Lezioni

C’è un pazzo furibondo che di domenica all’ora di pranzo, cioè mentre si apre lo zoo safari della televisione che conta, fa una cosa da malato di mente: parla di arte. Arte.

Si chiama Philippe Daverio, questo piccolo eroe quotidiano, e la sua trasmissione (“PassepARTout”, Rai Tre, domenica, 13,15) va in onda da due, tre anni.

Spesso sembra che io non sia mai contento, che non mi vada mai bene niente, che sono critico su tutto quel che vedo e che sento, una zitellona logorroica, insomma. E spesso tutto questo è vero.

Voglio dimostrare, allora, che qualcosa che mi piace c’è, perfino alla televisione. Passepartout fa parte di quel qualcosa.

Il primo pregio è che, nonostante sia buona televisione, va in onda ad un’ora umana e non in settima serata, in contemporanea con le lezioni di algebra di Rai Due e le repliche di Non è la Rai su Italia Uno. C’è, invece, all’ora di pranzo, alla domenica, quando gran parte del pubblico è seduto a tavola: divino.

Fare buona televisione, dunque, si può e si può fare anche non in nicchie irraggiungibili per chi non soffre di insonnia. Si può, alla televisione, anche far vedere e cercare di descrivere le bellezze di pittura, scultura e architettura: l’arte.

Philippe Daverio è un signore davvero abile nell’utilizzare questo potentissimo mezzo di comunicazione. Ha uno stile e un tocco sapiente, affascinante, ironico con i quali tratta argomenti che, sui banchi, rischiano d’essere barbosi. Non è istrionico, pieno di sé e “absimpatico” (neologismo di cui rivendico, a torto, la paternità) come molti figuranti, mezze figure e cartonati televisivi. Anche la regia arriva da uno stile un po’ nordeuropeo di fare televisione, con sfondi musicali che non si irrigidiscono sulla musica classica, come luogo comune vorrebbe, ma spazia da un jazz dei ’30 a un adagio ottocentesco, a “Erase and rewind” dei Cardigans.

In una di queste ultime puntate, per dire, s’è messo lì a spiegare il perché e il come Bruges e Firenze, per un paio di secoli a partire dal Quattrocento, abbiano avuto molti punti di contatto, molte somiglianze non solo nel modo di fare arte, ma anche nel modo di fare politica, di fare società, in generale.

Lo stile, come detto, è attraente (non ammiccante, badate bene), molto appetitoso. Si sofferma spesso su curiosità, su dettagli, su inezie, che spesso sono il sale di ciò che si sta vedendo e sentendo.

I mille colori vivi dei vestiti di due messaggeri per un sospetto secondo fine pubblicitario a favore di un sarto;

un sandalo che un pittore fiammingo ha appositamente posto, sì, nell’angolo, ma in primo piano per far capire che il personaggio raffigurato si trattava di un italiano (“un pauperismo quasi moralista” spiega Daverio);

un frate dipinto dal Perugino, il maestro di Raffaello, che più della figura centrale, più di tutti i personaggi al centro della scena, ha un’espressione, presa di profilo, alla quale, come diceva Vasari, manca solo la parola.

Daverio fa una cosa che pare un’assurdità, detta così. Spiega il quadro mettendocisi davanti. Davvero: lui si piazza con la sua mole non irrilevante (in larghezza, non in altezza) davanti al quadro e inizia a indicare ciò che per lui è importante da vedere, da notare, osservare. Inizia con il suo indice e trasporta le pupille laddove è giusto e interessante. Guardandoci, sempre, in qualsiasi momento, negli occhi, guardando sempre in camera, a confermarci, se ce ne fosse bisogno, che di televisione se ne intende.

Il conduttore è sempre al centro della scena, ma non è mai il protagonista. Lo si vede sempre, ma ciò che guardiamo veramente (e ciò che lui ci spinge a guardare) sono le opere d’arte al suo fianco. Riesce sempre ad essere presente nell’immagine senza soverchiare l’opera, senza coprirla, impallarla, come si dice in linguaggio televisivo.

E’ uno dei rarissimi esempi, insomma, “Passepartout”, in cui la televisione italiana oltre ad intrattenere ed informare (spesso verbi mescolati in maniera scellerata in ciò che persone molto più attendibili e autorevoli del sottoscritto hanno chiamato “infotainment”) riesce anche ad educare.

Certo, non è il manuale di Ernst Gombrich, ma senza dubbio quelle di Daverio potrebbero essere lezioni per licei, anche se a volte peccano di ermetismo a causa della brevità del programma (quaranta minuti).

E, se poi devo dare ancora un altro tassello di soggettività al giudizio, a me riporta indietro di una manciata di anni, alle superiori e alle gite all’estero, per quelli come me della generazione dei figli del Duemila.

Un’atmosfera sempre elettrizzante, esaltante, sempre saltellante, la gita, una sensazione di essere non solo in un Paese che non è il tuo, ma di esser lì a scoprire, sì, la rotondità del fondoschiena delle studentesse autoctone o la musica che passano nelle discoteche di queste parti, ma di imparare, di interiorizzare, di mettere e sentire sottopelle qualcosa di quel Paese, di quella città, di quel quartiere. Anche solo il “come si dice”, l’imparare parole nuove e usarle con frequenza crescente, fa respirare in gruppo, con la classe, un’aria che a sentirla non ha nulla di distinto da quella di casa, eppure la provi diversamente, più frizzante, migliore, tout court, solo perché il contesto, per l’appunto, è diverso, è nuovo, è altro.

Anche visitare un museo o una cattedrale, che mai nel mondo potrebbero essere le tappe di un gruppo di diciassettenni in visita in Paese straniero, diventa (scusate la bestemmia) interessante, se fatto in gita, se fatto in gruppo. Se ci si diverte, ecco il segreto.

E Philippe Daverio questo l’ha capito.

Ci racconta dell’arte, dalla preistoria a Guttuso, passando per van Eyck e Goya, e ci racconta del passato, in ogni caso. Divertendoci.

Trovando così il modo di rendere forse non eterna, ma senz’altro più lenta la marcia del tempo.

Che alla fine è ciò che fa l’arte.

Pignolo 14 aprile 2004 - Diego Pretini

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