Almeno credo

E’ molto raro che mi metta a leggere le poste del cuore dei settimanali. Ma mi è caduto l’occhio su una lettera di una ragazza di Palermo in cui ho ritrovato com’ero e come la pensavo due o tre anni fa e in parte anche oggi. Insomma, non è tutto gel e silicone ciò che ci aspetta, come mi domandai retoricamente qualche tempo fa.

“Ho vent’anni, sono una studentessa universitaria, figlia perfetta o quasi, “educata, corretta, leale, sincera”, forse un po’ noiosa. Giovane ma già “matura e saggia”. Ma questa descrizione, fatta dagli altri e nella quale mi ritrovo, è il più grande limite della mia vita. Mi saprebbe dire come si sopravvive lì fuori con queste caratteristiche? Le menti dei miei coetanei sono state colonizzate poteri subdoli (televisione, pubblicità, false certezza, fragili e illusorie sicurezze) si accontentano di poco ma vogliono comunque tanto. Non ci si affeziona a niente, perché ci stanca presto, perché è difficile, perché non ci hanno insegnano (o forse non abbiamo capito) come si fa. Noto che molti miei coetanei non sanno stare da soli, non sono abituati al silenzio, alla tranquillità, ma a suoni, luci, parole quasi sempre inutili e superficiali. Morirei piuttosto che partecipare a certe conversazioni. Fermarsi? Mai, sempre in movimento, iperattivi. Fermarsi vorrebbe dire pensare. Non faccio molte delle cose che fanno i miei coetanei: non so come sia fatta una discoteca o un villaggio turistico, non frequento bar o pub di prim’ordine. Amo stare da sola, riflettere su ciò che faccio e dico, sono severa con me stessa.
(…) Nel mio piccolo la mia rivoluzione è cercare di non essere come gli altri, nel non condividere la nostra realtà politica, sociale, economica e non lasciarmi influenzare da essa”.

Ebbene non sono d’accordo in tutto. Ma in molte cose.

Le menti illusoriamente libere ma totalmente vincolate, per esempio, dalla tele, dalle mode del momento (abbigliamento, capigliatura, a volte modo di pensare).

Ma soprattutto lo stare da soli. Sul fermarsi. Di quelli che conosco nessuno lo fa. Stare da soli per loro è noia. Bisogna stare con qualcuno, perché la solitudine per loro pare quasi una forma di malattia, qualcosa da nascondere, da scacciare.

Mentre invece la solitudine, a volte, serve ad andare avanti, a mettere i puntini sulle i, a mettere in ordine la vita. Serve a leggere un libro, ad ascoltare il silenzio, o il canto dei passerotti, delle cicale. La musica. Serve la musica, per riempire il silenzio. E non jazz, e non blues e men che meno canzoni d’autore. La musica dev’essere ad alto volume, meglio se non ne si capisce il testo. Perché il silenzio è imbarazzante, per loro, pare obbligare a parlare, se si è in due, o a pensare, se si è da soli.

E’ la storia di quelli che tengono la musica a volume altissimo in macchina, per di più con i vetri alzati. In quel modo la mente è occupata, mentre una canzone in sottofondo può stimolare l’inizio di un pensiero.

Bisogna correre, scalmanarsi, sudare, durare fatica, farsi venire il fiatone, muoversi in generale, perché star buoni, magari, implica l’uso della mente. Come quel gioco cretino di quand’eravamo piccini, “paghi la mossa” si diceva. Dicevano. Uno faceva finta di dare un colpo, l’altro si metteva in difesa e allora il colpo arrivava davvero sottoforma di punizione perché ti eri mosso. “Paghi la mossa”. Il linguaggio cavernicolo del corpo, perché non c’è niente di intelligente da dire, ma forse c’è ma si ha paura a dirlo, perché magari fa troppo elite e molto poco gregge, al quale invece somiglia sempre di più la società che viviamo e stiamo costruendo, come vogliamo essere noi, pecoroni di tutto il mondo unitevi, ma limitatevi a questo, se possibile.

Muoversi vuol dire mettersi in evidenza, farsi vedere. Pensare no, rimane qualcosa di trasparente e allora non è buono, per “esistere”. Se ti muovi ti fai vedere ed è questo l’importante. Farsi vedere.

Forse non c’entra nulla, ma io ci vedo dentro il Capodanno, mio cavallo di battaglia ormai datato, che tiro fuori sovente come se non lo dicessi mai. Bè: la notte di San Silvestro bisogna divertirci per forza. Non è niente di speciale, eppure bisogna divertirsi più di un 21 febbraio, di un 8 luglio, di un 13 settembre. Cos’ha in più il 31 dicembre? Perché bisogna per forza stare in movimento per sentire la vita? Perché non bisogna dar pace a noi stessi per dire “ho vissuto”? Perché non lo possiamo dire semplicemente con un nostro pensiero, una nostra parola, un nostro momento dei milioni e milioni che viviamo, un nostro gesto compassato e non sbracone e sopra le righe, come bisogna essere oggi, pare, per essere notati?

In una cosa sola non sono d’accordo nella lettera (per il resto totalmente illuminante) della ragazza siciliana. La nostra rivoluzione (la mia, la sua e di coloro che si sentono dentro a quella lettera) non dev’essere cercare di non essere come gli altri, come coloro che consideriamo ovini iperattivi e tanto rumorosi col fine di far nulla.

La nostra rivoluzione dev’essere sempre essere noi stessi, rimanervi in qualsiasi circostanza, pensare quello che pensiamo, credere in quello che crediamo, vestire come vogliamo (con limiti di gusto), rimanere seduti se lo vogliamo, alzarsi solo per fare un favore a chi ci chiede compagnia, rimanere sicuri delle nostre sicurezze, cercare di capire quelle che ancora non lo sono diventate.

Solo allora potremo dire di aver fatto la nostra rivoluzione. Hasta la victoria, siempre.

Pignolo 17 agosto 2004 - Diego Pretini

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