Mea culpa

Abbiamo ormai imparato che a questo mondo, a cui collaboriamo quotidianamente, per fare successo si farebbe di tutto.

Non si sta parlando solo della televisione, che ormai è diventato moda criticare, anche se l’Isola dei Famosi e Grande Fratello vincono quasi sempre le gare d’ascolto delle proprie serate e non si capisce come, visto che tutti giurano di non guardarli. E io modaiolo come gli altri, critico certa televisione da mo’, dunque, anzi, sono il primo dei modaioli.

Per fare successo, si diceva, si farebbe di tutto. Non solo in tv. In ufficio, facendo al capo una relazione che magari desidera anche ma che non ha mai chiesto, per fare bella figura e sperare in una promozione; a scuola, facendo una ricerca sull’argomento del giorno e facendosi interrogare da volontario, sapendo tutto, e anche oltre, della lezione del giorno e nulla di tre lezioni prima; in discoteca, salendo sul cubo mezzo nudo, anche se sei flaccido e ti muovi come un elefante del Circo Orfei; per strada, sgassando e sgommando in stradine di due metri di larghezza (compresi i marciapiedi), con una Golf metallizzata da dove esce un boato che fa unz-unz che non viene attutito neanche dai finestrini, accuratamente aperti; tra amici, quando, per farsi ben vedere da una ragazza, si mette in ridicolo un altro perché non si riesce a stare al suo livello.

Gli esempi sarebbero innumerevoli.

Per riuscire nell’obiettivo, spesso, si andrebbe oltre al semplice, piano, umile merito.

Ed è stata illuminante, allora, la richiesta del professor Guglielmo Gulotta, uno degli avvocati di Eros Monterosso, cioè una delle sedicenti “Bestie di Satana” che, oltre a fondare e portare avanti il bel giochetto di una setta satanica, hanno pure sacrificato, cioè ammazzato, tre loro amici (o comunque conoscenti coetanei) con il dubbio che le vittime siano anche altre, come un ragazzo che si suicidò andando a tutta velocità verso un muro (c’è l’ombra dell’istigazione).

L’avvocato Gulotta, al giudice ha chiesto di ascoltare in aula un esorcista perché, testuali parole: “o il diavolo c'è stato, e allora bisogna vedere che senso ha avuto. O non c'è stato e, allora, bisogna vedere che senso hanno avuto le allucinazioni dei ragazzi i quali sostengono di averlo visto”.

Richiesta al limite del ridicolo a cui il giudice ha dovuto rispondere in maniera inevitabilmente altrettanto buffa: “La possessione demoniaca, a tutto voler concedere in relazione all'agire del demonio, non ha diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento processual-penalistico”. Nella legge dello Stato italiano non c’è un articolo sul diavolo, in sostanza.

Nemmeno il miglior Stefano Benni avrebbe potuto immaginare e scrivere una cosa del genere. Interrogare un esorcista per sapere se da parte del diavolo c’è responsabilità oggettiva, tanto per capirsi. E allora, magari, essendo stato tirato in ballo senza motivo, il diavolo si costituirebbe parte civile per chiedere i danni subiti da chi lo accusa di essere stato il mandante, gettando discredito sull’onesta attività, ormai secolare, di Belzebù.

Perché, allora, non chiamare direttamente il diavolo a testimoniare? Certo, ci vuole un po’ a strappargli un sì, arrivare così in alto (così in basso, voglio dire) con i protocolli burocratici non è un gioco da ragazzi. Poi il diavolo, che è uno potente, avrà un suo ufficio legale, che difende il diavolo quando c’è da difenderlo, che accusa qualche ecclesiastico quando c’è da accusarlo, magari di calunnia, che scrive ai giornali per rettificare o smentire articoli “che ledono – potrebbero scrivere – l’onorabilità e la grande tradizione che ormai il dottor Satana porta avanti da un paio di millenni”, firmandosi Ufficio legale Diavolo S.p.A.

Se, magari, si riuscisse in qualche modo, a far giungere all’ultimo piano del Diablo Building (ultimo nel senso di infimo), il mandato di comparizione in qualità di teste chiave, sarebbe davvero un asso nella manica.

- Vostro Onore, vorrei chiamare a testimoniare il dottor Belzebù Diavolo Demone Satana Lucifero.

- Venga avanti, dottor Belzebù Diavolo Demone Satana Lucifero.

- Possiamo chiamarla, dottor Belzebù, spero.

- Certo, ci mancherebbe. Avete una sedia un po’ più comoda? Sa, mia madre, quella vecchia bavosa, era più logorroica di Milly Carlucci. Mi ha dato anche un nome da donna, che schifo: Satana. Vabbè, qui chi c’era prima? Un puffo? O Dio? Ah ah ah. Scherzo, scherzo. Lo so che qui siete tutti fissati.

