Ab(Usa)re

Si sa, finalmente, come gli Stati Uniti hanno intenzione di esportare la democrazia, dopo il principale modus operandi che è lanciare bombe.

Esportare la democrazia, ormai, viene detto, scritto e pensato come se fosse una cosa seria, tra l’altro.

Esportare la democrazia e la libertà, tuonano seriosi i repubblicani americani e i laburisti di Blair, con l’eco piccolo piccolo, minuscolo, degli altri e fra quella polacca e quella neozelandese, si distingue a fatica quella di coloro che rappresentano il popolo italiano, quando tre quarti dei 58 milioni che siamo pensa cose opposte.

Esportare la democrazia. Come frase suona bene. Peccato che resti solo il suono di buono in quell’espressione.

La democrazia non si esporta, la democrazia la si raggiunge. Ci si arriva alla democrazia, è un traguardo di un percorso, è la fine di una dialettica tutta storica, la democrazia, una dialettica storica tutta intima del Paese che la raggiunge. Non è merce. Non è una griffe, la democrazia. La democrazia si raggiunge, con fatica, qualunque sia la strada da fare.

Per dire: in Italia abbiamo scelto la via più difficile ponderabile, anche perché di qui son passati un po’ tutti (austriaci, spagnoli, francesi), facendo tutti ciò che pareva loro. Quando, quasi per caso, l’Italia fu unita, non c’era alternativa possibile al Regno. Ma pian piano con politici un po’ ammiccanti, ma alla fin fine efficaci come Depretis, Crispi, Zanardelli (colui che da ministro degli Interni abolì la pena di morte, nel 1892: 102 anni fa) e soprattutto Giolitti, le elezioni e il diritto di voto si allargarono a un numero crescente di persone. E, contrappasso storico di come ne succede molti, fu proprio il comportamento gigioneggiante dei moderati giolittiani (che credevano di ingabbiare presto e facile il movimento fascista, credendo di farlo fuori appena avessero voluto) che aprì le porte alla parentesi infame del Ventennio. La democrazia, dopo, l’Italia se l’è conquistata. Non gliel’hanno portata gli Stati Uniti d’America con un pacco-regalo. L’appoggio americano è stato fondamentale sul piano militare, senza che questo sia secondario. Ma la democrazia l’Italia se l’è conquistata con persone come Pietro Nenni, Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Leo Valiani, Palmiro Togliatti. Con il martirio di Giovanni Amendola, di Giacomo Matteotti, di Piero Gobetti, di Antonio Gramsci, dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, in ordine sparso. Questi nomi devono essere ricordati ancora, perché è grazie a loro e grazie a migliaia di persone come loro che l’Italia dal 1946 è una repubblica democratica.

Gli Stati Uniti d’America non possono palesare ogni volta i loro indubbi meriti nella Seconda Guerra Mondiale e nella liberazione dal nazifascismo come lasciapassare per fare ciò che vogliono e come vogliono, una sorta di passepartout per poter fare qualunque cosa gli piaccia.

 Non ne hanno il diritto, l’autorità. Sono i più ricchi, i più potenti, ma essere ricchi, potenti e tecnologici non può voler dire essere modello di democrazia e civiltà. Certo, in America si vota e si può dire ciò che si vuole (con i limiti di una dittatura fondata sui media, qual è pure la nostra, nell’era phardliftinghiana come quando nel 2006 la sinistra andrà al governo). Ma in America c’è la pena di morte, per dire. E tanto per rimanere in argomento di dittatori, il generale Pinochet non aveva solo cileni intorno a sé quando rovesciò il presidente Salvador Allende, nel 1972.

Cos’hanno per essere in diritto di “esportare la democrazia”? Gli aerei supersonici, milioni di bombe, soldi a vista. Non basta.

Eccoli, dunque, i metodi con cui si esporta la democrazia. Bombe e torture, arroganza e presunzione.

Iracheni prigionieri incappucciati e interrogati con gli elettrodi, denudati e ammassati in mezzo a una stanza perché gli yankees potessero saltarci sopra, sodomizzati con manici di scopa o in pose umilianti, sessualmente esplicite, obbligati ad indossare capi femminili, obbligati a masturbarsi in gruppo davanti a una telecamera, incatenati o con collari per cani, donne stuprate davanti alla solita telecamera.

Si chiede scusa. Senza dire che non verrà più fatto. Si chiede scusa. È come inciampare su un piede in autobus, è un colpo di tosse mentre si parla al tavolo, è un cellulare che suona. In questi casi, si chiede scusa.

E la cosa più inquietante che il rapporto del generale Taguba, da dove sono arrivati tutti i dettagli degli yankees imbecilli nelle carceri di Abu Ghraib.

