Un bacio sulla guancia

In un mondo del genere, nel quale niente più ci fa impressione, niente più è scandalo, dove non ci si vergogna più e dove si ride mentre si tortura e si fa un filmino mentre si sgozza, è difficile sentirsi coinvolti. Ormai uccidere è tema da talk-show e seviziare roba da riformatorio e non da galera a vita (ai colpevoli di Abu Ghraib hanno dato due anni).

Le tragedie annunciate non le annuncia nessuno prima, ma tutti dopo, pronti con gli indici retti. I colpevoli si additano per un giorno, se non sono i nemici, poi più niente. Se la colpa è dei potenti, poi, il problema nemmeno si pone. Il clima ha perso la trebisonda e la colpa è sua, perché è dispettoso.

Eppure ci sono momenti in cui il giornale e il telegiornale fa sentire coinvolti, sconfitti senza retorica, impotenti. Non è la guerra, che è un gioco al quale possono giocare solo i grandi. Non è la fame nel mondo, che sarebbe un gioco da ragazzi, si impegnassero tutti quelli che la fame non la hanno. Non sono le disgrazie per malattie pezzenti o sul lavoro, perché sono giochi da duri di duri a cui non è stato nemmeno chiesto di giocare.

Impotenti e sconfitti ci sentiamo davanti alla vittoria netta e limpida della tristezza degli adolescenti. La fitta al cuore ha la firma della depressione e della solitudine delle ragazze e dei ragazzi.

Quattro giorni fa una 14enne, in qualche valle del Nord, ha mandato due messaggini all’amica dicendo di salutare e abbracciare tutti, che le mancheranno, che lei mancherà loro un pochino poi tutto passerà, perché lei, classe 1990, sa già molto della vita e della vita, lei, classe 1990, ne ha già avuto abbastanza. Poi ha preso la sua bicicletta, è andata su un ponte lì vicino, l’ha pure legata al guard-rail e si è andata a lanciare nel vuoto. Per emblema, la sua caduta in Paradiso finisce sul greto del fiume con la faccia in giù, schiacciata nell’acqua, perché è così che si è sempre sentita. Soffocata, annegata, da una vita che le ha sempre solo dato fastidio. Il motivo della sua decisione, i brutti voti a scuola, sarebbe bocciata in terza media.

Non è nemmeno giusto, e nemmeno mi riesce, dire qualcosa di giusto. Si sente solo l’impotenza, appunto, la pesantezza. L’infinita, immane, immensa e incommensurabile voglia di tornare indietro col tempo e aiutarla, noi, da qui a sempre. Essere lì, sul ponte, in quel momento, e rimandarla a casa, riportarcela per la mano, farla ridere. Riportarcela in bicicletta, lei sulla canna, e lì a spiegare qual è il modo per superare il momento, che bocciare non è un dramma, che Sai quanti sono bocciati e ora sono persone magnifiche?, che se babbo non fosse bocciato non avrebbe conosciuto mamma e non sarei mai esistito, che anche bocciare ha il suo lato positivo. Che lei è enorme, anche se si sente piccola, che è fondamentale, anche se si sente l’ultima ruota, che lei è provvidenziale per la sua famiglia, per le sue amiche, per il ragazzo che avrà un giorno, anche se si sente scema perché boccia alle medie, anche se si sente esclusa, fuori da tutto, anche se quello della D non la degna di uno sguardo. Che un cuore non è mai sprecato, se batte.

Dirle che lei è importante come sono importanti tutti i ragazzi e le ragazze di buona volontà, specie se si preoccupano di andar male a scuola e non solo perché i genitori la prenderanno malissimo.

E ieri una ragazza di 18 anni veniva interrogata, nel suo liceo scientifico romano. Dopo, collasso e tutto nero. Aveva perso 20 chili in poco tempo, dicono i compagni di classe, si vergognava pure della sua magrezza, dicono altri, prima era seguita da un medico e ora non più, dicono i giornalisti, o faceva la dieta per conto suo o era anoressica, dice chi indaga.

E ancora non è facile né giusto star qui a giudicare e a dire “ma perché”, perché chi siamo noi per farlo. Ma resta dentro, inesorabilmente, quell’infinita, immane, immensa, incommensurabile voglia di tornare indietro col tempo e di aiutarla.

Ogni volta che se ne va una vita giovane e per di più in questo modo, triste e volontario che è diverso da negligente come chi usa droghe e droghette perché non ha di meglio da fare o beve come un’anatra ma non acqua e poi guida “perché sono forte, io”, muore un pezzettino del mondo, un briciolo di umanità. Siamo sconfitti e tutto il resto non conta. Tutto sembra inutile, come se ne fosse andato un parente, un fratello, una sorella. Tutto pare inutile, non ci frega nulla.

Vedi com’è la storia, qual è la storia, perché la storia è che la Storia vera è la nostra storia, la storia di ognuno di noi, uno per uno. La Storia non la fanno gli incravattati che mangiano nel salone di una villa con quindici posate, con lo scenografo che gli organizza la tavolata. La Storia vera è la nostra storia e bisogna difendere ogni eroe della nostra Storia e gli eroi autentici della nostra Storia, delle nostre storie, è mamma che non arriva alla fine del mese e sempre sorride; è babbo che si sfonda la schiena e le gambe e le braccia e gli occhi senza sonno; è nonno che lotta con il cancro per qualche momento di più con il suo capolavoro, la famiglia; è uno sui 18 che si porta a spasso, sorridente e tronfio, il fratello maggiore, ma al quale la fortuna ha dato meno e lo costringe su una sedia con le ruote; è la biondina che, con i dolcissimi ricatti dell’amore e con le lacrime e gli strilli che dilaniano il cuore, strappa il suo amore dalla strada buia per portarselo in bracco con lei, sulla strada illuminata dai fari della vita; è nonna che quando non c’è più, tutti si accorgono che ci ha insegnato tante frasi, tante cose e soprattutto a farne una, che sembra non riuscire più a nessuno: voler bene .

Pignolo  8 giugno 2004 - Diego Pretini

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