Al loro posto

Guardavo l’altra sera l’ultima puntata della storia del teatro secondo Dario Fo e Giorgio Albertazzi. E mi sentivo un vuoto dentro. Qualcosa non tornava.

Loro erano lì, con tutto il loro fascino da grandi di teatro e delle lettere e di vita, e io riuscivo a non sentirmi totalmente bene, appagato. Un paradosso.

Dire qui e ora cos’hanno fatto in quell’ultima puntata sarebbe inutile, riduttivo. Mi ricoprirei di ridicolo. Albertazzi spiega, recitando a brani, il momento in cui Dante pre-sente (non vede: la sente) Beatrice, cioè l’amore. Un dolore lancinante che parte dalla spalla sinistra e attraversa tutto il petto e arriva… Un infarto, dice Albertazzi con la voce profonda, da professionista del palcoscenico. Dario Fo lo aiuta a raccontare La mandragola: “Questo personaggio io lo farei così” dice uno e dice l’altro e lo fanno entrambi in un modo diverso.

La storia del teatro televisiva è durata sei settimane: quanti se ne sono accorti? Quanti spot ha fatto Rai Due per ricordarlo? Quanti per Punto e a capo? Quanti per il giallo del sabato sera? Quanti per i telefilm tutti pallottole?

Eppure, anche l’altra sera, mentre li guardavo, Albertazzi e Fo, mentre mi dicevo che non sempre, allora, la televisione dev’essere uno schifo, non sempre bisogna fare lo zoo di Buona Domenica e Domenica In, la congrega degli stupidi dell’Isola dei Famosi e l’assemblea della nullità del Grande Fratello per fare televisione, mentre mi dicevo che ogni tanto alla televisione ci si sta per qualcosa di utile, oltre che di divertente (perché lo spettacolo di Fo e Albertazzi è stato divertente, lo confesso, sarà osceno, ma lo confesso); mentre pensavo tutto questo, mi sentivo ancora inesorabilmente, paradossalmente vuoto.

Ecco che allora ho capito perché. Era un vuoto che si identificava con una domanda:

Chi, fra cinquant’anni, può prendere il loro posto? Chi può essere, ora, il Dario Fo e il Giorgio Albertazzi del 2050?

Chi, quando sarò anch’io un vecchietto, non mi rincoglionirà con i quiz e con i reality?

Chi non vorrà ipnotizzare su queste schifezze?

Chi mi spiegherà il teatro, chi la storia, chi la società?

Chi mi porterà in giro per l’Italia, spiegandomela, nelle sue tradizioni, nei suoi cambiamenti, ancora una volta, come ora?

Chi può prendere il posto di due come Dario Fo e Giorgio Albertazzi? E’ qualcosa di enormemente triste e malinconico.

Chi può?

Fo e Albertazzi, uno di sinistra e uno di destra, sono due che hanno passato la vita a leggere, a studiare, a recitare (l’unica arte che assimila al ruolo di Dio, perché dà vita davvero a un personaggio e a un vita, non come architettura, pittura, scultura). A ridere con l’intelligenza. Sono stati anche in televisione, tanti anni fa, ma ne sono stati spesso allontanati perché non è più tempo per chi pensa. E’ tempo per chi deve istupidire. Dove si vede una personalità così forte e alta da raccontare ai miei nipoti, fra cinquant’anni, Dante, Machiavelli, Plauto, Terenzio, il teatro medievale?

E nel frattempo, in questi cinquant’anni, chi può far crescere i miei figli, se ne avrò, e i miei nipoti, se ne avranno, non fra le marche e le scarpe firmate, ma fra l’interesse per cose antiche, stantie, passate di seicento anni, come nel caso di Dante o poco meno come per Machiavelli, ma che sono divertenti e insieme cultura, lettere? Io e la madre dei miei pargoli, i miei figli e i loro mariti e le loro mogli, gli insegnanti, non riusciremo mai, da soli, a farlo. La scuola non basta. La scuola obbliga. La scuola vince quando insegna senza obbligare, ti insegna a imparare, ti insegna ad interessarti e alla fine ti insegna ad insegnare.

Ma chi può essere, come lo sono Fo e Albertazzi, dei punti di riferimento anche per la coscienza comune? Da punti di vista nettamente diversi: Albertazzi è di destra, anche se contro il berlusconismo (per altro principale imputato di questo tragitto verso questa povertà), Fo di sinistra, ma mai allineato.

Possono essere divisi sulla visione politica del mondo (ma non su quella sociale: sono entrambi molto attaccati alla base, al popolo, all’uomo comune, quello vero, non l’uomo comune che ha i miliardi e governa), su come vedono la vita (Albertazzi è fortemente disilluso sull’amore, Fo innamoratissimo di Franca Rame), magari anche sui gusti letterario-teatrali (Albertazzi più vicino alle opere classiche, Fo a quelle medievali), ma non lo sono quando si dimostrano, con i loro capelli bianchi, il loro grande fascino di raccontatori (chi, oggi come oggi, racconta più?), la loro grane portata culturale e intellettuale, coloro che davvero ci stanno dicendo chi siamo e dove stiamo andando, almeno per ora. Ci stanno lanciando dei segnali, involontariamente, cercano di farci capire qualcosa, prima di andarsene (il più tardi possibile), facendo quello che più sanno fare, cioè fare arte.

Ci vogliono dire, senza accorgersene, dove ci sta portando il mondo di oggi e quindi di cambiare strada, di tornare alla vecchia via, che non sempre è quella sbagliata. Sono loro, i più saggi e con cultura (come in ogni tribù) che davvero ci stanno dicendo chi siamo e dove stiamo andando: stiamo diventando professionisti del dolce far niente verso un mondo fatto di soldi, superbia e un pizzico di niente.

Loro, sì, possono dire d’aver vissuto davvero, d’aver provato a frenare un mondo che cambiava evidentemente in peggio.

Noi, fra cinquant’anni, chissà.

Pignolo 1 febbraio 2005 - Diego Pretini

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