniste alla dittatura nell’Est europeo, i discorsi a favore della causa palestinese, il perdono chiesto umilmente al popolo ebraico, gli strali contro la mafia in una terra – la Sicilia – profondamente credente, gli incontri e la pressione sottoforma di semplice presenza sulle dittature di Pinochet e Castro in Cile e a Cuba, la violenza dei suoi discorsi contro i difetti della globalizzazione e del consumismo cavalcante che nemmeno Bertinotti e Agnoletto, l’energia nel chiedere la fine di tutte le guerre, la forza nel dirsi contro anche alla guerra in Iraq, primo di tutti i pacifisti in piazza in quel marzo 2003, ma Giovanardi era occupato a definirli tutti antiamericani, per capire la piccolezza di alcuni uomini (tipo io stesso) a confronto di altri. E tutto questo, avendo poi la faccia tosta di non farlo pesare a nessuno, di stare sereno, fino ai suoi ultimi giorni.

Con una tenerezza da nonnino, negli ultimi mesi, che a ripensare a quello che ha fatto, fino a mercoledì scorso, potrebbe far crescere il sospetto che qualche conoscenza in alto ce l’ha avuta sul serio.

A me piace immaginarlo tra quei cuscini, con gli occhi semiaperti, col sorriso sulla bocca, stanco, ma sereno, cosciente d’aver fatto tutto quello che voleva, a posto con la coscienza, prima ancora che con Dio. Con un cuore grosso così, in senso stretto, visto che tutti gli organi vitali erano ormai andati e lui lì a lottare, a ritmare il suo battito, da sciatore e nuotatore, l’Atleta di Dio, e anche questo ha aiutato ad essere un buon pontefice (perché un buon sportivo spesso è un buon uomo: non sempre, ma spesso).

Tutti gli organi vitali andati, tutti che dicono o fanno capire “manca poco” e lui lì, ancora una volta, a fare le pernacchie a tutti, con una forza da ventenne e lo spirito di un bambino, come ha fatto le pernacchie in questi 26 anni e un po’, come ha sempre avuto la forza (spirituale, morale, etica, sognatrice) da giovanotto e lo spirito (ironico, allegro, sereno) di un bambino. Ecco: questa cosa mi piace dirla. Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, il pontefice della Chiesa cattolica, successore di Pietro, capo religioso a cui fanno riferimento mille milioni di persone, non era affatto noioso come sono molti uomini di Chiesa, a volte un po’ fumosi: densi, intensi, con una grande spiritualità, ma senza spirito. Papa Wojtyla faceva anche e soprattutto sorridere, anche se diceva cose piene di senso e magari con le quali non si poteva esser d’accordo. Perché nella vita bisogna sempre soprattutto sorridere, chè i problemi c’è sempre speranza di superarli, se non proprio risolverli.

Questo nonno di tutti noi, anche di coloro che come me credono solo nell’uomo, questo nonnino che ha ascoltato tutti i poveri del mondo e ne ha baciati a centinaia e accarezzato a migliaia, con cui ha giocato ininterrottamente e al diavolo (e da che pulpito) i formalismi di protocollo.

L’unica nuova cosa che mi è venuta in mente, in tre giorni in cui le cose nuove da dire sono una gocciolina nell’oceano, è che Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, è stato una delle poche figure positive del Novecento, un secolo che ci ha insegnato molto solo tramite grandi traumi: le grandi dittature genocide, le grandi guerre con milioni di morti, morte spalmata su tutti i cento anni, nel secolo di Hitler, Stalin e Mussolini. Solo un’altra figura mi pare simile, non altre: John Fitzgerald Kennedy. Lui non ebbe il tempo di fare del tutto del bene.
Karol Wojtyla ne ha avuto tutto il tempo, riuscendoci spesso, con i vincoli che può avere un pontefice. Mancherà molto, anche a chi, come me, lo vede solo come un uomo con potere spirituale e peso politico. Il successore sembrerà certamente peggio.

Spero abbia sorriso fino in fondo. Ne avrebbe avuto tutta la forza e se lo sarebbe meritato.

Se si credesse in Dio, non ci si dovrebbe vergognare di piangere in quel modo straziante di molti ragazzi in Piazza San Pietro.

Però per chi – come me – crede nell’uomo, perderne uno così fa piangere lo stesso.

Pignolo 3 aprile 2005 - Diego Pretini

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