Otto zero zero

Il 14 aprile scorso è successo un fatto sorprendente: è venuto fuori che anche l’Italia ha un suo ministro degli Esteri. Per un Paese e un governo che negli ultimi tre anni non ha avuto un’identità (almeno confusa) in politica estera, non è una notizia da nulla.

Il ministro degli Esteri, da sempre, è il ruolo tra i più importanti nei governi di tutto il mondo, una sedia anche più prestigiosa, forse, del ministero dell’Interno, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, che ha dimostrato quanto sia indispensabile il dialogo tra gente che ci sente da entrambe le orecchie.

La parola ministro degli Esteri fa venire in mente nomi prestigiosi, grandi firme della diplomazia internazionale, del saper far politica, anche dal fine più sbagliato e scellerato e vergognoso e indecente: perfino Galeazzo Ciano, Joachim Von Ribentropp, Molotov, pur avendo alle spalle l’ombra di uomini potentissimi, figure enormi, come Mussolini, Hitler e Stalin riuscirono ad agire senza cordone ombelicale, portando avanti ovviamente la politica che ai primi ministri piaceva, ma nella più totale autonomia e indipendenza. E ancora George Marshall, segretario di Stato del presidente Truman;

Kissinger, che lo fu del presidente Lindon Johnson e fu quello che riuscì a capire che il Vietnam per gli americani era il Vietnam, cioè un Paese dal nome che ancora oggi suona melodie drammatiche alle orecchie a stelle e strisce. (una sensibilità che Giorgio Secondo dei Bush non sembra essere capace di avere un giorno o l’altro di questi);

Willy Brandt che fu sostanzialmente premiato diventando subito dopo Cancelliere, ma ai giorni nostri gli stessi Giovanni Spadolini e Madelaine Albright, che hanno fatto della conversazione con l’Islam e col mondo arabo un punto fisso delle loro azioni e delle loro parole.

L’Italia, ora, al ministero degli Esteri ha Franco Frattini. Abbiamo scoperto che c’è, innanzitutto e questa è una primizia.

Da quando Berlusconi ha dato in franchising il ministero degli Esteri, infatti, Frattini non s’era mai visto, la politica estera, lui che era ministro degli Esteri, non è parso mai farla. La faceva il primo ministro, senza aiuti.

In questi tre anni non si è mai ben capita la posizione italiana nelle politiche internazionali. L’unica che ci si avvicina è la posizione del “contorsionista”, avendo, la Farnesina, preso 24 posture diverse su qualsiasi argomento. E’ sempre stata d’accordo su tutto con tutti.

Ma è sempre stata “più d’accordo” con gli Stati Uniti, altrimenti non ci saremmo imbottigliati anche noi in questo enorme intasamento, in questo infinito ingorgo nel ciottolato dopo che è piovuto, ciò che è diventata la guerra in Iraq, rimasta tale fin dal giorno successivo alla tanto pubblicizzata caduta di Baghdad, nonostante tutti gli spot governativi di Stati Uniti e Italia, e al giorno del V-Day con Giorgio Secondo a passeggiare su.

Nella sera della notizia dell’assassinio di Fabrizio Quattrocchi il ministro degli Esteri Franco Frattini era seduto sulla poltrona di Portapporta. Soliti ragionevoli commenti da solidarietà nazionale nel ping pong con Sua Inutilità Rutelli, i “no comment”, i “non siamo ancora certi”. Ma non avrebbe fatto figura migliore a sedersi dietro la scrivania del ministero? Non sarebbe stato più utile lì? Ha detto, poi, che è stato più coraggioso confrontarsi direttamente con la situazione e non comodamente dietro la scrivania di un ufficio. Sì, coraggioso. Ma utile? Del coraggio da spot ce ne vogliamo fregare? Non doveva essere Frattini a pilotare tutte le armi diplomatiche ponderabili per salvare gli altri tre ostaggi?

Verso mezzanotte Portapporta dà il nome dell’ostaggio ucciso. Lo dà il vicedirettore di Libero, Renato Farina, al telefono. Non lo sa dare il ministro degli Esteri, ma lo può dare il vicedirettore, sia pur brillante, di un giornale. Una volta detto il nome, Vespa gira per una conferma da Frattini. Sì, dice, risulta anche a noi, è una notizia di qualche minuto fa. Non è vero, il ministro lo sa dalle 22, cioè da due ore, da quando la redazione di Al Jazeera ha informato il ministero.

Uno pensa: hanno dato la notizia in diretta, perché si son già messi al riparo, avranno già avvisato i familiari, tutto in regola. Non è così. I familiari di Fabrizio Quattrocchi non sapevano nulla e sono raggelati alla televisione, la maledettissima televisione. Lì, ora, si deve sapere anche della scomparsa di un nostro caro. Non bastano più le mille, duemila, tremila schifezze che tutti i giorni vi passano. Adesso la televisione servirà anche da necrologio per i cari, da pubbliche relazioni di un pronto soccorso.

A parte tutto, a parte anche l’incapacità politica, Frattini non ha dimostrato neanche un minimo di compassione umana, di empatia. Non ha mai provato a calarsi nei panni dei parenti, ospiti in studio, dei tre ostaggi ancora vivi. Ha portato avanti la sua mezza figura da politicante, incravattato e con i capelli tinti, un po’ tronfio e un po’ depresso, con le gambe accavallate e il tono basso perché bisogna far così. Non ha mai provato ad andare aldilà di tutto questo, per avvicinarsi, almeno mentalmente, ai parenti dei tre prigionieri italiani. Per abbracciarli, almeno con le parole.

Il fratello di uno dei tre ancora vivi, ospite in trasmissione, con la lacrima in cima, ad un certo punto gli chiede cosa loro debbano fare per avere più notizie.

Il ministro gli risponde che esiste un numero verde.

Un ministro degli Esteri, come un ministro degli Interni, in quanto personalità più importanti di un governo (e con loro primo ministro o il suo vice) si vede se è bravo, se è abile, se è capace, proprio nei momenti di crisi, nei momenti difficili, dove c’è non solo da cercare di sbrogliare una situazione nerissima, ma anche da gestirla, da saperla gestire. Il presidente della Camera Casini, per esempio, in questo caso ha poco da fare, non ha strumenti in mano per fare qualcosa, ma ha capito la situazione, ha capito che ogni figura importante può essere utile e ha rimandato un viaggio ufficiale.

Mentre i tre ostaggi sono ancora nelle mani dei cani terroristi che li hanno sequestrati, il ministro degli Esteri va a Portapporta, il premier Phardlifting è in vacanza in Sardegna e il vicepresidente Fini è in vacanza in Egitto.

Quando avranno un po’ di tempo per governare, ci faranno un fischio.

Pignolo 19 aprile 2004 - Diego Pretini

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