L'Eletto

Come regalo di Natale non è il massimo che il lettore chiede. Ma di Telekom Serbia, come mi chiese Andrea (mi pare si chiamasse così) qualche tempo fa nella pagina delle lettere, ora posso anche parlare.

Perché Igor Marini è stato appurato essere un teste poco attendibile o, come dicono a Birmingham, uno sparaballe. Lo hanno sempre detto i sinistroidi, ora lo dicono perfino i berlusconoidi. Il problema ora si sposta e diventa, per le olive dell’Ulivo, perché un affarista diventato fruttivendolo (già qui si doveva capire che un genialoide non doveva essere) si mette a fare il buffone davanti a tutti, mentre per i luogotenenti del Re Phard rimane perché Telekom Serbia sia stata comprata da Telecom Italia (nel 1997 ancora gestita pubblicamente) con un costo tre volte superiore di quanto è stata poi rivenduta (l’accusa primordiale era: hanno finanziato Milosevic; ora diventa: hanno gestito male il denaro pubblico; ).

Ma d’altronde devono dividersi per teatro, perché lo devono fare, altrimenti diventano ancor meno credibili di quanto lo sono già, soprattutto se i politici in questione sono i cosiddetti “moderati”, alcuni dei quali stucchevoli e nauseanti per incapacità di contrapporsi. Sono un romantico, ma mi piace più un dialogo tra Bondi e Diliberto che non uno tra Mastella e Buttiglione. Ma oggi non volevo parlare troppo di politica, almenoi a Natale. Volevo parlare soprattutto di Bernadette Marini.

Negli spassosi interrogatori Igor di Fatima dice tutto, sa tutto. Sulla sua materia (Telekom), ovviamente. Il costo con cui, secondo lui, Telekom fu rivenduta, scese in quattro interrogatori diversi. 800 miliardi, 600, 500, 300.

Se lo avessero interrogato ancora un po’, forse si sarebbe dato qualche pacca sulla tasca destra e con un sorriso avrebbe rivelato: “Be’, non ci crederete, ma l’ho comprata da un senegalese a 4 euro e venti”.

Bello anche come sceglie le persone da accusare. In fila accusa Prodi, Dini, Fassino, Veltroni, Rutelli e Mastella. Cioè: tutti i leader di partito o le personalità più di riguardo dell’alleanza. Non ha pronunciato un Minniti, un Brutti, un Boato, un Russo Spena, una Dato. Che molti di voi non conosceranno, a giusta ragione, perché non entrano mai nella dialettica politica quotidiana, quella che i vacui telegiornali di Stato ci propinano.

Pare che in un orecchio ad un commesso della Commissione Telekom abbia detto: “Sono coinvolti anche Togliatti, Totti, Kofi Annan e Gilberto Gil, ma altrimenti poi non mi credono”.

Ora si viene a sapere che Marini sa perfino che succederà a Giovanni Paolo II. Un eletto da Dio. Non il Papa, Igor Marini, intendo. Sa tutto, sa ciò che tutti non sanno, nemmeno chi lo dovrebbe sapere.

Ecco il suo racconto:

“Giovanni Paolo II abdicherà durante un viaggio in Quebec, perché una certa parte politica era del potere che fosse troppo stanco. Ho avuto contatti con alti funzionari del Vaticano maturati nelle operazioni per ripulire la tangente Telekom. Una volta ho anche incrociato il Papa in persona, ma l’incontro non fu gradevole perché il Pontefice mi guardò male”.

A parte il fatto che Giovanni Paolo II ha ripetuto un milione di volte che non lascerà il pontificato se non quando sarà chiamato al cielo,

a parte il fatto che con tutti i posti che ci sono il Quebec non pare proprio il più storicamente romantico, se si capisce cosa voglio dire,

a parte il fatto che non si è mai sentito “una certa parte politica” dire che il Papa fosse “troppo stanco” per andare avanti (a meno che il dottore del Papa non voti Ulivo),

a parte il fatto che se anche qualcuno di una “certa parte politica” avesse detto qualcosa di simile, il Papa avrebbe celermente chiamato il suo segretario e avrebbe solennemente messo una mano davanti alla bocca e spiritualmente avrebbe fatto la pernacchia più sonora della storia dei Papi,

a parte il fatto che credo (spero) che il Papa non possa essere avvicinato da chiunque, senza essere perquisito per due giorni,

a parte il fatto che Marini è molto meno di un “chiunque”, e ha detto di aver “incrociato” il Papa, magari facendosi dei segni con gli abbaglianti o urlandosi un “uelà”,

a parte il fatto che, ammesso che l’incontro sia fantasticamente avvenuto nell’infima fase Rem di Marini, l’incontro non è stato gradevole soprattutto per il Papa,

a parte il fatto che il Papa non ha più, purtroppo, la forza di guardare male nessuno, per la mancanza di forza utile a muovere i muscoli facciali,

ciò che Marini dice può essere preso sul serio.

E mi risuonano sempre nelle orecchie le dichiarazioni enfatiche, estasiate, orgasmiche dei parlamentari, segugi del Re, che abbaiavano, sbavanti, che “Marini è una persona attendibilissima e un gran conoscitore dei fatti, bisogna ringraziarlo per ciò che fa” (dissero cose del genere Calderoli, che oltre a fare il vice-presidente del Senato e ad avere il guinness dei primati per il volume della testa, fa anche il leghista, e Taormina, che ha la curiosità di un babbuino, si può trovare una sua dichiarazione su tutto: dall’economia italiana al gol-non gol a Brescia, da un delitto per amore a Potenza alla mostra di Gaugin a Nord-Pas-De-Calais).

Il nostro Paese è questo, niente da sorprenderci. Si grida, isterici, degli eventuali licenziamenti a Rete Quattro e non degli stipendi da fame dei tranvieri, salvo poi coprirli di insulti, punirli, anche duramente, se sbottano e lasciano in panne tutta Milano.

In mezza legislatura si è parlato solo dei fatti del Re, non s’è parlato d’altro, su giustizia e tv, tv e giustizia con qualche mossa ammiccante ogni tanto (per dire: i mille euro alle famiglie cui nasce il secondogenito e sono metodi vecchi come il bacucco, la prima volta lo fece il regime).

Auguri, se può servire a qualcosa. Prendiamoci uno dei Natali più spenti e poveri degli ultimo decennio. Povero di soldi, povero di cultura, sempre più povero di significato.

Restano solo i bambini a ricordarci com’è, come dev’essere il Natale.

Buone feste, di cuore.

Pignolo 19 dicembre 2003 - Diego Pretini

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