C’è del metodo

Re Phardlifting sta pian piano aggiungendo un elemento della sua armatura per essere finalmente vestito per la battaglia, che per lui, avendo sensibilità politica quanto Pierino, non sarà finale nemmeno se Forzitalia scendesse al 15%. E’ lì a cavallo (c’è montato con Bondi che gli faceva la scaletta con le mani incrociate), molto napoleonesco, con l’elmo abbassato e la lancia ben tesa in mano. E tira fuori l’argomento immancabile in qualsiasi campagna elettorale di qualunque Paese nel mondo dove si possa fare una campagna elettorale: le tasse. Cioè: il taglio alle tasse.

Tutti lo dicono, ma tutti rimandano il problema a data da destinarsi, un impalpabile futuro da qui all’eternità, che spesso diventa mai. Si mettono lì, tirano fuori dalla tasca un foglio confessando, con un coup de théâtre e il sorriso piacionico, che non si possono ricordare tutto a memoria, e iniziano a vomitare cifre in miliardi di euro e percentuali del rapporto Pil/Paf/Chips/Nox cosicché il telespettatore, il radioascoltatore o il lettore non capisca più una stamberga dopo 42”7.

Re Phardlifting l’aveva promesso come tutti, ma come tutti, dopo 34 mesi di governo, oltre ad andare da Vespa un po’ come fosse la sua sala da pranzo, non ha ancora fatto nulla alle tasche italiane, oltre a romperle intendo. Ora però, a tre mesi dalle elezioni amministrative e europee, un bacino d’elettorato vastissimo, che indicherà davvero se il Paese legale è rimasto più o meno aderente al Paese reale ecco il coup de théâtre, immancabile, soprattutto da uno come lui. “Bisogna tagliare le tasse” dice col suo fare impettito, come se avesse vinto cinque volte le Olimpiadi, attaccato a quel microfono, la sua grande arma principale di questi dieci anni e spiccioli. Mettiamo da parte chi dice che non ci sono proprio i soldi per permettere certi tagli (ne capisco poco, francamente, d’economia).

Si può però almeno leggere i risultati del Centro analisi politiche pubbliche di Modena che ha applicato le istruzioni che il Re ha dato su un campione della Banca d’Italia. Ne vien fuori, insomma, a tagliar corto, che chi sarà più agevolato non sarà la maggioranza degli italiani, né la gran parte, né la metà, né una buona parte, ma solo il 20 per cento degli italiani più ricchi, che già formano, nella nostra popolazione come in quelle di tutto il pianeta, una fetta grandemente minoritaria. Questo 20% dei ricconi italiani fruirebbe dell’80% dell’intero scontro fiscale.

Esempio: è sera e davanti ho dieci bambini. Due non mangiano da ieri sera, tre da colazione, tre da pranzo, due hanno fatto pure merenda nel cuore del pomeriggio. Applico la regola “taglio delle tasse della Villettaschiera delle Libertà”: do 8 fette delle 10 che sono riuscito a tagliare da questa torta a quei due che hanno fatto merenda tre ore fa. Le restanti due fette le divido tra gli altri 8. Parlando realisticamente, o verosimilmente, ad un operaio verrebbero risparmiati 100 euro di tasse, mentre ad un dirigente 2500.

E’ il paradosso degli ultimi tre anni, d’altronde, dovrei anche smettere di scriverne a dirla tutta, visto che ormai è diventata una nenia. Al Re non riesce proprio premiare coloro che più di tutti lo hanno fatto trionfare alle politiche del 2001, le “casalinghe” come si disse in termini frettolosi, più generalmente quelle fasce medio-basse a cui nessuno pare mai pensare veramente. D’altro canto il primo provvedimento che prese il governo e approvò il Parlamento non era compreso nell’ormai celeberrimo programma dei 100 giorni, divenuto dei 1000 e destinato ad allungarsi ancora come un brodetto: la riduzione delle tasse di successione per le classi abbienti.