Dall’Iraq nel completo caos,
dove muore un americano quasi ogni giorno, dove alla fine gli uomini di Bin Laden sono arrivati veramente (ma dopo la caduta di Saddam Hussein),
dove il 4 maggio 2003, cioè un anno fa, Giorgio Secondo dei Bush proclamava, tronfio, la mission completed, che quello era il V-Day, il giorno della vittoria,
da questo Iraq gli Stati Uniti possono capire che non solo non hanno il diritto né l’autorità di buttare giù dittatori a loro piacimento (a loro piacimento: Pervez Musharraf, in Pakistan, è dittatore allo stesso livello di Hussein) sventolando la bandiera della democrazia e della civiltà, ma a questo punto devono capire che non ne hanno forse neanche la capacità, se agiscono da soli.

E pensare che in Italia, se passa una legge con un emendamento voluto dall’alta intellighenzia della Lega Nord, tutto questo non sarebbe tortura. Non è una battuta. L’emendamento proposto dal partito della marijuana (osservate la bandiera, quando capita; certo che si spiegherebbero tante cose) prevede che la tortura sia tale solo se reiterata.

“Cosa? Le hanno spento una sigaretta sul braccio legato alla sedia? E poi basta? Andiamo su, non ci faccia perdere tempo, ché qui abbiamo da lavorare. Non stiamo mica a perdere tempo come lei, sa?”.

Cioè: se uno lo seviziano una volta sola, non è tortura.

Ecco come verranno considerati i reati di tortura d’ora in avanti.

1) Oltre n. 5 frustate. Se meno è “deformazione professionale da domatore” oppure “forte volontà di gusti perversi”.

2) Oltre n. 10 bastonate. Se meno è “deformazione professionale da giocatore di baseball e/o golf” oppure “ossessione da zanzare”.

3) Oltre n. 30 schiaffi. Se meno è “deformazione professionale da tirolese” oppure “abuso di coccole”.

4) Oltre n. 20 pedate. Se meno è “deformazione professionale da vecchio ballerino di twist” oppure “insufficiente coordinazione degli arti inferiori”.

5) Oltre n. 5 sigarette spente sul corpo. Se meno è “deformazione professionale da madonnaro” oppure “eccessiva voglia della rubrica Unisci i punti della Settimana Enigmistica”.

Conseguenze si potranno avere anche sugli altri reati di violenza, come l’assassinio. Potrebbe diventare assassinio solo se è avvenuto:

con minimo n. 4 pallottole e/o coltellate e/o milligrammi di veleno e/o minimo n. 40 bastonate in faccia e/o minimo secondi 70 di pressione sul collo.

Meno di queste quantità è considerato, a scelta, mero errore o disattenzione o sbadataggine. (*)

P.s.: L’Alitalia era in ginocchio, Melfi in rivolta, tre nostri connazionali sotto le mani di un manipolo di tagliagole e questi si spartivano i posti della Rai. L’ex-segretaria di Berlusconi, tale Deborah Bergamini, è diventata direttore del marketing, mentre Massimo Ferrario da presidente della Provincia di Varese diventa direttore di Rai Due.

Gigi Moncalvo che nella vita fa due cose, cioè il direttore della Padania e lo sberciante al Processo di Biscardi (due prerogative, converrete, altamente formative) è diventato capostruttura di Rai Due. Declassato invece Antonio Socci che, forte della sua trasmissione di successo (fa il 3% in prima serata, viene superato da Granducato Tv, qui da me), è in procinto di condurre non una, non due, ma tre trasmissioni, tanto per rovinare definitivamente il glorioso Secondo Canale.

Pare che tra i candidati ad altre poltrone, intanto, ci siano stati nell’ordine anche Superman, Picasso e il Papa, visto che la competenza in materia di tv sarebbe stata pari agli altri.

Candidature messe da parte perché uno si veste in modo opinabile, uno è morto e l’ultimo, ammesso che prenda la cittadinanza italiana, avrebbe da lavorare ancora una quindicina d’anni, secondo l’ultima proposta di riforma delle pensioni. E la Rai non è in condizione di pagare uno per tutti quegli anni.

Non è una battuta, invece, che in lizza per la vicedirezione di Rai Uno ci fosse Gigi Marzullo. Giuro. Del Noce non ce l’ha voluto comprensibilmente ed Mr Sifacciaunadomanda e sidiaunarisposta (lo facesse a me: Quanto ce lo fai a coriandoli? Moltissimo) è rimasto senza sedia, come il gioco della musica che s’interrompe. Sostanzialmente hanno lasciato fuori l’unico che con la televisione c’entrava qualcosa. E se Marzullo era il migliore dei nomi che son girati, traete voi le conclusioni degli altri che invece ce l’hanno fatta.

Pignolo  10 maggio 2004 - Diego Pretini

146


Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE

Copyright © ElbaSun

(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dell’autore)