Lasciateci perdere

Corre un brivido neanche breve sulla schiena e si stringe il nodo della gola e sparisce la voglia di parlare, fare qualcosa, anche solo dover stare a sentire qualcuno, mentre si legge gli ultimi sms e un’intervista dolcissima al ragazzo di Giusy, una ragazza di seconda superiore uccisa a sassate sulla testa, la scorsa settimana, a Manfredonia.

I paradossi dell’adolescenza e di certe educazioni familiari hanno voluto che questa ragazza (15 anni, un quinto della vita) abbia vissuto purtroppo fino in fondo una relazione con un uomo con il doppio degli anni e le sia stato negato, invece, di vivere completamente un amore che sembrava più composto, logico e puro con un ragazzo di un solo anno più grande.

A leggere i messaggi del cellulare c’è tutta la banalità di un amore ancora acerbo, che magari più tardi avrebbe perso queste connotazioni da sogno fatto realtà e avrebbe assunto, senza perdere significato, altre forme, meno visibili, meno lampanti, ma ugualmente dense di senso, senso d’amore.

Dire “Sei bellissimo” a un ragazzo come tanti; ricordarsi il suo onomastico; dargli la buonanotte tutte le sere.

Sono tutte cose che le ragazze fanno quando sono innamorate e ricambiate (ma anche quando non sono ricambiate). E cose che un ragazzo innamorato non fa spesso o fa molto poco. Sì, dicono “sei bellissima” a una delle tante, ma l’onomastico e la buona notte, cose banali, com’ho detto, ma assolutamente granelli di polvere d’amore, non se la ricorderebbe mai. Non perché è cattivo o ama di meno, ma perché non ci pensa, semplicemente.

Sono tre giorni che il suo ragazzo è a letto e non ne esce, stringendo una collanina e il cellulare, dove stanno e staranno per molto tempo i messaggi più belli che gli ha mandato, perché questo sì, i ragazzi lo fanno, per sentirle vicina anche quando son lontane o per semplice vanità. Ma lo fanno.

E una delle cose che riesce a dire il suo ragazzo è che lo doveva capire che lei era in pericolo, un granello diverso della polvere d’amore, caratteristica non solo maschile, ma che i ragazzi e gli uomini fanno meno nascostamente (e meno dolcemente) delle ragazze e delle donne: difendere l’amata, i primordiale spirito di protezione.

Si scopre che la ragazza era in punizione (ma aveva avuto una relazione con un trentenne) e che si potevano vedere poco.

Che gli piaceva andare sul mare e rimanere abbracciati, e parlare. Che lei era la sua piccola, che lei gli diceva che era bello, che lui la chiama la fatina della notte, che ora lui stringe in mano quella collana e quel telefonino, le cose che gli restano di lei e di un amore ancora acerbo e che poi, chissà, si sarebbe potuto trasformare in maturo e sarebbe durato un altro mese, cinque anni o una vita.

Ci dev’essere qualcosa di storto, nelle regole della vita e del mondo e della storia dell’uomo, se portano così bruscamente alla fine, premendo forward, una vita dalla buccia ancora verde e un amore ancora con la polpa dura e amara da sentirne il sapore meno aspro. Un amore che proprio per quella vita, per altro, era uno dei pilastri per capire cosa sia davvero la felicità, di cosa sappia davvero il frutto della vita. Giusy con il suo ragazzo era felice.

E qui entra in gioco il mondo degli adulti, a volte così dannatamente pettegolo ed entrante e saccente da non capire proprio nulla del mondo dei più piccoli, di chi deve ancora e ha ancora voglia e diritto di sbagliare e che l’aiutino non lo vuole, che non vuole la soluzione al caso direttamente in tasca, ma che vuole arrivare alla fine del problema da solo e chi se ne frega se qualcosa va inevitabilmente sbilenco.

Giusy e il fidanzato, invece, si vedevano poco perché lei era in punizione, strumento ultimo nell’educazione di qualsiasi adolescente. E poi il responsabile materiale dell’omicidio, che chiunque sia, in ogni caso pare sia un adulto, che da Giusy voleva ciò che Giusy, anche volendo, non poteva dargli, magari un pezzetto del suo cuore che invece già batteva, tutto intero e con rumore da grancassa, per un altro.

Il mondo degli adulti, così cieco e pieno di sé, borioso e self-confident, sicuro del fatto suo, non capisce, spesso, che anche i ragazzi, anche a 15 anni, sanno amare, e lo fanno meglio, spesso, di tanti quarantenni felicemente sposati da nozze d’argento.

Anzi, è proprio la coscienza di quel saper modestamente, semplicemente, umilmente amare (un amare semplice e piano: abbracciati sul mare a parlare) che li rende veramente felici, dà loro ragione e motivo di vita, per andare avanti, non un 7 a mate o a latino o due ore di chitarra o di judo.

Pignolo 19 novembre 2004 - Diego Pretini

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