Così, dopo quasi dieci anni di patti e accordi, Alleanza Nazionale ha scoperto, sorpresa, a che gioco gioca il Re, come se non l’avesse mai saputo, dimostrando candida sorpresa, come i bimbi che fanno finta di rimanere basiti quando la mamma scopre un buco nei pantaloni. “Non lo so com’è venuto”, fingono.

Ecco allora che per cercare di placare l’irritazione di Fini (lui sì vero uomo di destra di governo, simile a molti personaggi di spicco della destra europea), che vorrebbe appoggiare le agevolazioni sulle fasce medio-basse, il Re fa l’unica cosa che gli riesce davvero fare: offrire un posto. E’ questa la concezione che ha del mondo e di cosa conta nella vita e dunque nella politica. Conta chi ha un posto di rilievo, non chi ha idee. Per governare, per comandare, per gestire secondo lui basta esserci, basta ricoprire una carica, è sufficiente avere un leader, un capo carismatico, uno che trascina gli altri. Basta un Totti, secondo lui, per vincere uno scudetto. E’ evidente che non può essere così. Un governo, una maggioranza, una coalizione per vincere e governare bene non ha bisogno di fantocci al loro posto e basta. Ha bisogno di persone, persone preparate, competenti, serie e non goffe, caricaturali e un po’ cacionare come qualche figura nell’esecutivo Berlusconi II. Certo, Totti è basilare per la Roma, ma se non ci fosse Emerson, se non ci fosse Samuel, se non ci fosse Dacourt o Lima, o giocatori della stessa qualità la Roma sarebbe da un’altra parte della classifica.

Bello, però, questo vizietto. Lui propone un posto, appena ha dei problemi con qualcuno. Lo ha fatto con un ministero nella mano tesa al fiorellino di Cartoonia Follini dell’Udc e questi gli ha risposto, tamburellandosi la punta dell’indice sulla tempia destra: “Mica scemo”. Lo fa ora che i muggiti arrivano da Fini: vuoi il ministero degli Esteri?

Sorge il dubbio, allora, che lui offra un posto di lavoro a chiunque gli rompa le scatole. Così, a caso.

E se Mediaset e Fininvest fossero zeppe di gente con cui ha litigato? Non sapeva come sbrigarsela e ha fatto: vuoi un posto?

Che sbadato, ecco allora perché non è riuscito a creare quel milione e mezzo di occupati in più. Non ha avuto nessuno con cui litigasse.

Con il governo, però, ha avuto meno problemi. Sono una ventina i ministeri e una ventina di persone con cui offendersi a vicenda le ha trovate.

Incidente stradale? Quello rompe per la constatazione amichevole? Trasporti pubblici e infrastrutture. Primo obiettivo: Ponte sullo Stretto. Per dire.

Diverbio con l’ingegnere per il parquet in casa? Perfetto: per farti fare il parquet come vuoi tu, lo mandi al ministero di Grazia e Giustizia. Per dire.

Letizia Moratti ti chiede se sta bene con quel diecimilionesimo tailleur che indossa tutti i giorni? Per tutta la vita ha fatto la dirigente d’azienda? Benissimo, ministero della (fu Pubblica) Istruzione. Per dire.

C’è Frattini che ti rompe tutti i giorni per sapere che tinta per i capelli usi? E’ colui incaricato per fare una (schiarimenti di voce) legge sul conflitto d’interessi, anche se siamo non a 100 giorni dall’elezione a premier, ma a poco più di 1000? No problem: via al ministero degli Esteri. Per dire.

Di Giovanardi non sai cosa fartene, ma non glielo vuoi dire chiaramente? Inventa un ministero dal nome assurdo (“Ministero per i Rapporti con il Parlamento”: che?) e si sta a vedere se alla fine capisce..

Pignolo 5 aprile 2004 - Diego Pretini

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