Mostronz

Sul giornale di oggi scopro una cosa terribile. Leggo, bel bello, le inutili, alternativamente surreali ed infantili, cronache politiche. Ed ad un certo punto incappo in una delle tante dichiarazioni che ogni capoccia politico ha il contratto di sputare nelle 24 ore (minimo 4 a testa se è normale; se invece si tratta di Sandro Bondi, il limite è alzato a 10 su 24 ore, perché in questo caso si contano 8 vaccate).

La dichiarazione in questione è di uno per bene, democristiano più democristiano di Casini, gli occhi di un fiorellino di Cartoonia e la volgarità di un chierichetto.

Si chiama Marco Follini, fa il leader di un partito che è venuto fuori dalla fusione di tre partiti, a loro volta nati dalla banana split “alla Dc”, cucinata da Tangentopoli e poi dal metodo maggioritario per le elezioni politiche.

Follini, ad un certo punto, s’è messo lì a pensare una cosa carina da dire alle agenzie di stampa e gl’è venuto fuori:

“La nota di Bossi del pomeriggio è una risposta all’intervista di stamattina di Bossi”.

E qui si apre uno scenario infinito di reazioni. O Follini beve o c’è da preoccuparsi sul serio.

Perché allora ci sono due copie di Bossi, quella che porta in quattro giorni l’acqua del Po dalla sorgente del Monviso alla foce di Venezia (con inutile dispendio di energie e di tempo) e quella, ovviamente caricaturale e ridicola, che va al ministero della Repubblica. Allora sarebbe tutto spiegato.

C’è il Bossi che dice mille boiate e il Bossi che va a Porta a Porta e ne dice cinque di meno.

C’è il Bossi in canottiera e cappellino verde e c’è il Bossi in giacca e fazzoletto verde nel taschino, verde non a caso, perché un fazzoletto diventa verde solo quando ci si pulisce il naso.

C’è il Bossi che li prenderebbe a cannonate e quello che si vanta dell’industria del nordest, dove gli immigrati li cercano con il lanternino. Oppure è un mutante. E’ mostruoso, dice le peggiori tranvate che gli passano per la (schiarimento di voce) mente, monta sul palco di Pontida e inizia a fare del folklore, urla, sputando, sul microfono quando davanti si trova 50 ghiozzi con qualcosa di verde addosso (va bene anche giurare di avere slip, reggiseno o cuore verde), strilla Celòduro con un ghigno ottuso, elenca sette o otto luoghi comuni in fila e abbaia cose del tipo “i democristiani dovevano essere tutti fucilati” o “Roma è marcia” o “La capitale d’Italia è Milano” (ciò che preoccupa è che lui ci crede perdavvero, lo dice serio).

E questo è quando è normale. Ultimamente ne ha detta una sul voto amministrativo agli immigrati, proposto dall’ex-missino Gianfranco Fini (fa un certo effetto dover sperare in Fini, perché contenga e ci risollevi moralmente Berlusconi).

A parte il fatto che Fini avrebbe proposto che i nostri fratelli venuti da lontano potrebbero votare dopo sei anni che risiedono (anagraficamente) in Italia e Bossi vorrebbe tipo dopo trent’anni di retribuzioni, a parte che Fini avrebbe proposto la semplice residenza come criterio principe e Bossi vorrebbe la cittadinanza (magari onoraria, direttamente uscita da una bolla del Presidente della Repubblica, no?). A parte questo, ha detto che, dopo tutte queste cose, un immigrato idoneo a votare andrebbe fatto un test di lingua italiana e di dialetto.

Ebbene, vi confesso una cosa. Ho votato tre volte, in tutto, da quando ne ho la facoltà. E, sscchh, non potevo. Giuro. Non potevo. A Livorno, noi, non abbiamo un dialetto. E così un po’ in tutta la Toscana. Perché da noi l’italiano è nato, no, e per dire sedia, diciamo sedia o, tutt’al più, seggiola. Non cadrega, per dire. Per dire ladro, diciamo ladro o, al massimo, delinquente e tutti i sinonimi. Non mariuolo. Se capite cosa voglio dire.

Se parliamo tra livornesi, un milanese, un genovese, un veneziano, un pugliese e un siciliano capiscono quasi tutto. Se parlano due milanesi, due genovesi, due veneziani, due pugliesi o due siciliani, io, sarò cretino, non capisco una mazza.

E quindi test d’italiano e quando si parla di esame d’italiano, si parla anche di grammatica. Quindi preposizioni, articoli, generi, numeri, aggettivi di grado positivo, congiunzioni, complementi di termine, l’irriconoscibile e subdolo complemento di partizione, coordinate e subordinate.

Ma davvero c’è bisogno di insegnare agli extracomunitari che è un “sostantivo, femminile, singolare”, se tanto capiscono da soli che è una “stronzata”?

Pignolo 19 ottobre 2003 - Diego Pretini

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