- Ma Satana non è un nome da maschio?

- Che maschio? Finisce con la A. Mi hanno dato un nome da checca, ecco la verità.

- Vabbè, sì, senta dottor Belzebù, cerchi di misurare le parole, se può. C’è da capire se lei c’entra qualcosa in questa storia. Ha mai visto questi ragazzi?

- Quei capelloni?

- Dicono di conoscerla.

- Bè, certo, è chiaro che mi conoscono. Anche lei mi conosce. Sono più famoso di Costantino e Paolo Muniz, Alfio Muniz, Arcibaldo Muniz, come si chiama. Almeno io lavoro, qualcosa faccio. Su di me hanno scritto molti libri, ne parlano le riviste, a volte i giornali e la televisione, da anni quei rompi dei preti, sono in parecchie canzoni. Mi chiamo Diavolo, di nome, d’altronde, mica Gulotta. Già il suono, no, dico…

- Lasci perdere, per cortesia.

- Non faccia il permaloso, su, stavo scherzando. Se l’è presa a male?

- Siamo noi, qui, che facciamo le domande, dottor Satana. Tenga un comportamento più idoneo, andiamo.

- Intanto non mi chiami con quel nome da checca e poi le ricordo che è come chiedere a un prete americano davanti a un bambino…

- La smetta col cattivo gusto e mi risponda.

- Va bene, va bene, mamma mia. Comunque no. Mai visti.

- Hanno detto e dicono ancora che hanno avuto molti incontri con lei, che l’hanno chiamata durante un rito della sua tradizione e che lei ha risposto.

- Io ho risposto? Ma non mi faccia ridere. E io, con tutto il lavoro che ho da fare, mi metto a rispondere a tre imbecilli?

- Hanno detto che lei ha battuto un colpo, alla loro richiesta.

- Bè, modestamente, di colpi ne ho battuti parecchi, ma non certo con le donnucole della vostra Terra. Giù da me, ce ne sono certe con quattro tette e due culi da favola. Volete mettere?

- La vuole smettere? Vostro Onore, la prego di richiamare all’ordine il testimone.

- Ha tutto il mio sostegno, avvocato: dottor Satana, cerchi di moderarsi nelle parole e nel comportamento.

- Siete invidiosi, eh? Vabbè, qual era la domanda?

- Se ha risposto a questi ragazzi.

- No, secondo me è stato il ragazzino delle pulizie.

- Il…?

- Il filippino. Quando sono fuori per lavoro risponde lui e prende i messaggi. Oppure quando guardo la tv o sono a letto, lo confesso (e sapete come mi brucia, in tutti i sensi, parlare di confessione), non ho voglia di rispondere a quegli idioti.

- Ma dicono che è stato lei a dir loro di uccidere…

- Ma andiamo: ora vi pare, lascio il piacere agli altri? Io ammazzo e quando lo fanno gli altri, mi incazzo da morire. Io son qui apposta e quelli mi tolgono il lavoro, possibile? Chi è il male?

- Bè, indubbiamente lei, senza offesa.

- La ringrazio, lo sapevo che era una persona intelligente.

- Ora io, dottor Belzebù, faccio vedere a lei e alla corte una foto, scattata in una delle camere dei ragazzi. Riconosce nessuno di questi oggettini? Servono, pare, a chiamarla in terra.

- Macchè chiamarmi in terra. Per chiamarmi ho un numero di telefono. Se vuole glielo do anche: 666…

- La smetta, sia serio.

- Ma quei cosetti non so proprio a cosa possono servire. Cos’è quello, un teschio? Io lo uso per posacenere. Anche se con la nuova legge devo sempre mettermi sotto qualche geyser, così il fumo si confonde con l’aria. Anche perché, insomma, io sono il titolare e se mi beccano pago l’ira di Dio… No, dico, notate la mia satira?

- E allora questo come lo spiega? Questi ragazzi la idolatrano.

- Ed è colpa mia? In quella foto sono venuto malissimo. No, dico, son così brutto? Signori della corte, son così brutto? Platea in sala, son così brutto? Signor presidente, son così brutto?

- A parte che non siamo a teatro…

- Bè, proprio bello…

- Vabbè, non capite una manna di bellezza demoniaca, ve lo dico.

- Questi ragazzi vi considerano un idolo, la credono il loro Dio.

- Ascolti, degli assenti non parlo, non è bello. Se lui ha qualche pecca, non sta certo a me dirlo, anche perché sarei parziale, diciamolo. Mi faccia essere cortese.

- Ma è colpa sua, se questi ragazzi scelgono il male, invece che il bene.

