Banalità

Eccolo, l’eroe. Lui è l’eroe. Il primo eroe italiano della guerra in Iraq si chiama Nicola Calipari. Era un funzionario dei Servizi Segreti italiani, uno dei migliori, direttore delle Operazioni Internazionali. L’eroismo entra in gioco così, non lascia tempo di farsi usare da una parte o da un’altra. L’eroismo vuol dire scambiare la propria vita con un’altra. Fare quello che il proprio lavoro, in questo caso, ha chiesto per tutta una vita di fare. Mettere in gioco la propria esistenza al posto di altre. Per la prima volta, dopo tanto tempo, ho sentito l’Italia unita. Unita sotto quel proiettile amico che sbriciola la pelle di Calipari. E’ brutto dirlo. Ma è così.

Berlusconi incazzato con gli americani;

tutti contenti per Giuliana Sgrena che finalmente non è più in mano a persone, che noi da qua, non possiamo conoscere (Sono pazzi? Gente per bene che lo fanno per fame? Terroristi? Rapitori e basta? Possono sparare in ogni momento? Usano solo i pizzicotti? Non ne sappiamo mai abbastanza);

i brividi che son corsi mentre guidavo in macchina e alle 19 la radio urlava da ogni parte che, sì, era libera;

la voce da schiarire da una vita, come tutti i giorni da un mese abbiamo sentito, del padre della Sgrena, una specie di Villaggio drammatico;

gli occhi lucidi del fratello, Ivan;

il ricordo delle parole del compagno, Pier Scolari, che due settimane fa aveva detto: “Sì, la salverò”, quando lei, nel primo video, gli aveva chiesto: “Pier, tu che mi conosci, salvami”;

e poi quest’uomo che si getta a corpo morto a fare da scudo alla Sgrena, col rischio, poi diventato, realtà, di diventare davvero corpo morto, lui che aveva salvato Simona Torretta e Simona Pari, che per la morte di Enzo Baldoni provava dolore e per il quale, come gli altri, si era speso, senza seguire minimamente l’atteggiamento vile, schifoso dei telegiornali che per Baldoni non spesero che due parole.

Ho sentito l’Italia unita.

In questo momento mi sento banalissimo, mentre scrivo queste cose. Mi sento scontato. Sto scrivendo cose che potrebbe scrivere chiunque altro, non scrivo niente di nuovo, di più a ciò che si potrebbe scrivere normalmente.

Ma c’è sempre qualcosa che stride quando un uomo eccezionale muore per delle banalità.

Senza violenza, che non amava, con l’intelligenza e la dedizione, Calipari si era occupato della banda della Magliana, della lotta al narcotraffico e alla ’ndragheta. “Non si vergognava di stare in ansia per gli uomini che gli erano stati affidati o di avere timore di non farcela. Se ne saranno resi conto in questi anni, in questi mesi le famiglie dei sequestrati. Toccava a lui rassicurare e informare oltre che venire a capo della crisi”. (Giuseppe D’Avanzo, La Repubblica, 5 marzo 2005). Un uomo eccezionale che ha speso la vita per il Paese e i suoi cittadini (e, per cortesia, non suoni retorica quest’espressione, perché, come vedete, è la verità) che perde la vita per delle banalità.

I servizi segreti americani che non avvisano i militari. I militari americani che sono giovanotti appena arrivati in Iraq, atterriti, nervosi, in costante fibrillazione. Hanno visto una jeep che non si fermava e, senza motivo, hanno aperto il fuoco. Che banalità.

E fa schifo, francamente (senza ironia), la piccolezza intellettuale, la bassezza di un ministro della Repubblica che parla di “un dito un po’ più nervoso”. Se quel dito ha appiccicato una mitraglietta, me ne strafrego del nervosismo. Che vada a farsi fottere, il nervosismo. E con lui il padrone del dito. Che vada in galera, come tutti gli assassini. Il problema è che il timore che circola è che non si troverà mai il responsabile o i responsabili.

La guerra è una cosa troppo sporca per essere limpida e sincera. Soprattutto in posti vasti e lontanissimi dall’Occidente e dalle telecamera, com’è l’Iraq. Che vada in galera e non perché è americano. Ma perché è un assassino. “Non era un check point, ma una pattuglia che ha sparato appena dopo averci illuminato con un faro. Non si è capita la provenienza dei proiettili, precedentemente non avevamo incontrato posti di blocco” ha detto la Sgrena.

E la cosa si fa anche più agghiacciante, quando il suo compagno racconta: “Può essere stato solo un errore o un agguato. E non so quale delle due cose sia peggio”.

Il fuoco amico ci sta, in guerra, ma non in queste modalità, per queste piccolezze, per queste negligenze, per queste idiozie. Non ci si occupa di dire che gli italiani hanno liberato una giornalista, che di lì devono passare per andare all’aeroporto? Ma, ragazzi, state facendo la guerra non una torta sacher. Avete in mano pistole, non uncinetti. Negligenza? Errore? Me ne frego.

L’Italia, ora, il suo eroe ce l’ha per davvero e, anche se non lo sapeva, l’aveva sempre avuto. E come lui, chissà quanti altri.

Pignolo 6 marzo 2005 - Diego Pretini

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