Oblìo

Di tutta la buffonata di sabato scorso alla festa per la nascita del metodo per non andare in galera, è difficile trovare la cosa più divertente o la cosa più aberrante. Io, tutti i lettori spalancheranno le orbite, l’ho vista quasi tutta. E non sapevo se tirare il tavolino da cinquanta chili di sala addosso al televisore ancora da pagare completamente oppure se mettermi a ridere e finire dopo il 2006, non a caso periodo delle prossime elezioni politiche, quando tutti i partiti che si dicono di centro-sinistra (perfino Mastella) faranno di tutto per dividersi in novantatre liste e rimettere Re Phardlifting I sul trono del dolce far male.

Mentre l’inno di Forzitalia risuonava per la sessantatretrilionesima volta per motivi illogici (che, poi, ho fatto caso per un paio di istanti al testo e fa ridere pollai interi: “chesiamotantissimi” oppure “forzitaliaconnoi”; lo dev’avere scritto un bambino dell’asilo, non c’è altra spiegazione), alla fine è arrivata una delle due donne ammesse nel centro-destra (una alla fu Pubblica Istruzione: da qui la concezione liberale della Casa delle Sue Libertà che trova sbocco nel messaggio subliminale, le donne o casalinghe o maestre; una alle Pari Opportunità, proprio perché un La Russa, uno Schifani o un Bottiglione non è che c’avrebbero fatto tutta ‘sta figura). Arriva quindi la ministra Prestigiacomo (molto Forzitalia: bionda, a tratti attraente, vestita con tailleur da studio commercialista e foulard da gala) e inizia a fare una specie di millicarlucci.

Presenta il coro. Inno di Mameli distrutto. Inno di Forzitalia, fuori tempo. Fede commenta, quasi fosse la celebrazione della repubblica (“re.. che?”), e ad un certo punto la sua voce si rompe, oltre a rompere, come più spesso succede.

Poi arrivano sei Inutili (tre maschi e tre femmine: perfetti per qualche Isola, qualche Casa, qualche telecamera 24h) e leggono dei pezzi di frasi del Re, sintetizzate e trascritte dal ciambellano Bondi. Non so se l’avete mai visto. E’ riconoscibile per la somiglianza preoccupante con Massimo Boldi sia nell’aspetto che nella voce, era sindaco di Fivizzano (Massa) per le liste del Partito Comunista Italiano e ora è quello che di più, tra tutti i seguaci del Re Phardlifting I, abbaia contro il comunismo, che se non ve ne siete accorti, impera in Italia, dov’è una rivoluzione imminente, un golpe alle porte, già preparato da tempo da tutte le televisioni, tutti i giornali, tutti gli angoli della cultura, del potere economico e istituzionale, dove, puoi metterci le palle, c’è sempre un leninista o un maoista o uno di quelli lì, insomma.

A parte il fatto che:
1) se uno guarda il Tg1, non è che sia proprio lo specchio dell’estremismo di sinistra

2) se uno va a vedere un attimo chi è il più ricco d’Italia e il più potente d’Italia, non credo gli verrà mai fuori Piero Fassino

3) se molti (non tutti) angoli di cultura (dal cinema alla musica e alla letteratura, nelle accademie e nelle università di molte parti d’Italia), non si può pensare che è certa cultura che forma certe idee e non altre? Forse è la cultura che sfocia in idee di sinistra e non il “comunismo” che inietta i suoi discepoli nella cultura?
A parte questo, Bondi quando parla al microfono fa quasi tenerezza, sembra il discorso di un bimbo al padre, di un allievo delle elementari alla maestra. Cerca sempre il suo sguardo, non guarda mai la folla, nonostante
sia la festa da regime di un partito, con gli occhi a setter malato e triste, quasi con la voce soave e insicura, come appunto un ottenne che deve declamare a memoria Il 5 maggio alla maestra perfida.

E poi arriva lui, Re Phardlifting I, che legge le parole di un suo consigliere, quel don Gianni Baget Bozzo, elevato chissà perché a “ideologo”, solo perché craxiano e rimasto orfano di quella mirabolante epoca di successi.

E poi Re Phardlifting I parte con la solita nenia. Ma quanto siamo bravi perché abbiamo fatto la patente a punti, ma quanto siamo bravi perché siamo morti a Nassiriya, ma quanto siamo bravi perché abbiamo tolto la tassa di successione ai ricchi, ma quanto siamo bravi perché abbiamo fatto la riforma del lavoro e Biagi c’è morto. Una lista agghiacciante detta in un modo agghiacciante.

E poi via andare con i comunisti che “se c’erano loro, aumentavano le tasse”, con i comunisti che “mi vogliono mettere in galera con Boccassini e Borrelli”, con i comunisti che “non si chiamano più comunisti ma a chi la vogliono dare a bere” e immaginare D’Alema e Violante che si mettono a fare la divisione dei beni fa proprio scompisciare.

Nemmeno una parola sull’Olocausto, la cui Giornata della Memoria ricorre giusto tre giorni dopo. Forse se l’è dimenticato per il pathos del suo discorso delirante.

Ma una serie finale di domande retoriche: “era indispensabile la mia discesa in campo?”, “avete fatto bene a seguire la visionaria follia di chi vi parla?”, “questi anni di battaglie e di passioni sono stati utili?”, “Sono state battaglie invano?”, “Vale la pena di proseguire il cammino?”, “E allora vi devo dire che anch’io, se faccio un bilancio personale chiedendomi: lo rifaresti? Anche io direi di sì, lo rifarei”.

Ricorda molto chi cercava il consenso nella sua folla. Che chiedeva “a chi?” e la folla gli rispondeva.

La risposta definitiva sta in una frase scritta nel discorso del suddetto “don Gianni” (messo tra l’altro vergognosamente in ridicolo dallo stesso Re Phardlifting, perché gli cadevano i pantaloni quando è salito sul palco) che il Re ha detto che migliore lui non poteva scrivere.

“Il fascismo è meno odioso dei giudici di Tangentopoli”.

Si spiegano tante cose.

Pignolo 28 gennaio 2004 - Diego Pretini

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