L’autista

Di De Gregori i miei pezzi son pieni fino all’orlo. In ogni parola c’è un pezzo di De Gregori. E non perché lo copio o vorrei farlo. In ogni mia lettera c’è De Gregori, solo perché semplicemente lo ascolto e mi pare di ascoltarlo da sempre, anche se non è così. Sono sempre stato un grande consumatore di musica, di ogni genere. A volte sono riuscito perfino a togliere un disco dei Buena Vista Social Club e metterne uno di George Michael.

Poi, De Gregori. Non mi ricordo nemmeno bene perché.

Babbo fece un greatest-hits fatto in casa, su cassetta, per la macchina. E lì dentro c’era La storia. “La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso…”, no?

Dubito che sia mai stato l’intento di De Gregori, ma è il più semplice e energico inno contro il qualunquismo pasciuto dai luoghi comuni, vero sport nazionale, e contro l’astensionismo. “E poi ti dicono tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera, ma è solo un modo per convincerti per stare chiuso dentro casa, quando viene la sera”. Che se uno si trovasse in un momento sbagliato (cioè nel momento giusto) farebbe la sacrosanta banalità di piangerci sopra come un bambino, mentre la canta, sottovoce.

Perché te la immagini “la gente (perché è la gente che fa la storia), quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare: quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare”. Dice: è un articolo di giornale, un brano di un libro. No, una canzone. E’ la canzone tra le più concrete e reali, meno sognatrici, di Francesco De Gregori e la mia cervelloticità mi ha portato a recensire, senza che nessuno me l’abbia chiesto, il nuovo disco di inediti parlando di una sua canzone di venti anni fa esatti. Il fatto è che il disco, mentre scrivo, non l’ho ancora ascoltato.

E, paradossalmente, strambamente, com’è stramba da sempre tutta questa rubrica, di questo ho voluto scrivere.

Chi si appassiona a De Gregori non è un fan.

I fan ce li hanno Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Tiziano Ferro.

Chi si appassiona a De Gregori, diventa lui un pochino De Gregori.

Non sarà romano, non avrà la barba, non avrà 54 anni, non si metterà gli occhiali, non gli piacerà mettersi cappelli, non suonerà la chitarra, non avrà la voce nasale, non saprà scrivere nemmeno una lettera d’amore, ma chi si appassiona a De Gregori, diventa, puoi scommetterci, un po’ De Gregori.

E, dopo un po’, di De Gregori ne acquisisce il bisogno. Di solito la musica la si ascolta per voglia. De Gregori lo si ascolta per bisogno. Sarebbe cretino mettersi qui a spiegare le decine di canzoni che insegnano qualcosa, perché visibilmente non è Ramazzotti, non è la Pausini né Ferro.

Francesco De Gregori, tramite il pretesto (ma poi mica tanto) della musica, riesce a succhiarti via dalla realtà, toglierti intorno il contesto, cancellare i contorni e gettarti in una terza, quarta, quinta o comunque altra dimensione per raccontarti storie, realtà, contorni e dimensioni che con la tua non hanno a che fare un bel niente, e che però hanno la forza, la violenza e la sfacciataggine di spiegarti come va e com’è e come sarà ancora la tua storia e la tua realtà, la nostra realtà.

Le canzoni di De Gregori sono tutte uguali: tutte insegnano qualcosa, o comunque raccontano qualcosa, che è sempre insegnare. Riescono a rendere più miti tristezze e stati d’animo, dandoti la forza di un riscatto, di una rivincita, perché la vita è piena di sconfitte (anche per chi non se ne accorge), ma è anche piena di rivincite.

Io De Gregori lo canto a squarciagola e lo invidio. Per una cosa soprattutto, banale, scemissima: il lessico. Cioè la facilità con cui quattro versi fatti di metafore rosa, modi di dire e congiuntivi pensate: i congiuntivi – i quattro versi che compongono una strofa riescono a darti un’immagine chiara o comunque l’illusione di avere un’immagine chiara.

Le persone che scribacchiano come me, per rendere conto di un’immagine che hanno in testa, ci mettono righe e righe. A volte pagine. Lui prende la chitarra e fa le foto.

Poi, negli ultimi tempi, ha preso anche il gusto di suonare e fa il rock. Un rock contaminato, perché c’è blues, c’è folk, c’è leggera e c’è De Gregori. Ma rock. Ed è del De Gregori degli ultimi vent’anni, infatti, che avevo bisogno. Di cui il nostro Paese e la sua cultura sempre tremolante aveva bisogno.

Lui stesso ne avrebbe fatto a meno, o forse no, ma è cambiato, questo è certo.

“Dov'è finita la tua dolcezza famosa tanto tempo fa / E' chiusa a chiave dentro la tristezza dei buchi neri delle tue città / Chissà se davvero esisteva una volta o se era una favola o se tornerà / E però se potessi rinascere ancora / Preferirei non rinascere qua” dice, forse a se stesso, De Gregori in “Tempo Reale”, nell’ultimo album. E c’è il rock, anche qui.

Non è, ovviamente, il rock, una manovretta misera di uno che si vuole rinnovare per i tempi moderni, per farsi comprare dai ragazzini. Ma una scoperta che il Principe ha, probabilmente, fatto (o rifatto) dal vivo, con i suoi musicisti, ai concerti. Ha indurito la musica (rianimandola) perché si diverte.

C’è chi si chiude in se stesso e s’improvvisa aristocratico e intellettuale e c’è chi capisce d’essere ormai abbastanza maturo per capire che c’è ancora tempo per divertirsi ancora. E questo ha l’effetto, indesiderato ma piacevolissimo, di trovarsi da vent’anni generazioni di ventenni e trentenni davanti al palco, ai concerti. Nonostante non passi un solo video nel sacro tempio della giovanile e inebetente Mtv.

De Gregori canta in poesia di guerra, potere, povertà, bambini, fame, stelle e “Pezzi di vetro” che riempiono il cammino che si chiama vita. Se si rimane un istante a pensare, nessuno più (o pochi o meno di quanti dovrebbero) parla di questo. La guerra si chiama democrazia, il potere si chiama lavoro, la povertà sfortuna, i bambini muoiono, la fame vale poco, le stelle non le caca più nessuno e la vita è un cammino fatto di guanciali.

Potrei diventare banale, continuassi ancora per molto. E visto che ascolto De Gregori e chi ascolta De Gregori diventa un po’ De Gregori, la finisco qui e continuo a farmi dare una mano da lui, finché vorrà e finché vorrò, quando di questa cosa in cui siamo dentro fino al collo vorrò capire qualcosa.

Dentro le stanze del Potere l'Autorità va a tavola con l'anarchia

Mentre il ritratto della Verità si sta squagliando
e la vernice va via
E il Pubblico spera che tutto ritorni com'era
che sia solo un fatto di tecnologia

E sotto gli occhi della Fraternità
la Libertà con un chiodo tortura la Democrazia
(Tempo Reale, 2005)
.

Pignolo 29 marzo 2005 - Diego Pretini

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