- Colpa mia? Non scherziamo. Voi siete tutti occupati a spendere, a risparmiare e soprattutto a comprendere come guadagnare di più. Cercate di farlo sempre con il minimo sforzo, con la minima fatica. I vostri nonni, quelli sì che erano persone per bene. Dieci figlioli, babbo e mamma che lavoravano per un tozzo di pane a bocca e con le bombe che cadevano vicino alle orecchie. Ora quali sono i vostri problemi? Soldi, soldi, soldi, soldi. E farsi vedere. Non esiste altro. Ha ragione Crepet.

- Ora guarda anche Porta a Porta?

- No, io leggo, al contrario di voi. Crepet dice che l’autonomia e la libertà di un ragazzo ora si fa con due cose molto semplici: i soldi e il motorino. E così si crede di educare un ragazzo? Di trasmettergli dei valori? I valori del rispetto dell’altro, dell’ambiente che ci sta intorno, delle cose che si comprano? Rispetto: succede una volta al mese. Tre quarti dei ragazzi di oggi e forse anche di più credono d’avere sempre diritti, ma mai un dovere. Tutti pretendono e nessuno è disponibile a dare. Mai una volta che si sentissero dire di no. Oppure ci son quei genitori che magari dicono no ad una discoteca, “perché c’è la droga e si beve troppo”, ma li lasciano tutto il pomeriggio liberi non chiedendo dove i figli vanno. E magari, di pomeriggio, vanno negli edifici diroccati a fare un rito per fare la cosa ridicola di credere di chiamarmi o a violentare una ragazza o a picchiare un handicappato o a drogarsi, perché non è che di giorno la droga va a dormire perché ha fatto tardi la sera prima.

La vostra vita è diventata un grande silenzio. La televisione non c’entra. Il silenzio ci sarebbe lo stesso, enorme, asfissiante, imbarazzante. I ragazzi non si preoccupano più di portare rispetto agli altri, più o meno giovani, ma si apprestano a dire: no no, i soldi ce li ho, ma non ho avuto tempo di acquistare.

Si vergognano di non avere soldi, anche se non è una colpa, e non di aver risposto maleducatamente o aver fatto i teppisti tutto il giorno perché non sapevano cosa fare. Si preoccupano subito di avere un lavoro, perché il lavoro non c’è e va procacciato, e bisogna fare in fretta. Non lo vedete che le ambizioni, nel vostro mondo, non esistono più?

Le ambizioni, quelle vere: fare ciò che ci piace. Eresia.

L’importante è trovarsi alla svelta un lavoro, possibilmente ben pagato, che permetta a venti anni di fare la vita che farai fino a settanta: lavoro e famiglia. Per comprarsi la Golf, i vestiti firmati e il cellulare con le foto. Nessuno tende più a qualcosa. A volte sono perfino i genitori che imboccano i figli con le loro ambizioni, loro dei genitori.

Ci sono famiglie con tre figli, tutti ingegneri o aspiranti tali. Magari a uno piaceva fare il cuoco. Ma non può. Magari a uno piaceva fare scienze politiche. Ma non può. Tutti ingegneri. E’ questo che conta nella vostra vita di oggi. Si è dottori, ma dottori in qualcosa che non c’è mai piaciuto. Che valori trasmettete? Non è certo il buongiorno e buonasera che dovete insegnare ai vostri figli. I vostri ragazzi se ne fregano se rompono uno zaino di un amico. L’unico rischio è di essere brontolati, ma poi tutto finisce lì. Lo zaino si ricompra, in fondo. Ci sono i soldi, sempre, a darvi o non darvi sicurezza. I vostri ragazzi se ne fregano di tutto.

Nessuno ha più certezze, e nemmeno se le cerca. I giornali sono per i noiosi. I libri per i secchioni. Rai Tre per i comunisti secchioni noiosi. State sprofondando nella poltrona delle vostre comodità e non avete neanche più voglia di cambiare canale, di cercare qualche cos’altro, di ambire a qualcosa di meglio. Vi accontentate del menù fisso, per non rischiare. Nessuno ha più voglia di rischiare. Lavoro: il prima possibile. Fare quello che ci piace? Costa troppo, forse dieci anni di instabilità economica. Troppo. Bisogna vivere subito nelle sicurezze, perché, soprattutto, non è bello, non va bene, non è socialmente accettato, ora. Il vostro mondo è in equilibrio perfetto fra due nulla.

State rimbecillendo nell’esatto punto del niente, tra il nada e il nisba, ma, state tranquilli, anche se siete nel nulla, lo siete da ricchi, o almeno sognanti di esserlo. E a voi va bene così. Non venite a cercare me per colpe che non ho. Io punisco solo chi nella vita non ha fatto il proprio dovere di essere umano in maniera limpida. E da qui in avanti, forse, avrò l’imbarazzo della scelta.

Pignolo 21 gennaio 2005 - Diego Pretini

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