Parolacce

Presumo che ne fareste volentieri a meno, ma siccome una volta una mia cara amica mi chiamò sbrodolone (“colui che, pur facendo finta di andare controcorrente, è uno che tutto sommato la corrente la segue eccome”), io ho seguito ampi brani di Festival.

Ne parlo non per dare una mia impressione e una mia opinione fine a se stessa su tutto il carrozzone (peraltro ennesima, peraltro inutile, peraltro noiosa). Ciò che mi ha smosso, però, è il comportamento del mio nemico più detestato, che quelli che mi leggono da un po’ di tempo sapranno qual è. No, non lui. L’altro: l’auditel.

Giovedì scorso la terza serata del Festival di Sanremo ha perso malamente la serata degli ascolti dando l’intera posta al Grande Fratello. Pare nulla, ma c’è molto da riflettere, lì dentro.

A parte i duemila superospiti di Hollywood promessi dall’infinito direttore artistico (infinito nel senso che quando parte a parlare ci vogliono le pallottole per i grizzly) dei quali superospiti è venuto solo Dustin Hoffman schiavizzato per 8 ore complessive, il Festival di Sanremo di quest’anno aveva un tono molto più alto degli scorsi anni.

Parlo di Gene Gnocchi, di Maurizio Crozza, di Paola Cortellesi soprattutto (fidatevi: scaricate da qualche parte le sue canzoni “No perditempo” e “Non mi chiedermi”). Un’ironia d’altri tempi, a tratti migliore di Zelig, che a Rai Uno se la sognano la notte o forse volontariamente la vogliono far sognare agli spettatori che ne dovrebbero avere le biglie piene di D’Eusanio e affini. Un’ironia d’altri livelli (altro che Panariello), di cui ovviamente i bacucchi in platea hanno capito solo delle fettine.

Il problema è che di D’Eusanio e affini gli italiani televisionati non ne hanno per niente le biglie piene. Tra quegli “affini” si può mettere senza indugi il Grande Fratello, la cui casa non è occupata da filosofi, teologi e storici, ma nemmeno da persone di cultura almeno media. La gente preferisce vedere i due piccioncini (la metafora sta in piedi per il volume del cranio) che si strusciano (lei bionda con la zazzera sbarazzina e forse non solo la zazzera, lui biondiccio alto occhi chiari muscoloso tatuato e per di più principe, mi pare) rispetto a una ventina di canzoni, nemmeno tanto brutte, in fondo. Ed è questo il primo punto.

Agli italiani, alla maggioranza degli italiani della musica italiana non frega più niente. Se andate in giro a chiedere chi sono i più bravi cantanti italiani tra i giovani pochi diranno Samuele Bersani o Daniele Silvestri o Niccolò Fabi, ma forse Tiziano Ferro o Gigi D’Alessio. Non è un problema da niente.

La musica, se fatta bene, è un’arte, come la pittura, la scultura, l’architettura, la poesia, la letteratura, la danza. La musica fa parte della cultura di un paese e se perdiamo la musica, perdiamo un pezzo di cultura, di cultura italiana.

Ironia della sorte o prova provata di come sta cambiando, in peggio, culturalmente il nostro Paese è che il sorpasso di giovedì sera è avvenuto quando sul palco di Sanremo c’era Pacifico, cioè il più raffinato dei 22 in gara, uno dei pochi da meritarsi l’apposizione “artista” (anche lui da scaricare con Mario Venuti, Neffa e Db Boulevard). Anche di là, nell’equipe di cervelli, si canta, non so bene cosa, e chi canta è una decina di esagitati famosi per non essere bravi in nulla.

Quello che preoccupa ancora di più è che quasi la metà dei giovani guarda proprio il Grande Fratello (la voce è 8-24 anni, ma spero che almeno ai bambini delle elementari la schifezza sia risparmiata).

Stesso discorso. I ragazzi sono rintronati sempre più da radio e canali televisivi musicali che mettono sempre le stesse canzoni, al 70 per cento straniere, all’90 per cento cantate da signorine piacenti con due zinne così e un culo da favola oppure da bei maschietti con il culo sodo, il bicipite ben in vista, il ciuffo biondo e il jeans griffato.

Effetti della globalizzazione, probabilmente, che fa diventare tutto uguale ovunque, perfino la mentalità. Ma non è così, attenzione. Uno dei programmi più di successo negli Stati Uniti (sempre portati a icona di una certa spettacolarizzazione di qualsiasi cosa, di un mondo dove ogni cosa può essere pretesto per fare show e intrattenimento) è il Late Show di Dave Letterman, uno spettacolo di alta qualità, dove Letterman riesce a radere al suolo chiunque (anche e soprattutto Giorgio Secondo) senza troppe esitazioni.

Quaggiù, invece, pare che assorbiamo sempre le cose più brutte. Se il livello di una trasmissione diventa leggermente più alto, succede il patatrac, subito in seconda serata, terza se è possibile. Il guaio è che le trasmissioni dei canali di Rai e Mediaset sono scese insieme a livelli infimi, arrivando alle D’Eusanio e ai Grandi Fratelli, alle Isole degli Inutili e ai Bisturi. E ora è difficilissimo risalire, perché è sempre più facile scendere che non salire.

La gente mormora, parla, critica, prende in giro e storce la bocca, ma alla fine a vederli ci si mette, lo dicono i numeri. E sono prontissimi, sui blocchi, a dir male di Sanremo, perché quasi fa moda, perché così fan tutti, perché “son passati quei tempi”, perché è “tutto vecchio”.

Ci vuole la modernità e la modernità, ora, è poter far uscire Grazia Graziella o Grazialciufolo dalla tale trasmissione, per poi vederlo intervistato dalla conduttrice, trafelato per le sue eroiche gesta, con i replay di cosa di più bello ha fatto (un morso ad una mela da cambiare fisionomia facciale, un tuffo ebete in piscina, il medio all’insù contro le telecamere, perché è fintamente rebelde, è emozionantemente contro il sistema), con la commozione generale “perché certi momenti sono proprio toccanti”, anche se toccano solo lo stomaco, francamente.

Il lavoro di pensiero di gente come Cortellesi, Gnocchi e Crozza non piace, ci vuole uno scivolone vicino alla piscina dello svampito del Grande Fratello, ci vuole il bacio lesbo della bionda e della mora, ci vuole la De Grenet che fa una corsa coi sacchi sotto il getto di grandi pompe perdendo le mutande, ci vuole una tetta nuda da tagliuzzare in diretta, ci vuole Buona Domenica con cani e porci che possono dire la loro su qualsiasi argomento ponderabile e poi mettersi a fare il trenino o a giocare a mondo, tra le risate generali.

Perché è così, sì, è così, che si ride, che ci si rilassa dopo un’intensa giornata di lavoro. Che, dopo una giornata di lavoro vogliamo pure pensare?

I valori? Cosa sono i valori? I che? L’educazione, la formazione, la cultura, il pudore, la morale, l’etica?

Che parolacce che ho detto. Mi sa che finirò in terza serata.

Pignolo 10 marzo 2004 - Diego Pretini

139


Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE

Copyright © ElbaSun

(Le responsabilità di queste opinioni sono esclusivamente dell’autore)